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Morire a trent'anni, per una causa
giusta. Morire sapendo che non c'è scampo. E senza pensare alla
gloria, perché questo forse può essere previsto ai giorni nostri,
nella civiltà della comunicazione, quando tutte le notizie (anche
le più insignificanti, anche le più tremende) si diffondono nel
mondo in pochi attimi. Non era così trecento anni fa, quando
occorrevano giorni - o settimane - perché si diffondesse la notizia
di una vittoria o di una sconfitta, e un atto eroico poteva anche
finire nel dimenticatoio (e chissà quanti hanno subito davvero
quella sorte). Sacrificarsi avvertendo il soldato che ti sta vicino
di porsi in salvo, perché è inutile morire in due, quando uno ne
basta. Morire per salvare i propri compagni, e la propria patria.
Ecco: questa è la definizione giusta di un eroe. Questa è la storia
di Pietro Micca, un giovane minatore piemontese in uniforme da
soldato, che merita un posto nel pantheon delle glorie italiane
accanto a Garibaldi, a Balilla, a Enrico Toti, Alberto da Giussano,
Giovanni da Procida, Francesco Ferrucci, Scipione l'Africano,
Masaniello, e i tanti patrioti che persero la vita nelle guerre
risorgimentali, i tanti che morirono nelle due guerre mondiali, i
tanti che si sono immolati (o sono stati immolati) in questi ultimi
anni di pace così effimera e tormentata. Pietro Micca era un
minatore. Nel luglio del 1703 il duca Vittorio Amedeo II di Savoia,
rimasto sen-
za esercito, aveva richiamato alle
armi circa 20mila giovani piemontesi, dopo che le sue truppe erano
state disarmate nella piana di San Benedetto Po dall'armata
francese del duca di Vendôme. Amedeo sapeva che - per difendere la
Cittadella di Torino - gli sarebbero tornati utili uomini capaci di
scavare cunicoli: e fu appunto per questa ragione che il duca di
Savoia arruolò anche una cinquantina di minatori.
GLI ERRORI FRANCESI. Verso la
metà del maggio 1706, i francesi, al comando del generale La
Feuillade, forti di un'armata di 44mila uomini e di un valido parco
di artiglieria, avevano avviato quello che - nelle loro intenzioni
- doveva essere l'attacco decisivo contro la città di Torino. Ma
avevano commesso una serie di errori, il più grave dei quali era
stato il non avere tenuto conto degli avvertimenti del maresciallo
Vaubun che, in una lettera al ministro della Guerra francese
Chamillart, aveva scritto: «Il groviglio delle mine vi porterà sino
alla fine del mondo e non vi servirà ad altro che a sotterrare vivo
quello che avete di meglio fra le vostre truppe». Nei mesi
dell'inverno precedente, quando i francesi si erano ritirati per
attendere la buona stagione, Vittorio Amedeo II aveva infatti
provveduto a far rinforzare le difese esterne delle mura della
Cittadella con un complesso sistema di gallerie scavate da provetti
minatori: la lunghezza complessiva dei cunicoli davanti alla
Cittadella aveva raggiunto la bellezza di 14 chilometri, mentre
quella davanti alle mura della città misurava circa 7 chilometri e
mezzo.

Le guerre del tempo funzionavano
così: lunghe soste invernali, nelle quali gli assedianti
rischiavano di perdere l'energia e la voglia di combattere, mentre
gli assediati provvedevano a organizzarsi nel modo migliore. Questo
atteggiamento degli attaccanti (unito ai lavori di fortificazione
che si fondavano ormai su criteri di straordinaria efficacia)
spiega perché gli assedi si risolvessero sempre più spesso in un
disastro.
