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Onde che trasmettono, gracchiando,
suoni lontani, bollettini di guerra e dichiarazioni di pace. Onde
che trasportano, accarezzando, note e canzoni, ma anche voci che
accompagnano le solitudini notturne, lacrime, risate, speranze,
ricordi. Che raccontano piccole storie, grandi storie e storie
d'amore. Che cullano i naviganti.
Onde che accompagnano i viaggiatori.
Che ballano e fanno ballare. Che fanno compagnia a chi non può
dormire o fanno sognare chi non ne ha voglia. Onde intrappolate
dentro enormi scatole di legno, intagliate in pregiati ricami
liberty. Che fanno vibrare i transistor o saltare le valvole. Onde
in cuffie, che, come conchiglie, rimbombano di suoni di stadio, di
applausi e di fischi. Onde portatili, sempre più piccole ma sempre
più potenti, vibrazioni che arrivano ovunque, superando gli oceani,
i deserti, i grattacieli. Onde su onde che già da ottant'anni ci
cullano, attraversando il grande mare della comunicazione.
È il 6 ottobre del 1924 quando viene
inaugurato in Italia il primo servizio regolare di trasmissione
radiofonica. In realtà, già dalla fine di agosto di quell'anno
viene fondata, con il coinvolgimento di Guglielmo Marconi, l'Unione
Radiofonica Italiana: Eiar prima (Ente Italiano Audizioni
Radiofoniche), e Rai (Radio Audizioni Italiane) poi. Dal punto di
vista puramente tecnologico, se proviamo a ripercorrerne per sommi
capi le tappe principali, vediamo che anche la storia della radio
non è esente da equivoci e luoghi comuni: anche se Marconi aveva
condotto alcuni esperimenti nel 1895 - compiendo poi un importante
collegamento fra l'Inghilterra e la Francia nel 1897, ed
effettuando, il 12 dicembre 1901, la prima trasmissione
transoceanica -, al centro di tali esperimenti era ancora il
telegrafo (alfabeto Morse). Dunque, in effetti, Marconi, come
altri, non aveva pensato che da esperimenti di questo tipo "su
scala globale" potesse scaturire l'invenzione del mezzo
radiofonico.
Le "radiodiffusioni" seguono un
percorso molto differente. Senza ripeterlo passo passo, possiamo
ricordare semplicemente che la prima emittente radiofonica nasce
nel 1920 in America e poi si diffonde in Europa. I primi apparecchi
che si trovano in circolazione sono quelli "a galena", venduti in
un kit di montaggio, e destinati a inventori dilettanti. Del resto
siamo agli esordi, e il pubblico è ancora prevalentemente composto
da sperimentatori curiosi, più interessati alla novità in sé che ai
programmi trasmessi.

Nonostante i limiti tecnologici e
gli elevati costi d'acquisto, la radio entra nelle case con forza e
con grazia: versatile, discreta, eppure capace di cambiare per
sempre la nostra vita. Suoni e voci si offrono all'ascolto
irrompendo come per incanto dal vuoto, da un lungo silenzio
preesistente, iniziano a scandire il ritmo del quotidiano: con i
bollettini meteorologici, i segnali orari e le notizie di borsa, e
poi con i quiz, i radiodrammi, i programmi musicali, i varietà e
molto altro. Come canterà, molti anni dopo, Enzo Iannacci, "ci
vuole orecchio"! E, a pensarci bene, basta solo quello per
lasciarsi trasportare in altri mondi, per divertirsi, informarsi,
per imparare cose nuove.
Dunque sono le 21 del 6 ottobre 1924
quando Maria Luisa Boncompagni - invisibile e perciò immersa nel
fascino e nel mistero che avvolge ciò che si può solo immaginare -,
da dentro la "scatola magica", annuncia il primo programma di
musica. Il palinsesto della serata poi procede con un bollettino
meteo e qualche notizia di Borsa. Il nuovo mezzo comincia subito a
mostrare la sua natura poliedrica: le seriose trasmissioni
propagandistiche e i primi servizi di informazione si alternano a
programmi di musica da camera; le trasmissioni dedicate ai più
piccini lasciano il posto, immediatamente dopo, alle notizie utili
per gli agricoltori, cui seguono eleganti rappresentazioni
teatrali, esilaranti gag comiche e avvincenti cronache
sportive.
Solo quattro anni dopo il suo
debutto, l'Uri, cambiando il nome in Eiar, sotto il controllo di
Galeazzo Ciano affida "in esclusiva" notiziari informativi
all'agenzia Stefani, nata a Torino nel 1853 e voluta da Cavour per
diffondere la sua politica. Insieme agli apparecchi si diffonde
nell'etere la propaganda, mentre qualche anno dopo, nel 1933, gli
italiani - come faranno poi anche quando comparirà la televisione
-, si raccolgono intorno alla nascente Radio Rurale. Nell'attesa di
apparecchi destinati all'uso personale, che si diffonderanno appena
sei anni dopo, per ora l'acquisto è concesso solo agli Enti che
appartengono al Governo e alle Scuole, dando avvio così a quel
processo di alfabetizzazione di cui Mamma Rai si farà carico anni
dopo.
