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Eroi d'Italia - 9 - Pietro Micca

Il protagonista di questa storia è un giovane minatore, arruolato dal duca di Savoia (insieme con una cinquantina di suoi compagni di lavoro) per difendere i sotterranei di Torino nell'assedio posto dai francesi durante la Guerra di successione di Spagna. Una notte, mentre montava la guardia a una porta in una galleria della Cittadella fortificata, quel giovane eroe - per impedire ai soldati nemici di conquistare la galleria - diede fuoco a un manicotto pieno di polvere da sparo. Ci rimise la vita, ma ferì gli invasori, conquistandosi la gloria. Pochi giorni dopo l'esercito austro-piemontese, al comando di Vittorio Amedeo ed Eugenio di Savoia, riuscì a cacciare definitivamente i francesi e a vincere la guerra. Fu come compenso di quella vittoria che i Savoia allargarono i loro possedimenti, conquistarono la corona di Sardegna e si prepararono agli alti destini che furono chiamati a svolgere nel processo di unità nazionale durante il Risorgimento

Pietro Micca

Morire a trent'anni, per una causa giusta. Morire sapendo che non c'è scampo. E senza pensare alla gloria, perché questo forse può essere previsto ai giorni nostri, nella civiltà della comunicazione, quando tutte le notizie (anche le più insignificanti, anche le più tremende) si diffondono nel mondo in pochi attimi. Non era così trecento anni fa, quando occorrevano giorni - o settimane - perché si diffondesse la notizia di una vittoria o di una sconfitta, e un atto eroico poteva anche finire nel dimenticatoio (e chissà quanti hanno subito davvero quella sorte). Sacrificarsi avvertendo il soldato che ti sta vicino di porsi in salvo, perché è inutile morire in due, quando uno ne basta. Morire per salvare i propri compagni, e la propria patria. Ecco: questa è la definizione giusta di un eroe. Questa è la storia di Pietro Micca, un giovane minatore piemontese in uniforme da soldato, che merita un posto nel pantheon delle glorie italiane accanto a Garibaldi, a Balilla, a Enrico Toti, Alberto da Giussano, Giovanni da Procida, Francesco Ferrucci, Scipione l'Africano, Masaniello, e i tanti patrioti che persero la vita nelle guerre risorgimentali, i tanti che morirono nelle due guerre mondiali, i tanti che si sono immolati (o sono stati immolati) in questi ultimi anni di pace così effimera e tormentata. Pietro Micca era un minatore. Nel luglio del 1703 il duca Vittorio Amedeo II di Savoia, rimasto sen-

za esercito, aveva richiamato alle armi circa 20mila giovani piemontesi, dopo che le sue truppe erano state disarmate nella piana di San Benedetto Po dall'armata francese del duca di Vendôme. Amedeo sapeva che - per difendere la Cittadella di Torino - gli sarebbero tornati utili uomini capaci di scavare cunicoli: e fu appunto per questa ragione che il duca di Savoia arruolò anche una cinquantina di minatori.

GLI ERRORI FRANCESI. Verso la metà del maggio 1706, i francesi, al comando del generale La Feuillade, forti di un'armata di 44mila uomini e di un valido parco di artiglieria, avevano avviato quello che - nelle loro intenzioni - doveva essere l'attacco decisivo contro la città di Torino. Ma avevano commesso una serie di errori, il più grave dei quali era stato il non avere tenuto conto degli avvertimenti del maresciallo Vaubun che, in una lettera al ministro della Guerra francese Chamillart, aveva scritto: «Il groviglio delle mine vi porterà sino alla fine del mondo e non vi servirà ad altro che a sotterrare vivo quello che avete di meglio fra le vostre truppe». Nei mesi dell'inverno precedente, quando i francesi si erano ritirati per attendere la buona stagione, Vittorio Amedeo II aveva infatti provveduto a far rinforzare le difese esterne delle mura della Cittadella con un complesso sistema di gallerie scavate da provetti minatori: la lunghezza complessiva dei cunicoli davanti alla Cittadella aveva raggiunto la bellezza di 14 chilometri, mentre quella davanti alle mura della città misurava circa 7 chilometri e mezzo.