Nella notte fra il 29 e il 30 agosto
del 1706 gli assediati vigilavano per impedire che i nemici
tentassero di entrare nella Cittadella dalle gallerie sotterranee o
da una delle numerose brecce che si erano aperte nelle mura. In una
delle gallerie, scavata presso la Porta del Soccorso, montavano la
guardia alcuni soldati. Intorno alla mezzanotte videro quattro
granatieri francesi penetrare silenziosamente nel sotterraneo. Li
affrontarono a colpi di daga, e li uccisero; altri tre granatieri
subirono la stessa sorte. Ma poi ne giunsero altri ancora, che
ebbero la meglio sui piemontesi. Occupata la galleria, essi
tentarono di abbattere una porta che metteva in comunicazione con
un'altra galleria. Era dietro quella porta che si trovava Pietro
Micca, insieme a un soldato. Micca pensò di correre alla Porta del
Soccorso per dare l'allarme al presidio militare che si trovava lì.
Resosi conto che non c'era il tempo per avvertire gli altri del
pericolo imminente, decise di dar fuoco a una mina che si trovava
dietro la porta per impedire che i francesi occupassero la città.
Alcuni storici hanno messo in dubbio che il giovane minatore fosse
consapevole del rischio mortale al quale andava incontro. Ma è
un'ipotesi che non regge: Pietro Micca aveva una certa
dimestichezza con gli esplosivi (in ragione proprio del mestiere
che esercitava), e il suo comportamento in quei pochi attimi che
precedettero l'esplosione è la migliore testimonianza della
cosciente determinazione con cui affrontò la morte. Quando si rese
conto che la porta stava cedendo sotto i colpi dei francesi, si
volse verso il compagno che aveva accanto e gli chiese aiuto per
sistemare la "salsiccia" esplosiva. L'altro si mostrò incerto e
impaurito. Provò a scuoterlo: «Muoviti, hai forse paura?». L'altro
farfugliò qualcosa a proposito della famiglia. «Anch'io ho una
famiglia», disse fiero Pietro Micca: «Ho un figlioletto che forse
non conoscerà mai suo padre, ma non è il momento per cedere ai
sentimenti. Dammi quella fiaccola!». In quel momento la porta
cedette. Il minatore urlò al compagno: «Togliti di lì. Tu sei più
lungo di una giornata senza pane. Lascia fare a me. Salvati!». Gli
tolse la torcia di mano, lo seguì con gli occhi mentre fuggiva,
attese che la porta cedesse completamente e diede fuoco alla
"salsiccia" (che era un contenitore lungo e stretto, pieno di
polvere da sparo). Provò a gettarsi giù dalla scala che aveva alle
spalle, ma fu sepolto dal crollo della galleria. Come era fatale
che accadesse.
Alcune centinaia di granatieri
francesi che avevano già occupato il terreno sovrastante subirono
la sua stessa sorte. L'esplosione richiamò sul posto i soldati
piemontesi che si misero a guardia delle macerie, per impedire che
i nemici - approfittando dello scompiglio e delle rovine -
entrassero nella città.

Dell'episodio esistono moltissime
versioni storiche. Ecco il racconto che ne fece il conte Giuseppe
Solaro della Margarita: «L'azione si svolse in modo improvviso: i
nemici ebbero ragione della guardia posta a difesa dello sbocco
della capitale alta, ed entrarono nella galleria. Localizzarono
immediatamente, sulla destra, la porta della scala che cercavano e,
vedendo che era sbarrata, ne iniziarono lo sfondamento. Dall'altra
parte, verso la scala, due soldati piemontesi vivevano incalzanti
momenti di angoscia: la porta stava per cedere sotto i violenti
colpi dei francesi, quando uno di loro, chiamato Pietro Micca, si
avvide che il compagno non era ancora riuscito a sistemare la
miccia che avrebbe permesso ad entrambi di allontanarsi prima
dell'esplosione del fornello, già predisposto per sventare un
prevedibile tentativo d'irruzione del nemico. Pietro Micca, più
impaziente di quanto l'altro non potesse essere pronto, lo prese
per un braccio, lo scostò e gli fece cenno di fuggire e salvarsi.
Dopo di che, avvicinò la miccia troppo breve all'estremità della
salciccia (una specie di manica lunga che serve ad appiccare il
fuoco alla carica della mina e dare il tempo a chi ha fatto
l'operazione di allontanarsi) e le diede fuoco: il fornello scoppiò
ed il poveretto ebbe minor tempo di allontanarsi di quanto gliene
occorresse, poiché lo si trovò poi morto a quaranta passi dalla
scala che aveva disceso».