Proprio durante la Seconda guerra
mondiale la radio manifesta il suo incredibile potenziale come
mezzo di persuasione, vera e propria risorsa bellica e avamposto
estremo di una comunicazione: da allora in poi acquisisce un ruolo
sempre più centrale nella vita individuale e collettiva,
alimentando visioni apocalittiche e suscitando, come ogni nuovo
mezzo, paure e interrogativi. Ecco allora Radio Balilla, Radio
Roma, la radio di Goebbels e i cinque minuti per le donne italiane
da un lato. E dall'altro, intanto, Radio Milano Libera, Radio Bari,
Radio Londra, che riproduce la voce del colonnello Stevens.
Finiti i conflitti, la radio è ormai
una realtà a cui non si può e non si vuole rinunciare; le difficili
condizioni della nascente democrazia non impediscono il ricorso al
più potente medium di massa dell'epoca. In un Paese tutto da
ricostruire, si risistemano anche gli impianti e si afferma con
forza Radio Audizioni Italia. La radio si tinge di rosso e di
azzurro sdoppiandosi in due reti, che, nel 1951, diventeranno tre.
La terza rete si occupa di cultura: Indro Montanelli racconta il
'900, c'è Ungaretti con la sua voce cavernosa e tremante; scrittori
che recitano poesie. Il mezzo radiofonico affascina e conquista un
numero crescente di ascoltatori, che vengono raggiunti nelle loro
case da collegamenti realizzati da treni in corsa o da aeroplani in
volo.
Intanto, col passare degli anni,
continua la proliferazione di generi e il progressivo arricchimento
di quei serbatoi che costituiranno una preziosissima risorsa cui
attingerà la futura televisione. E se la tivvù costituisce
senz'altro uno dei più evidenti segni di una vittoria della civiltà
dell'immagine e dell'apparire, la radio rimane saldamente al suo
posto, rafforzandosi negli spazi domestici e di consumo dove già è
radicata, e colonizzando quelli in cui, per ovvi problemi di
fruizione o di tecnologia, il piccolo schermo non può ancora
insinuarsi.
La motorizzazione italiana è
scandita, allora, dalle immagini cinematografiche de Il Sorpasso,
ma anche dai chiassosi acuti delle prime autoradio. I movimenti
giovanili di protesta del '68, allo stesso modo, sono accompagnati
dal fervore ideologico e dallo schiudersi di quei cento fiori che
inaugureranno la nuova stagione delle radio libere.
Nel '69, con "Chiamate Roma 3131",
per la prima volta il pubblico - che raggiunge picchi di 10 milioni
- interagisce con il mezzo: si chiama da casa e si discute di
problemi di ogni tipo. Le voci che arricchiscono il palinsesto,
alternandosi nei diversi generi, sono tantissime: Enrico Ameri,
Gino Bramieri, Raimondo Vianello, poi Renzo Arbore e Gianni
Boncompagni, Enrico Vaime, Corrado Mantoni. Solo per citarne
alcune.
Non più e non solo il rock, quindi,
ma anche la radio che parla e si confronta con i suoi ascoltatori,
quella che innova, si diverte e riscuote un "Alto gradimento", e
quella dei disk jockey, futuri guru del media-system. Saranno molti
i professionisti del mezzo radiofonico a passare alla sorella
maggiore tivvù, portandosi dietro il loro bagaglio d'esperienza, di
passione, di energia e mostrandosi agli italiani che, fino a poco
prima, avevano potuto soltanto immaginarne le fattezze.
La radio, oggi, è un mezzo che ci
appartiene, come una compagna che ci sembrava un po' ingrigita al
confronto con le scintillanti immagini delle seduzioni del video, e
che invece molti di noi mostrano di aver riscoperto, in virtù delle
sue inesauribili capacità di innovazione e trasformismo, nel
recupero di uno stile di consumo mediale che più si adatta ad un
ritmo di vita ogni giorno più frenetico e mobile.
La radio, oggi, dai suoi ottant'anni
di attività, continua a guardare con smaliziata ironia gli altri
mezzi di comunicazione, senza più timori di venirne assorbita,
cannibalizzata o superata. Continua a parlare, dall'alto dei tetti
e da piccole antenne, entrando "in punta di piedi" dentro le case,
le automobili, gli auricolari, assecondando il ritmo a volte
placido, a volte travolgente, di un'incessante marea: di
informazioni, di musica, di intrattenimento, che si propaga
attraverso migliaia di onde. Onde su onde. On the
air. |