Una ricostruzione virtuale della Cittadella di Torino

Le guerre del tempo funzionavano così: lunghe soste invernali, nelle quali gli assedianti rischiavano di perdere l'energia e la voglia di combattere, mentre gli assediati provvedevano a organizzarsi nel modo migliore. Questo atteggiamento degli attaccanti (unito ai lavori di fortificazione che si fondavano ormai su criteri di straordinaria efficacia) spiega perché gli assedi si risolvessero sempre più spesso in un disastro.

Nella notte fra il 29 e il 30 agosto del 1706 gli assediati vigilavano per impedire che i nemici tentassero di entrare nella Cittadella dalle gallerie sotterranee o da una delle numerose brecce che si erano aperte nelle mura. In una delle gallerie, scavata presso la Porta del Soccorso, montavano la guardia alcuni soldati. Intorno alla mezzanotte videro quattro granatieri francesi penetrare silenziosamente nel sotterraneo. Li affrontarono a colpi di daga, e li uccisero; altri tre granatieri subirono la stessa sorte. Ma poi ne giunsero altri ancora, che ebbero la meglio sui piemontesi. Occupata la galleria, essi tentarono di abbattere una porta che metteva in comunicazione con un'altra galleria. Era dietro quella porta che si trovava Pietro Micca, insieme a un soldato. Micca pensò di correre alla Porta del Soccorso per dare l'allarme al presidio militare che si trovava lì. Resosi conto che non c'era il tempo per avvertire gli altri del pericolo imminente, decise di dar fuoco a una mina che si trovava dietro la porta per impedire che i francesi occupassero la città. Alcuni storici hanno messo in dubbio che il giovane minatore fosse consapevole del rischio mortale al quale andava incontro. Ma è un'ipotesi che non regge: Pietro Micca aveva una certa dimestichezza con gli esplosivi (in ragione proprio del mestiere che esercitava), e il suo comportamento in quei pochi attimi che precedettero l'esplosione è la migliore testimonianza della cosciente determinazione con cui affrontò la morte. Quando si rese conto che la porta stava cedendo sotto i colpi dei francesi, si volse verso il compagno che aveva accanto e gli chiese aiuto per sistemare la "salsiccia" esplosiva. L'altro si mostrò incerto e impaurito. Provò a scuoterlo: «Muoviti, hai forse paura?». L'altro farfugliò qualcosa a proposito della famiglia. «Anch'io ho una famiglia», disse fiero Pietro Micca: «Ho un figlioletto che forse non conoscerà mai suo padre, ma non è il momento per cedere ai sentimenti. Dammi quella fiaccola!». In quel momento la porta cedette. Il minatore urlò al compagno: «Togliti di lì. Tu sei più lungo di una giornata senza pane. Lascia fare a me. Salvati!». Gli tolse la torcia di mano, lo seguì con gli occhi mentre fuggiva, attese che la porta cedesse completamente e diede fuoco alla "salsiccia" (che era un contenitore lungo e stretto, pieno di polvere da sparo). Provò a gettarsi giù dalla scala che aveva alle spalle, ma fu sepolto dal crollo della galleria. Come era fatale che accadesse.

Alcune centinaia di granatieri francesi che avevano già occupato il terreno sovrastante subirono la sua stessa sorte. L'esplosione richiamò sul posto i soldati piemontesi che si misero a guardia delle macerie, per impedire che i nemici - approfittando dello scompiglio e delle rovine - entrassero nella città.