Lo storico Carlo Botta, nei primi
anni dell'Ottocento, scrisse: «Se non era il generoso biellese,
nessun Eugenio, nessun Vittorio Amedeo salvarono Torino, e l'opera
loro veniva indarno. Da lui la corona ducale fu conservata e la
regia posta in capo ai Principi di Savoia».
Si conoscono altri particolari di
quella drammatica nottata nella galleria (anche se il grado di
attendibilità non è elevatissimo). Nei giorni seguenti il soldato
che si trovava accanto a Pietro Micca fu rintracciato e interrogato
dai suoi superiori, il generale Solaro, il tenente colonnello
Castellalfero e il capitano Bozzolino. Non si conosce, invece, il
nome del testimone, che raccontò di aver giocato a carte nella
galleria insieme a Pietro fino a qualche minuto prima della
mezzanotte, quando interruppero il gioco per controllare che le
lanterne poste in diversi punti per garantire la visibilità
necessaria fossero tutte accese. Salirono nel fossato del saliente
tenendosi vicini alla scala dalla quale si scendeva nelle gallerie.
Rimasero qualche tempo ad ascoltare il frastuono dell'artiglieria
che non cessava di cannoneggiare la città, si accertarono che i
soldati di guardia fossero ai loro posti, e ritornarono nella
galleria. Fu a quel punto che percepirono nettamente altri rumori,
provocati dai francesi che si avvicinavano nei sotterranei.
Il giorno successivo, nel rispetto
dei piani già predisposti dallo Stato maggiore francese, il duca
d'Orléans diede con tutte le sue truppe l'assalto alla città. Lo
sforzo maggiore fu compiuto contro la ridotta di porta Susina, la
quale sarebbe senza dubbio caduta in potere degli assalitori se non
si fosse ripetuto l'eroico atto di Pietro Micca. I minatori, che
erano stati posti a guardia di quel baluardo, visto il pericolo,
diedero fuoco ad una mina che fece saltare in aria un gran numero
di soldati francesi che si trovavano presso la ridotta,
costringendo i superstiti a una fuga precipitosa.

PASSEPERTUTT. Della vita di Pietro Micca si sa
ben poco. Era un uomo qualunque, come capita spesso agli eroi. Era
nato a Sagliano d'Andorno (che ora si chiama Sagliano Micca, in suo
onore) il 5 marzo 1677. Il padre, Giacomo (che apparteneva a una
famiglia che viveva nella valle d'Andorno da quasi due secoli)
sposò in seconde nozze la madre di Pietro, Anna Martinazzo, nativa
di Riabella. Tutti gli uomini di casa Martinazzo lavoravano come
minatori o scalpellini, il mestiere al quale fu avviato il giovane
Pietro, chiamato in paese Passepertutt (soprannome con cui fu
registrato anche nei documenti dell'esercito). Il 29 ottobre 1704,
Pietro Micca sposò Maria Pasqual Bonino, dalla quale ebbe un
figlio, Giacomo (che aveva appena undici mesi quando morì il
padre). Dopo la morte di Passepertutt, Vittorio Amedeo II fece
corrispondere alla vedova un vitalizio di due pani al giorno.
A Sagliano, al numero 4 di via Roma,
è ancora possibile visitare la modesta casa natale di Pietro Micca.
Il muro di cinta del cortile e quello della casa sono tappezzati di
lapidi a ricordo dell'eroico gesto.
Ma tutto questo fa parte della
gloria postuma. Esattamente come accadde per Balilla (il ragazzo di
Genova che, lanciando una pietra contro gli austriaci, aveva
scatenato la rivolta contro l'esercito invasore nel 1746), soltanto
nell'Ottocento il sacrificio di Pietro Micca ottenne il
riconoscimento che meritava. Nel clima risorgimentale si
moltiplicarono le rievocazioni e le celebrazioni degli atti di
coraggio compiuti nei secoli precedenti, e soprattutto di quelli
che avevano contribuito a liberare il suolo italiano da occupanti
stranieri (con particolare enfasi quando si trattava di invasori
austriaci, per ragioni che è facile intuire).
