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Quelle voci on the air

Ottant'anni di comunicazione, informazione, musica e chiacchiere via etere. Tanti infatti ne sono passati dalla prima trasmissione radiofonica italiana

Una radio ricevitore a sette valvole del 1927, di fabbricazione italiana.

Onde che trasmettono, gracchiando, suoni lontani, bollettini di guerra e dichiarazioni di pace. Onde che trasportano, accarezzando, note e canzoni, ma anche voci che accompagnano le solitudini notturne, lacrime, risate, speranze, ricordi. Che raccontano piccole storie, grandi storie e storie d'amore. Che cullano i naviganti.

Onde che accompagnano i viaggiatori. Che ballano e fanno ballare. Che fanno compagnia a chi non può dormire o fanno sognare chi non ne ha voglia. Onde intrappolate dentro enormi scatole di legno, intagliate in pregiati ricami liberty. Che fanno vibrare i transistor o saltare le valvole. Onde in cuffie, che, come conchiglie, rimbombano di suoni di stadio, di applausi e di fischi. Onde portatili, sempre più piccole ma sempre più potenti, vibrazioni che arrivano ovunque, superando gli oceani, i deserti, i grattacieli. Onde su onde che già da ottant'anni ci cullano, attraversando il grande mare della comunicazione.

È il 6 ottobre del 1924 quando viene inaugurato in Italia il primo servizio regolare di trasmissione radiofonica. In realtà, già dalla fine di agosto di quell'anno viene fondata, con il coinvolgimento di Guglielmo Marconi, l'Unione Radiofonica Italiana: Eiar prima (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche), e Rai (Radio Audizioni Italiane) poi. Dal punto di vista puramente tecnologico, se proviamo a ripercorrerne per sommi capi le tappe principali, vediamo che anche la storia della radio non è esente da equivoci e luoghi comuni: anche se Marconi aveva condotto alcuni esperimenti nel 1895 - compiendo poi un importante collegamento fra l'Inghilterra e la Francia nel 1897, ed effettuando, il 12 dicembre 1901, la prima trasmissione transoceanica -, al centro di tali esperimenti era ancora il telegrafo (alfabeto Morse). Dunque, in effetti, Marconi, come altri, non aveva pensato che da esperimenti di questo tipo "su scala globale" potesse scaturire l'invenzione del mezzo radiofonico.

Le "radiodiffusioni" seguono un percorso molto differente. Senza ripeterlo passo passo, possiamo ricordare semplicemente che la prima emittente radiofonica nasce nel 1920 in America e poi si diffonde in Europa. I primi apparecchi che si trovano in circolazione sono quelli "a galena", venduti in un kit di montaggio, e destinati a inventori dilettanti. Del resto siamo agli esordi, e il pubblico è ancora prevalentemente composto da sperimentatori curiosi, più interessati alla novità in sé che ai programmi trasmessi.

Maria Luisa Boncompagni, quando, il 6 ottobre del 1924, alle ore 21, fece il suo primo annuncio: si trattava di un progrtamma musicale.

Nonostante i limiti tecnologici e gli elevati costi d'acquisto, la radio entra nelle case con forza e con grazia: versatile, discreta, eppure capace di cambiare per sempre la nostra vita. Suoni e voci si offrono all'ascolto irrompendo come per incanto dal vuoto, da un lungo silenzio preesistente, iniziano a scandire il ritmo del quotidiano: con i bollettini meteorologici, i segnali orari e le notizie di borsa, e poi con i quiz, i radiodrammi, i programmi musicali, i varietà e molto altro. Come canterà, molti anni dopo, Enzo Iannacci, "ci vuole orecchio"! E, a pensarci bene, basta solo quello per lasciarsi trasportare in altri mondi, per divertirsi, informarsi, per imparare cose nuove.

Dunque sono le 21 del 6 ottobre 1924 quando Maria Luisa Boncompagni - invisibile e perciò immersa nel fascino e nel mistero che avvolge ciò che si può solo immaginare -, da dentro la "scatola magica", annuncia il primo programma di musica. Il palinsesto della serata poi procede con un bollettino meteo e qualche notizia di Borsa. Il nuovo mezzo comincia subito a mostrare la sua natura poliedrica: le seriose trasmissioni propagandistiche e i primi servizi di informazione si alternano a programmi di musica da camera; le trasmissioni dedicate ai più piccini lasciano il posto, immediatamente dopo, alle notizie utili per gli agricoltori, cui seguono eleganti rappresentazioni teatrali, esilaranti gag comiche e avvincenti cronache sportive.