Luigi XIV

Dell'episodio esistono moltissime versioni storiche. Ecco il racconto che ne fece il conte Giuseppe Solaro della Margarita: «L'azione si svolse in modo improvviso: i nemici ebbero ragione della guardia posta a difesa dello sbocco della capitale alta, ed entrarono nella galleria. Localizzarono immediatamente, sulla destra, la porta della scala che cercavano e, vedendo che era sbarrata, ne iniziarono lo sfondamento. Dall'altra parte, verso la scala, due soldati piemontesi vivevano incalzanti momenti di angoscia: la porta stava per cedere sotto i violenti colpi dei francesi, quando uno di loro, chiamato Pietro Micca, si avvide che il compagno non era ancora riuscito a sistemare la miccia che avrebbe permesso ad entrambi di allontanarsi prima dell'esplosione del fornello, già predisposto per sventare un prevedibile tentativo d'irruzione del nemico. Pietro Micca, più impaziente di quanto l'altro non potesse essere pronto, lo prese per un braccio, lo scostò e gli fece cenno di fuggire e salvarsi. Dopo di che, avvicinò la miccia troppo breve all'estremità della salciccia (una specie di manica lunga che serve ad appiccare il fuoco alla carica della mina e dare il tempo a chi ha fatto l'operazione di allontanarsi) e le diede fuoco: il fornello scoppiò ed il poveretto ebbe minor tempo di allontanarsi di quanto gliene occorresse, poiché lo si trovò poi morto a quaranta passi dalla scala che aveva disceso».

Lo storico Carlo Botta, nei primi anni dell'Ottocento, scrisse: «Se non era il generoso biellese, nessun Eugenio, nessun Vittorio Amedeo salvarono Torino, e l'opera loro veniva indarno. Da lui la corona ducale fu conservata e la regia posta in capo ai Principi di Savoia».

Si conoscono altri particolari di quella drammatica nottata nella galleria (anche se il grado di attendibilità non è elevatissimo). Nei giorni seguenti il soldato che si trovava accanto a Pietro Micca fu rintracciato e interrogato dai suoi superiori, il generale Solaro, il tenente colonnello Castellalfero e il capitano Bozzolino. Non si conosce, invece, il nome del testimone, che raccontò di aver giocato a carte nella galleria insieme a Pietro fino a qualche minuto prima della mezzanotte, quando interruppero il gioco per controllare che le lanterne poste in diversi punti per garantire la visibilità necessaria fossero tutte accese. Salirono nel fossato del saliente tenendosi vicini alla scala dalla quale si scendeva nelle gallerie. Rimasero qualche tempo ad ascoltare il frastuono dell'artiglieria che non cessava di cannoneggiare la città, si accertarono che i soldati di guardia fossero ai loro posti, e ritornarono nella galleria. Fu a quel punto che percepirono nettamente altri rumori, provocati dai francesi che si avvicinavano nei sotterranei.

Il giorno successivo, nel rispetto dei piani già predisposti dallo Stato maggiore francese, il duca d'Orléans diede con tutte le sue truppe l'assalto alla città. Lo sforzo maggiore fu compiuto contro la ridotta di porta Susina, la quale sarebbe senza dubbio caduta in potere degli assalitori se non si fosse ripetuto l'eroico atto di Pietro Micca. I minatori, che erano stati posti a guardia di quel baluardo, visto il pericolo, diedero fuoco ad una mina che fece saltare in aria un gran numero di soldati francesi che si trovavano presso la ridotta, costringendo i superstiti a una fuga precipitosa.

Filippo V

PASSEPERTUTT. Della vita di Pietro Micca si sa ben poco. Era un uomo qualunque, come capita spesso agli eroi. Era nato a Sagliano d'Andorno (che ora si chiama Sagliano Micca, in suo onore) il 5 marzo 1677. Il padre, Giacomo (che apparteneva a una famiglia che viveva nella valle d'Andorno da quasi due secoli) sposò in seconde nozze la madre di Pietro, Anna Martinazzo, nativa di Riabella. Tutti gli uomini di casa Martinazzo lavoravano come minatori o scalpellini, il mestiere al quale fu avviato il giovane Pietro, chiamato in paese Passepertutt (soprannome con cui fu registrato anche nei documenti dell'esercito). Il 29 ottobre 1704, Pietro Micca sposò Maria Pasqual Bonino, dalla quale ebbe un figlio, Giacomo (che aveva appena undici mesi quando morì il padre). Dopo la morte di Passepertutt, Vittorio Amedeo II fece corrispondere alla vedova un vitalizio di due pani al giorno.

A Sagliano, al numero 4 di via Roma, è ancora possibile visitare la modesta casa natale di Pietro Micca. Il muro di cinta del cortile e quello della casa sono tappezzati di lapidi a ricordo dell'eroico gesto.