Nel XVIII secolo - mentre imperava
l'assolutismo - era inimmaginabile che si potesse rendere onore,
oltre una certa misura, a un minatore. Fu nel 1864 (tre anni dopo
l'Unità d'Italia) che Torino dedicò una via e un monumento a Pietro
Micca. E poi arrivarono le targhe celebrative, i comitati d'onore,
le rievocazioni storiche. Il 29 agosto 1880, il re d'Italia Umberto
I inaugurò il monumento a Pietro Micca, realizzato da Giuseppe
Maffei di Graglia, alla presenza di ministri, deputati, senatori,
principi, sindaci di molti Comuni della regione, e di una gran
folla convenuta da ogni parte d'Italia, allettata anche dalle
particolari agevolazioni concesse dalle Ferrovie dello Stato per
garantire la piena riuscita della cerimonia. L'indifferenza del
secolo precedente per questo eroe fu così sanata.
Don Pietro in Sicilia
E' un Pietro Micca anti-eroe nelle
pagine di una novella di Federico De Roberto, scritta nel 1890
(pubblicata nella raccolta con il titolo Processi verbali). La
scelta del nome del personaggio testimonia quanto nell'Ottocento
fosse vivo il mito del minatore piemontese che ebbe un ruolo
decisivo nella sconfitta dei francesi a Torino, nel 1706.
«Questa la raccontava don Giacomo
Spatafora, ai villeggianti seduti al fresco, sotto i platani,
dinanzi al Casino di conversazione di Sant'Antonio al Monte», così
comincia il racconto. «Come passava il fattorino che saliva ogni
giorno, a cavallo all'asina, a Barreale per portarvi e prendervi la
posta, Giovannino Paternò aveva detto:
- To': Pietro Micca!
- A proposito! - chiese il barone
Ventimiglia - Volevo domandarlo da un pezzo: si chiama proprio
Pietro Micca, come quello dell'assedio di Torino?
Don Giacomo Spatafora, che era il
sindaco del paese, rispose:
- Nossignore. Lui si chiama, a casa
sua, Saverio Rosicalerba. Pietro Micca gliel'hanno
appiccicato».
La scelta del soprannome viene
spiegata così dal sindaco: «Fu pel colera del Sessantasette, che i
cristiani cascavano freddi come le mosche. Ma a Sant'Antonio,
niente. Ecco signore che per guardarci la nostra pelle, noi abbiamo
chiamato tutti gli uomini validi del paese per armarli e fare la
guardia.
- La guardia a che cosa?
- Al paese, per non lasciarvi
entrare nessuno di fuori via!»
Un lungo bisticcio fra il sindaco e
il barone viene interrotto da Giovannino Paternò che ripropone il
quesito: «E la storia di Pietro Micca?»
Don Giacomo Spatafora riprende il
racconto: «Chiamati tutti gli uomini validi... ci siamo armati per
far la guardia al paese. Di armi, quelli che ne avevano: doppiette,
o pistole d'arcione, o carabine, portavano le proprie; per gli
altri, c'erano i fucili della Guardia Nazionale; ma non bastavano a
tanti. Saverio Rosicalerba, che ancora non si chiamava Pietro
Micca, ma aveva sempre quell'aria di serietà, ed era uomo di poche
parole, viene da me e mi dice che vuole un fucile, per prestare il
suo servizio».
Saverio montava la guardia al posto
di Macalubba, «che era il più difficile da guardare».
Una sera, «tutt'ad un tratto, due
colpi, uno dopo l'altro: pon... pon… Salto in piedi, col fucile in
mano. Venivano dalla Macalubba». Pochi secondi dopo, un terzo
colpo.
Si scopre che due colpi l'aveva
sparati un certo Nino che «aveva visto saltare un coniglio tra le
vigne e gli aveva tirate due piombate, freddandolo...». E il terzo
colpo?