Solo quattro anni dopo il suo debutto, l'Uri, cambiando il nome in Eiar, sotto il controllo di Galeazzo Ciano affida "in esclusiva" notiziari informativi all'agenzia Stefani, nata a Torino nel 1853 e voluta da Cavour per diffondere la sua politica. Insieme agli apparecchi si diffonde nell'etere la propaganda, mentre qualche anno dopo, nel 1933, gli italiani - come faranno poi anche quando comparirà la televisione -, si raccolgono intorno alla nascente Radio Rurale. Nell'attesa di apparecchi destinati all'uso personale, che si diffonderanno appena sei anni dopo, per ora l'acquisto è concesso solo agli Enti che appartengono al Governo e alle Scuole, dando avvio così a quel processo di alfabetizzazione di cui Mamma Rai si farà carico anni dopo.

Proprio durante la Seconda guerra mondiale la radio manifesta il suo incredibile potenziale come mezzo di persuasione, vera e propria risorsa bellica e avamposto estremo di una comunicazione: da allora in poi acquisisce un ruolo sempre più centrale nella vita individuale e collettiva, alimentando visioni apocalittiche e suscitando, come ogni nuovo mezzo, paure e interrogativi. Ecco allora Radio Balilla, Radio Roma, la radio di Goebbels e i cinque minuti per le donne italiane da un lato. E dall'altro, intanto, Radio Milano Libera, Radio Bari, Radio Londra, che riproduce la voce del colonnello Stevens.

Finiti i conflitti, la radio è ormai una realtà a cui non si può e non si vuole rinunciare; le difficili condizioni della nascente democrazia non impediscono il ricorso al più potente medium di massa dell'epoca. In un Paese tutto da ricostruire, si risistemano anche gli impianti e si afferma con forza Radio Audizioni Italia. La radio si tinge di rosso e di azzurro sdoppiandosi in due reti, che, nel 1951, diventeranno tre. La terza rete si occupa di cultura: Indro Montanelli racconta il '900, c'è Ungaretti con la sua voce cavernosa e tremante; scrittori che recitano poesie. Il mezzo radiofonico affascina e conquista un numero crescente di ascoltatori, che vengono raggiunti nelle loro case da collegamenti realizzati da treni in corsa o da aeroplani in volo.

Intanto, col passare degli anni, continua la proliferazione di generi e il progressivo arricchimento di quei serbatoi che costituiranno una preziosissima risorsa cui attingerà la futura televisione. E se la tivvù costituisce senz'altro uno dei più evidenti segni di una vittoria della civiltà dell'immagine e dell'apparire, la radio rimane saldamente al suo posto, rafforzandosi negli spazi domestici e di consumo dove già è radicata, e colonizzando quelli in cui, per ovvi problemi di fruizione o di tecnologia, il piccolo schermo non può ancora insinuarsi.

La motorizzazione italiana è scandita, allora, dalle immagini cinematografiche de Il Sorpasso, ma anche dai chiassosi acuti delle prime autoradio. I movimenti giovanili di protesta del '68, allo stesso modo, sono accompagnati dal fervore ideologico e dallo schiudersi di quei cento fiori che inaugureranno la nuova stagione delle radio libere.

Nel '69, con "Chiamate Roma 3131", per la prima volta il pubblico - che raggiunge picchi di 10 milioni - interagisce con il mezzo: si chiama da casa e si discute di problemi di ogni tipo. Le voci che arricchiscono il palinsesto, alternandosi nei diversi generi, sono tantissime: Enrico Ameri, Gino Bramieri, Raimondo Vianello, poi Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, Enrico Vaime, Corrado Mantoni. Solo per citarne alcune.

Non più e non solo il rock, quindi, ma anche la radio che parla e si confronta con i suoi ascoltatori, quella che innova, si diverte e riscuote un "Alto gradimento", e quella dei disk jockey, futuri guru del media-system. Saranno molti i professionisti del mezzo radiofonico a passare alla sorella maggiore tivvù, portandosi dietro il loro bagaglio d'esperienza, di passione, di energia e mostrandosi agli italiani che, fino a poco prima, avevano potuto soltanto immaginarne le fattezze.

La radio, oggi, è un mezzo che ci appartiene, come una compagna che ci sembrava un po' ingrigita al confronto con le scintillanti immagini delle seduzioni del video, e che invece molti di noi mostrano di aver riscoperto, in virtù delle sue inesauribili capacità di innovazione e trasformismo, nel recupero di uno stile di consumo mediale che più si adatta ad un ritmo di vita ogni giorno più frenetico e mobile.

La radio, oggi, dai suoi ottant'anni di attività, continua a guardare con smaliziata ironia gli altri mezzi di comunicazione, senza più timori di venirne assorbita, cannibalizzata o superata. Continua a parlare, dall'alto dei tetti e da piccole antenne, entrando "in punta di piedi" dentro le case, le automobili, gli auricolari, assecondando il ritmo a volte placido, a volte travolgente, di un'incessante marea: di informazioni, di musica, di intrattenimento, che si propaga attraverso migliaia di onde. Onde su onde. On the air.

Laura Chiaronzi