Ma tutto questo fa parte della gloria postuma. Esattamente come accadde per Balilla (il ragazzo di Genova che, lanciando una pietra contro gli austriaci, aveva scatenato la rivolta contro l'esercito invasore nel 1746), soltanto nell'Ottocento il sacrificio di Pietro Micca ottenne il riconoscimento che meritava. Nel clima risorgimentale si moltiplicarono le rievocazioni e le celebrazioni degli atti di coraggio compiuti nei secoli precedenti, e soprattutto di quelli che avevano contribuito a liberare il suolo italiano da occupanti stranieri (con particolare enfasi quando si trattava di invasori austriaci, per ragioni che è facile intuire).

Nel XVIII secolo - mentre imperava l'assolutismo - era inimmaginabile che si potesse rendere onore, oltre una certa misura, a un minatore. Fu nel 1864 (tre anni dopo l'Unità d'Italia) che Torino dedicò una via e un monumento a Pietro Micca. E poi arrivarono le targhe celebrative, i comitati d'onore, le rievocazioni storiche. Il 29 agosto 1880, il re d'Italia Umberto I inaugurò il monumento a Pietro Micca, realizzato da Giuseppe Maffei di Graglia, alla presenza di ministri, deputati, senatori, principi, sindaci di molti Comuni della regione, e di una gran folla convenuta da ogni parte d'Italia, allettata anche dalle particolari agevolazioni concesse dalle Ferrovie dello Stato per garantire la piena riuscita della cerimonia. L'indifferenza del secolo precedente per questo eroe fu così sanata.



Don Pietro in Sicilia


Pietro Micca in un dissegno dell'800

E' un Pietro Micca anti-eroe nelle pagine di una novella di Federico De Roberto, scritta nel 1890 (pubblicata nella raccolta con il titolo Processi verbali). La scelta del nome del personaggio testimonia quanto nell'Ottocento fosse vivo il mito del minatore piemontese che ebbe un ruolo decisivo nella sconfitta dei francesi a Torino, nel 1706.

«Questa la raccontava don Giacomo Spatafora, ai villeggianti seduti al fresco, sotto i platani, dinanzi al Casino di conversazione di Sant'Antonio al Monte», così comincia il racconto. «Come passava il fattorino che saliva ogni giorno, a cavallo all'asina, a Barreale per portarvi e prendervi la posta, Giovannino Paternò aveva detto:

- To': Pietro Micca!

- A proposito! - chiese il barone Ventimiglia - Volevo domandarlo da un pezzo: si chiama proprio Pietro Micca, come quello dell'assedio di Torino?

Don Giacomo Spatafora, che era il sindaco del paese, rispose:

- Nossignore. Lui si chiama, a casa sua, Saverio Rosicalerba. Pietro Micca gliel'hanno appiccicato».

La scelta del soprannome viene spiegata così dal sindaco: «Fu pel colera del Sessantasette, che i cristiani cascavano freddi come le mosche. Ma a Sant'Antonio, niente. Ecco signore che per guardarci la nostra pelle, noi abbiamo chiamato tutti gli uomini validi del paese per armarli e fare la guardia.

- La guardia a che cosa?

- Al paese, per non lasciarvi entrare nessuno di fuori via!»

Un lungo bisticcio fra il sindaco e il barone viene interrotto da Giovannino Paternò che ripropone il quesito: «E la storia di Pietro Micca?»

Don Giacomo Spatafora riprende il racconto: «Chiamati tutti gli uomini validi... ci siamo armati per far la guardia al paese. Di armi, quelli che ne avevano: doppiette, o pistole d'arcione, o carabine, portavano le proprie; per gli altri, c'erano i fucili della Guardia Nazionale; ma non bastavano a tanti. Saverio Rosicalerba, che ancora non si chiamava Pietro Micca, ma aveva sempre quell'aria di serietà, ed era uomo di poche parole, viene da me e mi dice che vuole un fucile, per prestare il suo servizio».

Saverio montava la guardia al posto di Macalubba, «che era il più difficile da guardare».