Una rapida indagine consente di
accertare che è partito accidentalmente dallo schioppo di
Rosicalerba. Che, però, è sparito.

«A un tratto don Antonino si batte
la fronte e ci fa segno di seguirlo dentro le rovine. "Cosa volete
fare?". "Niente, venite con me...". Dentro, c'era buio come in un
forno. Abbiamo fatto dei fasci d'erba secca e li abbiamo accesi.
Subitamente, come abbiamo sbattuto per terra i calci dei fucili,
s'è sentito un grido: "Aiuto!...". "Ah, carogna!...", fa don
Antonino, "l'avevo detto io che ha avuto paura e s'è nascosto!".
Ecco che siamo entrati in fondo all'ultima stanza, e abbiamo visto
Rosicalerba con la faccia al muro. "Ohé", grida Laspina, "sei
sordo?...". Lui risponde, senza voltarsi, con una voce pietosa:
"Chi siete...?". "Siamo noi!... Cosa fai qui dentro? Così stai alla
consegna?...". Era giallo come un morto e noi ci tenevamo i
fianchi, dalle risa. "Cosa fai?..." tuona don Antonino, per non
ridere anche lui. Dice, come domandando perdono: "Niente". "E
perché hai sparato?". "Perché ho sentito sparare... per chiamare
aiuto...". "E il fucile?...". "Mi è cascato a terra...". Allora don
Antonino si avanza e gli batte sopra una spalla: "Bravo Pietro
Micca! Evviva! Evviva!...". Voleste vedere? Una convulsione di
risa, da non poterne più... Pietro Micca! bravo Pietro Micca!... Da
quel momento, Rosicalerba si è chiamato Pietro Micca!"».
Una corona per
i Savoia
È un pezzo importante della storia d'Italia quello che si consumò a
Torino nella tarda estate del 1706, e che ebbe fra i protagonisti
Pietro Micca. Se i piemontesi avessero perso, Vittorio Amedeo II
sarebbe rimasto soltanto un duca di Savoia, come il padre, il nonno
e gli antenati di una casata che - nell'Italia dei secoli
precedenti - aveva svolto un ruolo minore rispetto ai Gonzaga, ai
Visconti, ai Medici, agli Estensi, agli Sforza, ai Doria, e ai
tanti signori che avevano fatto della Penisola il centro culturale,
commerciale e finanziario del mondo.
Nessuno - a quei tempi - avrebbe
potuto prevedere che sarebbero stati i Savoia, nell'Ottocento, a
cingere la corona d'Italia. Toccò invece proprio a loro per una
serie di circostanze fortunate e fortuite, ma contribuì anche il
fatto simbolico che Carlo Alberto - nella complicata geopolitica
italiana della prima metà del XIV secolo - fosse l'unico sovrano a
fregiarsi del titolo di re: re di Sardegna.
Quella corona fu la ricompensa della
vittoria di Torino del 1706. Con la pace di Utrecht (nel 1713) il
duca di Savoia ottenne il Regno di Sicilia. Sette anni dopo ci fu
lo scambio fra la Sicilia e la Sardegna, e Vittorio Amedeo - come i
suoi successori - divenne re di Sardegna. Come si è detto, prima di
allora i Savoia erano rimasti sostanzialmente estranei ai complessi
equilibri politici dell'Italia, che ruotavano intorno a Firenze,
Venezia, Milano e, soprattutto, Roma, sede del papato. Pur avendo
sposato Anna d'Orléans, nipote del Re Sole, il giovane duca aveva
aderito alla Lega di Augusta, capeggiata dall'Austria, che
s'apprestava a dichiarar guerra alla Francia. La rappresaglia del
sovrano francese aveva messo a ferro e fuoco il Piemonte. Il
generale Catinat aveva dato ordini perentori ai suoi uomini, una
volta entrati nei territori dei Savoia: «Bruciare, bruciare e
ancora bruciare». Guando scoppiò la Guerra di successione di
Spagna, Vittorio Amedeo si schierò al fianco dei francesi, ma poi
cambiò alleanze, mostrando una discutibile disinvoltura, ma anche
un sicuro fiuto politico. Fu quella vittoria a consentire
l'allargamento dei confini dei Savoia.
