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Tanto di cappello ad Umberto Eco,
che con il suo ultimo romanzo, La misteriosa fiamma della regina
Loana, compie una encomiabile operazione culturale, parlando
dell'importanza della memoria episodica, dei propri affetti e della
propria storia. Un'operazione indispensabile oggi in Italia, perché
sono troppi ad avere la memoria corta e a far annegare nel buio
degli archivi perfino eventi rilevanti della storia nazionale.
Innumerevoli potrebbero essere le
esemplificazioni, ma ce ne è una rilevante e che l'attualità
suggerisce con forza: l'emigrazione. Quasi ogni settimana, infatti,
i mass media parlano delle peripezie e dei drammi di quanti,
partendo da zone relativamente vicine, vengono a cercare ausilio e
lavoro da noi. Cronisti ed intervistatori non mancano di ricordare
che anche gli italiani, un tempo, emigrarono. E lì finisce.
L'emigrazione italiana, invece, è
stata un fenomeno imponente, protrattosi per quasi cento anni,
zeppo di eventi catastrofici, con l'affondamento di decine di
grosse navi e la morte di migliaia e migliaia di persone. Con
speculazioni spudorate ed episodi agghiaccianti. Certo, le
pubblicazioni del tempo ne parlarono, e più volte le copertine
della famosa Domenica del Corriere fissarono momenti tragici di
sciagure in mare; ma quasi sempre, poi, tutto finiva nel
dimenticatoio e le relazioni ufficiali - quando c'erano - restavano
a dormire nei cassetti delle autorità. E gradatamente, tutto, o
quasi tutto, si è sperduto nelle lontananze degli anni che corrono
via veloci.
Sì: libri, ed anche film, non sono
mancati, ma ci sembra che non si siano fissati nella memoria
popolare. Pertanto, ci piace ricordare in tale contesto Odissee:
italiani sulle rotte del sogno e del dolore, un recente libro di
Gian Antonio Stella, inviato ed editorialista del Corriere della
Sera. In sostanza un lungo racconto che si fa romanzo drammatico e
apre uno spaccato toccante su un passato quantomeno trascurato, dal
quale non è possibile prescindere per comprendere le radici
dell'Italia d'oggi.
Stella, molto opportunamente,
descrive le condizioni miserrime in cui vivevano le genti di
campagna del nostro Paese da poco unificato e che sono la causa
principale del distacco da una terra amara. Cominciamo da lì,
dunque. Dalla miseria e dal colera, e fissiamo una data: il
settembre del 1884, giusto 120 anni orsono, quando il sindaco di
Stigliano, in provincia di Reggio Calabria, invia una allarmante
comunicazione al sottoprefetto di Gerace per informarlo che il
popolo crede che il colera, esploso in quegli ultimi giorni, non
sia una malattia ma un veleno sparso da amministratori e medici ed
è pronto ad ammassare fascine per bruciare tutte le misere
abitazioni del paese.
Stringi stringi, però, non succede
niente e l'epidemia, favorita dalle pessime condizioni igieniche,
si diffonde come un lampo. Dopo la Calabria è la volta della
Campania e a Napoli, il 13 e il 14 dello stesso mese, una marea di
dimostranti, di fronte alle centinaia di morti (saranno ottomila
nell'intero 1884) scende in piazza e affronta gli agenti, cercando
di dar fuoco al municipio. Il terribile colera si diffonde. Sale a
nord, nel Veneto e non solo, perché le condizioni di vita sono
simili, ovunque: luridume nelle case modeste, insetti, assenza di
biancheria. Poi, lentamente, l'ondata si placa, ma la miseria resta
e nelle piazzette dei borghi arrivano tipi sconosciuti:
gl'imbonitori. Parlano di regioni lontane, oltre i monti e oltre i
mari, dove la terra è fertile, tutto è pulito e si fanno soldi a
palate.
Parlano dell'America del Nord, del
Brasile e perfino dell'Australia. Fanno vedere cartine e disegni
affascinanti e l'immagine del paradiso in Terra corre di bocca in
bocca, da truffatore a truffatore, ed entra nelle case scrostate e
sbilenche. Legioni di contadini, di fittavoli, di piccoli
coltivatori diretti parlano e sognano e decidono di partire. Si può
vendere per poco la casa e l'orto, e con quei soldi acquistare
dagli imbonitori stessi e dagli agenti delle compagnie di
navigazione il biglietto di viaggio di terza classe comprendente il
vitto (che si rivelerà pessimo), e correre a Napoli o a Genova per
imbarcarsi. Trenta giorni di navigazione e apparirà all'orizzonte
la terra promessa.
