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«...che in America voglio andar...»

Protrattasi per più di cento anni, l'emigrazione italiana fu un fenomeno imponente, zeppo di episodi catastrofici, in gran parte dimenticati. Un passato che, però, non è giusto cancellare

Dalla seconda metà dell'Ottocento, e per oltre un secolo, furono milioni gli italiani costretti ad abbandonare la propria terra e ad imbarcarsi sulle navi della speranza

Tanto di cappello ad Umberto Eco, che con il suo ultimo romanzo, La misteriosa fiamma della regina Loana, compie una encomiabile operazione culturale, parlando dell'importanza della memoria episodica, dei propri affetti e della propria storia. Un'operazione indispensabile oggi in Italia, perché sono troppi ad avere la memoria corta e a far annegare nel buio degli archivi perfino eventi rilevanti della storia nazionale.

Innumerevoli potrebbero essere le esemplificazioni, ma ce ne è una rilevante e che l'attualità suggerisce con forza: l'emigrazione. Quasi ogni settimana, infatti, i mass media parlano delle peripezie e dei drammi di quanti, partendo da zone relativamente vicine, vengono a cercare ausilio e lavoro da noi. Cronisti ed intervistatori non mancano di ricordare che anche gli italiani, un tempo, emigrarono. E lì finisce.

L'emigrazione italiana, invece, è stata un fenomeno imponente, protrattosi per quasi cento anni, zeppo di eventi catastrofici, con l'affondamento di decine di grosse navi e la morte di migliaia e migliaia di persone. Con speculazioni spudorate ed episodi agghiaccianti. Certo, le pubblicazioni del tempo ne parlarono, e più volte le copertine della famosa Domenica del Corriere fissarono momenti tragici di sciagure in mare; ma quasi sempre, poi, tutto finiva nel dimenticatoio e le relazioni ufficiali - quando c'erano - restavano a dormire nei cassetti delle autorità. E gradatamente, tutto, o quasi tutto, si è sperduto nelle lontananze degli anni che corrono via veloci.

Sì: libri, ed anche film, non sono mancati, ma ci sembra che non si siano fissati nella memoria popolare. Pertanto, ci piace ricordare in tale contesto Odissee: italiani sulle rotte del sogno e del dolore, un recente libro di Gian Antonio Stella, inviato ed editorialista del Corriere della Sera. In sostanza un lungo racconto che si fa romanzo drammatico e apre uno spaccato toccante su un passato quantomeno trascurato, dal quale non è possibile prescindere per comprendere le radici dell'Italia d'oggi.

Stella, molto opportunamente, descrive le condizioni miserrime in cui vivevano le genti di campagna del nostro Paese da poco unificato e che sono la causa principale del distacco da una terra amara. Cominciamo da lì, dunque. Dalla miseria e dal colera, e fissiamo una data: il settembre del 1884, giusto 120 anni orsono, quando il sindaco di Stigliano, in provincia di Reggio Calabria, invia una allarmante comunicazione al sottoprefetto di Gerace per informarlo che il popolo crede che il colera, esploso in quegli ultimi giorni, non sia una malattia ma un veleno sparso da amministratori e medici ed è pronto ad ammassare fascine per bruciare tutte le misere abitazioni del paese.

Stringi stringi, però, non succede niente e l'epidemia, favorita dalle pessime condizioni igieniche, si diffonde come un lampo. Dopo la Calabria è la volta della Campania e a Napoli, il 13 e il 14 dello stesso mese, una marea di dimostranti, di fronte alle centinaia di morti (saranno ottomila nell'intero 1884) scende in piazza e affronta gli agenti, cercando di dar fuoco al municipio. Il terribile colera si diffonde. Sale a nord, nel Veneto e non solo, perché le condizioni di vita sono simili, ovunque: luridume nelle case modeste, insetti, assenza di biancheria. Poi, lentamente, l'ondata si placa, ma la miseria resta e nelle piazzette dei borghi arrivano tipi sconosciuti: gl'imbonitori. Parlano di regioni lontane, oltre i monti e oltre i mari, dove la terra è fertile, tutto è pulito e si fanno soldi a palate.

Parlano dell'America del Nord, del Brasile e perfino dell'Australia. Fanno vedere cartine e disegni affascinanti e l'immagine del paradiso in Terra corre di bocca in bocca, da truffatore a truffatore, ed entra nelle case scrostate e sbilenche. Legioni di contadini, di fittavoli, di piccoli coltivatori diretti parlano e sognano e decidono di partire. Si può vendere per poco la casa e l'orto, e con quei soldi acquistare dagli imbonitori stessi e dagli agenti delle compagnie di navigazione il biglietto di viaggio di terza classe comprendente il vitto (che si rivelerà pessimo), e correre a Napoli o a Genova per imbarcarsi. Trenta giorni di navigazione e apparirà all'orizzonte la terra promessa.