Inizialmente la campagna si era
messa male. Il ducato era fra due fuochi: a ovest la Francia, a est
la Lombardia controllata dagli spagnoli. Dopo il primo attacco a
sorpresa da parte dei francesi, a San Benedetto Po nel settembre
1703, seguì una serie di rovesci per i piemontesi, costretti a
perdere terre e fortezze: fu abbandonata l'intera Savoia, caddero
le piazzeforti di Susa, Vercelli, Ivrea, Nizza.
Nell'estate 1704 la strada per
Torino sembrava spianata per le truppe franco-spagnole. Rimaneva da
superare la poderosa fortezza di Verrua, che oppose una strenua
resistenza, bloccando per sei mesi la loro avanzata, infliggendo
agli invasori pesanti perdite e permettendo ai piemontesi di
riorganizzarsi.
Solo nell'agosto 1705 i
franco-spagnoli giunsero in vista di Torino. Il generale La
Feuillade decise di attendere la primavera successiva per
attaccare. Un errore che risultò decisivo per l'esito finale dello
scontro.
Le operazioni di assedio furono
avviate il 14 maggio 1706 da 44mila uomini che militavano sotto le
bandiere del re di Francia. Le opere difensive di Torino erano
state irrobustite e perfezionate. La città era completamente
circondata da una grandiosa cerchia di fortificazioni, che si
spingevano fino alla collina di Superga, e completavano il baluardo
costituito dalla magnifica Cittadella, costruita un secolo e mezzo
prima dal Duca Emanuele Filiberto, dopo il trasferimento definitivo
della capitale del Ducato da Chambéry a Torino.
Alla fine di agosto La Feuillade si
apprestava a sferrare l'attacco finale. Ma proprio il 29 agosto si
incontrarono a Carmagnola Vittorio Amedeo II e suo cugino Eugenio
di Savoia, comandante supremo delle truppe austriache, per definire
i particolari della controffensiva. Che - grazie anche al genio
militare di Eugenio - risultò vincente, malgrado il divario di
forze che era a tutto vantaggio dei francesi (che contavano su
circa 10mila uomini in più).
Giunti a Superga, in posizione
sopraelevata, il Principe Eugenio e Vittorio Amedeo di Savoia
osservarono i trinceramenti franco-spagnoli che attorniavano la
città sotto assedio. Dopo di che, le truppe piemontesi (con un buon
rinforzo di austriaci e prussiani) aggirarono la città da sud,
attraversando anche il Po e schierandosi ad ovest, in modo da
"chiudere" gli avversari in una morsa: da un lato la gloriosa
guarnigione torinese che aveva sino ad allora resistito
all'assedio, dall'altro le fresche forze austro-piemontesi. L'ala
sinistra, operante dalla parte della Stura, era comandata da
Vittorio Amedeo, l'ala destra, sotto il comando di Eugenio di
Savoia, operava dalla parte della Dora Riparia. Anche le milizie
assediate in Torino vollero prender parte alla battaglia e dieci
battaglioni, guidati dal conte Daun (che comandava le difese),
uscirono dalla porta Susina e si gettarono sul nemico mentre i
tetti delle più alte case si gremivano di gente desiderosa di
assistere al combattimento che doveva decidere delle sorti della
città.
La battaglia fu aspra. L'impeto dei
confederati fece la differenza. Vittorio Amedeo travolse le difese
nemiche, irrompendo nel loro campo. Dalla parte della Dora i
francesi - quando seppero che dall'altro lato i trinceramenti erano
stati rotti e superati - si ritrassero disordinatamente indietro e
si diedero alla fuga, incalzati fino ad Avellana e decimati dai
montanari nel ripassare le Alpi.
Nella zona pianeggiante che si trova
alla destra del Po, a nord-ovest della città, nella chiesa del
Borgo Vittoria sono ancora conservati i resti dei «caduti della
battaglia del settembre 1706». |