E sono migliaia le famiglie che
tagliano tutti i ponti alle proprie spalle e vanno incontro
all'avventura. «Odissee interminabili», scrive sul suo libro
commovente Gian Antonio Stella, «che potevano durare mesi e
cominciavano spesso con lunghe marce a piedi dal borgo natio, le
spalle cariche di fagotti ed i figli piccoli in braccio, i pochi
soldi cuciti nelle braghe, per finire dopo mille trasbordi su
somari, carretti e treni e piroscafi e ancora treni e carretti e
somari, con nuove lunghe marce là dove il destino o un affabulatore
bastardo aveva fissato il luogo finale della deportazione». Io
stesso ricordo - ero ragazzo - taluni racconti dei vecchi del
paese. Dicevano dei cantastorie che accennavano i motivetti più in
voga: "Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar…",
"Andremo in Transilvania a menar la carioleta che l'Italia povareta
non ga bessi de pagar…", "Partono i bastimenti, per terre assai
lontane, cantano a bordo e son napoletani". E qualcuno, più
informato, non capiva perché cantassero, in quanto la paura per la
traversata dell'oceano era grande e le notizie di naufragi tragici
frequenti.
Comunque, gli anni pionieristici di
fine Ottocento finiscono e il Novecento fa la sua baldanzosa
entrata. Per le persone abbienti si aprono le porte dei
caffè-concerto, dove le "sciantose" cantano Valentia e fanno la
mossa. Per gli altri non cambia molto. Si seguita a zappare, ad
andare in fabbrica dieci ore al giorno, in miniera, in filanda e a
spazzare i camini di borghi e città. E gli emigranti seguitano a
partire a migliaia, a milioni, mentre gl'imbonitori seguitano a
fare affari d'oro. Anche se il rischio delle traversate allucinanti
è sempre presente e le tristi vicende vengono talvolta raccontate
dai menestrelli di strada.

Tornano, così, a galla sul lago
della memoria, burrasche terribili, rotte sbagliate per mancanza di
strumenti adeguati, inganni. E gli emigranti a bordo son così tanti
che le sempre miserabili stive non bastano più e intere famiglie
con figli piccoli vengono ammucchiate in coperta con i loro
fagotti, che fanno da schermo agli insulti del vento. Torna in
mente l'incredibile naufragio del "Sirio", finito sugli scogli
della costa spagnola: fatalità colpevole perché il comandante non
disponeva di carte nautiche, e fa venire la nausea la crudele sorte
di un gruppo di emigranti trentini sbarcato nel Belize (in Centro
America), invece che in Brasile. E la lunga agonia della "Carlo
Raggio", che, con il colera imperversante a bordo (frequentissimo
in quei viaggi con centinaia e centinaia di emigranti ammassati in
stive luride), tentò di approdare in Sud America, fu respinta a
cannonate e costretta a girovagare sulla rotta del ritorno, mentre
quattro passeggeri al giorno se ne andavano al Creatore e i loro
cadaveri venivano calati in mare.
Nonostante tutto, l'emigrazione
degli italiani non si arresta. L'elenco delle navi colate a picco
si allunga e si allunga la pubblicistica su quel fenomeno
inarrestabile. Sempre Stella su Odissee racconta, da par suo, le
scene raccapriccianti avvenute in occasione del naufragio di
"Utopia", di due armatori di Glasgow, speronata nella baia di
Gibilterra e sparita sott'acqua nonostante la presenza di varie
navi militari e civili. Doveva andare a New York e aveva a bordo
813 italiani.
Nell'ultimo dopoguerra la fuga degli
italiani in cerca di lavoro all'estero non cessa, ma si attenua e
punta verso mete più vicine. Alcuni grossi problemi di viaggio,
d'inserimento e di discriminazione restano. Il cinema, i giornali e
la radio cercano di sottoporli all'attenzione dell'opinione
pubblica. Il mare, immenso e infido, resta ancora il protagonista
di questi espatri. S'impone il viaggio su navi migliori, su aerei
che, ovviamente, abbreviano i tempi ed eliminano fatiche e
sofferenze. La strage nella miniera di Marcinelle e alcune tristi
vicende in altre parti del mondo sono un doloroso ricordo.
La storia, purtroppo, tende a
ripetersi. Ora protagonisti dell'emigrazione sono uomini, donne e
bambini di altri Paesi, che sfuggono altre realtà. Ma riesumare gli
avvenimenti di ieri, dimenticati o sopiti, ci pare una cosa buona,
giusta e dovuta, perché la rimembranza è sacrosanta in una società
che tende sempre più a rimuovere il
dolore. |