Una sera, «tutt'ad un tratto, due colpi, uno dopo l'altro: pon... pon… Salto in piedi, col fucile in mano. Venivano dalla Macalubba». Pochi secondi dopo, un terzo colpo.

Si scopre che due colpi l'aveva sparati un certo Nino che «aveva visto saltare un coniglio tra le vigne e gli aveva tirate due piombate, freddandolo...». E il terzo colpo?

Una rapida indagine consente di accertare che è partito accidentalmente dallo schioppo di Rosicalerba. Che, però, è sparito.

Carlo Levi, autoritratto

«A un tratto don Antonino si batte la fronte e ci fa segno di seguirlo dentro le rovine. "Cosa volete fare?". "Niente, venite con me...". Dentro, c'era buio come in un forno. Abbiamo fatto dei fasci d'erba secca e li abbiamo accesi. Subitamente, come abbiamo sbattuto per terra i calci dei fucili, s'è sentito un grido: "Aiuto!...". "Ah, carogna!...", fa don Antonino, "l'avevo detto io che ha avuto paura e s'è nascosto!". Ecco che siamo entrati in fondo all'ultima stanza, e abbiamo visto Rosicalerba con la faccia al muro. "Ohé", grida Laspina, "sei sordo?...". Lui risponde, senza voltarsi, con una voce pietosa: "Chi siete...?". "Siamo noi!... Cosa fai qui dentro? Così stai alla consegna?...". Era giallo come un morto e noi ci tenevamo i fianchi, dalle risa. "Cosa fai?..." tuona don Antonino, per non ridere anche lui. Dice, come domandando perdono: "Niente". "E perché hai sparato?". "Perché ho sentito sparare... per chiamare aiuto...". "E il fucile?...". "Mi è cascato a terra...". Allora don Antonino si avanza e gli batte sopra una spalla: "Bravo Pietro Micca! Evviva! Evviva!...". Voleste vedere? Una convulsione di risa, da non poterne più... Pietro Micca! bravo Pietro Micca!... Da quel momento, Rosicalerba si è chiamato Pietro Micca!"».



Una corona per i Savoia



È un pezzo importante della storia d'Italia quello che si consumò a Torino nella tarda estate del 1706, e che ebbe fra i protagonisti Pietro Micca. Se i piemontesi avessero perso, Vittorio Amedeo II sarebbe rimasto soltanto un duca di Savoia, come il padre, il nonno e gli antenati di una casata che - nell'Italia dei secoli precedenti - aveva svolto un ruolo minore rispetto ai Gonzaga, ai Visconti, ai Medici, agli Estensi, agli Sforza, ai Doria, e ai tanti signori che avevano fatto della Penisola il centro culturale, commerciale e finanziario del mondo.

Nessuno - a quei tempi - avrebbe potuto prevedere che sarebbero stati i Savoia, nell'Ottocento, a cingere la corona d'Italia. Toccò invece proprio a loro per una serie di circostanze fortunate e fortuite, ma contribuì anche il fatto simbolico che Carlo Alberto - nella complicata geopolitica italiana della prima metà del XIV secolo - fosse l'unico sovrano a fregiarsi del titolo di re: re di Sardegna.

Quella corona fu la ricompensa della vittoria di Torino del 1706. Con la pace di Utrecht (nel 1713) il duca di Savoia ottenne il Regno di Sicilia. Sette anni dopo ci fu lo scambio fra la Sicilia e la Sardegna, e Vittorio Amedeo - come i suoi successori - divenne re di Sardegna. Come si è detto, prima di allora i Savoia erano rimasti sostanzialmente estranei ai complessi equilibri politici dell'Italia, che ruotavano intorno a Firenze, Venezia, Milano e, soprattutto, Roma, sede del papato. Pur avendo sposato Anna d'Orléans, nipote del Re Sole, il giovane duca aveva aderito alla Lega di Augusta, capeggiata dall'Austria, che s'apprestava a dichiarar guerra alla Francia. La rappresaglia del sovrano francese aveva messo a ferro e fuoco il Piemonte. Il generale Catinat aveva dato ordini perentori ai suoi uomini, una volta entrati nei territori dei Savoia: «Bruciare, bruciare e ancora bruciare». Guando scoppiò la Guerra di successione di Spagna, Vittorio Amedeo si schierò al fianco dei francesi, ma poi cambiò alleanze, mostrando una discutibile disinvoltura, ma anche un sicuro fiuto politico. Fu quella vittoria a consentire l'allargamento dei confini dei Savoia.