E sono migliaia le famiglie che tagliano tutti i ponti alle proprie spalle e vanno incontro all'avventura. «Odissee interminabili», scrive sul suo libro commovente Gian Antonio Stella, «che potevano durare mesi e cominciavano spesso con lunghe marce a piedi dal borgo natio, le spalle cariche di fagotti ed i figli piccoli in braccio, i pochi soldi cuciti nelle braghe, per finire dopo mille trasbordi su somari, carretti e treni e piroscafi e ancora treni e carretti e somari, con nuove lunghe marce là dove il destino o un affabulatore bastardo aveva fissato il luogo finale della deportazione». Io stesso ricordo - ero ragazzo - taluni racconti dei vecchi del paese. Dicevano dei cantastorie che accennavano i motivetti più in voga: "Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar…", "Andremo in Transilvania a menar la carioleta che l'Italia povareta non ga bessi de pagar…", "Partono i bastimenti, per terre assai lontane, cantano a bordo e son napoletani". E qualcuno, più informato, non capiva perché cantassero, in quanto la paura per la traversata dell'oceano era grande e le notizie di naufragi tragici frequenti.

Comunque, gli anni pionieristici di fine Ottocento finiscono e il Novecento fa la sua baldanzosa entrata. Per le persone abbienti si aprono le porte dei caffè-concerto, dove le "sciantose" cantano Valentia e fanno la mossa. Per gli altri non cambia molto. Si seguita a zappare, ad andare in fabbrica dieci ore al giorno, in miniera, in filanda e a spazzare i camini di borghi e città. E gli emigranti seguitano a partire a migliaia, a milioni, mentre gl'imbonitori seguitano a fare affari d'oro. Anche se il rischio delle traversate allucinanti è sempre presente e le tristi vicende vengono talvolta raccontate dai menestrelli di strada.

Ma molti di quei lunghi viaggi oltreoceano, come scrive Stella nel suo libro Odissee, furono segnati da morte e tragici disastri.

Tornano, così, a galla sul lago della memoria, burrasche terribili, rotte sbagliate per mancanza di strumenti adeguati, inganni. E gli emigranti a bordo son così tanti che le sempre miserabili stive non bastano più e intere famiglie con figli piccoli vengono ammucchiate in coperta con i loro fagotti, che fanno da schermo agli insulti del vento. Torna in mente l'incredibile naufragio del "Sirio", finito sugli scogli della costa spagnola: fatalità colpevole perché il comandante non disponeva di carte nautiche, e fa venire la nausea la crudele sorte di un gruppo di emigranti trentini sbarcato nel Belize (in Centro America), invece che in Brasile. E la lunga agonia della "Carlo Raggio", che, con il colera imperversante a bordo (frequentissimo in quei viaggi con centinaia e centinaia di emigranti ammassati in stive luride), tentò di approdare in Sud America, fu respinta a cannonate e costretta a girovagare sulla rotta del ritorno, mentre quattro passeggeri al giorno se ne andavano al Creatore e i loro cadaveri venivano calati in mare.

Nonostante tutto, l'emigrazione degli italiani non si arresta. L'elenco delle navi colate a picco si allunga e si allunga la pubblicistica su quel fenomeno inarrestabile. Sempre Stella su Odissee racconta, da par suo, le scene raccapriccianti avvenute in occasione del naufragio di "Utopia", di due armatori di Glasgow, speronata nella baia di Gibilterra e sparita sott'acqua nonostante la presenza di varie navi militari e civili. Doveva andare a New York e aveva a bordo 813 italiani.

Nell'ultimo dopoguerra la fuga degli italiani in cerca di lavoro all'estero non cessa, ma si attenua e punta verso mete più vicine. Alcuni grossi problemi di viaggio, d'inserimento e di discriminazione restano. Il cinema, i giornali e la radio cercano di sottoporli all'attenzione dell'opinione pubblica. Il mare, immenso e infido, resta ancora il protagonista di questi espatri. S'impone il viaggio su navi migliori, su aerei che, ovviamente, abbreviano i tempi ed eliminano fatiche e sofferenze. La strage nella miniera di Marcinelle e alcune tristi vicende in altre parti del mondo sono un doloroso ricordo.

La storia, purtroppo, tende a ripetersi. Ora protagonisti dell'emigrazione sono uomini, donne e bambini di altri Paesi, che sfuggono altre realtà. Ma riesumare gli avvenimenti di ieri, dimenticati o sopiti, ci pare una cosa buona, giusta e dovuta, perché la rimembranza è sacrosanta in una società che tende sempre più a rimuovere il dolore.

Renato Terrosi