Inizialmente la campagna si era messa male. Il ducato era fra due fuochi: a ovest la Francia, a est la Lombardia controllata dagli spagnoli. Dopo il primo attacco a sorpresa da parte dei francesi, a San Benedetto Po nel settembre 1703, seguì una serie di rovesci per i piemontesi, costretti a perdere terre e fortezze: fu abbandonata l'intera Savoia, caddero le piazzeforti di Susa, Vercelli, Ivrea, Nizza.

Nell'estate 1704 la strada per Torino sembrava spianata per le truppe franco-spagnole. Rimaneva da superare la poderosa fortezza di Verrua, che oppose una strenua resistenza, bloccando per sei mesi la loro avanzata, infliggendo agli invasori pesanti perdite e permettendo ai piemontesi di riorganizzarsi.

Solo nell'agosto 1705 i franco-spagnoli giunsero in vista di Torino. Il generale La Feuillade decise di attendere la primavera successiva per attaccare. Un errore che risultò decisivo per l'esito finale dello scontro.

Le operazioni di assedio furono avviate il 14 maggio 1706 da 44mila uomini che militavano sotto le bandiere del re di Francia. Le opere difensive di Torino erano state irrobustite e perfezionate. La città era completamente circondata da una grandiosa cerchia di fortificazioni, che si spingevano fino alla collina di Superga, e completavano il baluardo costituito dalla magnifica Cittadella, costruita un secolo e mezzo prima dal Duca Emanuele Filiberto, dopo il trasferimento definitivo della capitale del Ducato da Chambéry a Torino.

Alla fine di agosto La Feuillade si apprestava a sferrare l'attacco finale. Ma proprio il 29 agosto si incontrarono a Carmagnola Vittorio Amedeo II e suo cugino Eugenio di Savoia, comandante supremo delle truppe austriache, per definire i particolari della controffensiva. Che - grazie anche al genio militare di Eugenio - risultò vincente, malgrado il divario di forze che era a tutto vantaggio dei francesi (che contavano su circa 10mila uomini in più).

Giunti a Superga, in posizione sopraelevata, il Principe Eugenio e Vittorio Amedeo di Savoia osservarono i trinceramenti franco-spagnoli che attorniavano la città sotto assedio. Dopo di che, le truppe piemontesi (con un buon rinforzo di austriaci e prussiani) aggirarono la città da sud, attraversando anche il Po e schierandosi ad ovest, in modo da "chiudere" gli avversari in una morsa: da un lato la gloriosa guarnigione torinese che aveva sino ad allora resistito all'assedio, dall'altro le fresche forze austro-piemontesi. L'ala sinistra, operante dalla parte della Stura, era comandata da Vittorio Amedeo, l'ala destra, sotto il comando di Eugenio di Savoia, operava dalla parte della Dora Riparia. Anche le milizie assediate in Torino vollero prender parte alla battaglia e dieci battaglioni, guidati dal conte Daun (che comandava le difese), uscirono dalla porta Susina e si gettarono sul nemico mentre i tetti delle più alte case si gremivano di gente desiderosa di assistere al combattimento che doveva decidere delle sorti della città.

La battaglia fu aspra. L'impeto dei confederati fece la differenza. Vittorio Amedeo travolse le difese nemiche, irrompendo nel loro campo. Dalla parte della Dora i francesi - quando seppero che dall'altro lato i trinceramenti erano stati rotti e superati - si ritrassero disordinatamente indietro e si diedero alla fuga, incalzati fino ad Avellana e decimati dai montanari nel ripassare le Alpi.

Nella zona pianeggiante che si trova alla destra del Po, a nord-ovest della città, nella chiesa del Borgo Vittoria sono ancora conservati i resti dei «caduti della battaglia del settembre 1706».

Filippo Malatesta