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Quelle perle nel blu

In questo numero parte una crociera tra gli arcipelaghi più belli dei nostri mari. Come guida visiva le eccezionali immagini di un maestro della fotografia: Folco Quilici. Prima tappa: le sette isole toscane e le Egadi

Una Spiaggia dell'Asinara

A bordo di un fantasioso veliero governato dal grande navigatore, romanziere, naturalista Folco Quilici, con l'ufficiale in seconda nella persona dell'apprezzato fotografo Luca Tamagnini, collaboratore più stretto del Comandante, lasciati gli ormeggi delle isole toscane e delle Egadi - raccontate fotograficamente nello scorso numero di luglio - eccoci con la prua e le vele al vento verso le altrettanto splendide aree protette che sono l'Asinara e le isole Tremiti. L'armatore è sempre lo stesso: il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio, committente di questo viaggio immaginoso che ci porterà a godere le iconografie più suggestive dei paesaggi e delle più azzurre profondità marine delle nostre mete.

L'ASINARA. Trovo riguardevole riservare l'illustrazione di questa splendida gemma di territorio alle parole del Ministro dell'Ambiente e della Tutela del Territorio, Altero Matteoli. Nella presentazione del volume monografico "l'armatore" chiarisce come l'isola risulta "mitica sin dal tempo delle prime navigazioni e dei primi stanziamenti insulari e resta tale per la sua bellezza e le biodiversità terrestri e marine che interagiscono e si offrono all'ammirazione e allo studio, dopo il lungo umiliante secolo in cui fu praticamente inaccessibile ai visitatori. Finalmente aperta a tutti, l'Asinara intende simboleggiare - lei così antica -, una moderna concezione di area protetta, ovvero di territorio salvo dalle contaminazioni o addirittura dalle distruzioni che hanno dissacrato altri ambienti di simile bellezza. Nel perimetro di regole severe e precise, essa si offre oggi, a chi voglia conoscerla, nei suoi singolari ecosistemi a terra e in mare. Ecosistemi che qui, in questa sinuosa e altera isola al centro del Mediterraneo, convivono da millenni con l'essere dall'invadenza sempre più pericolosa: l'uomo, che finalmente, però, sembra aver compreso quali vantaggi può ricavare la qualità della sua vita se saprà contenere la sua arrogante invadenza".

Dell'Asinara, anche gli aspetti geologici risultano di notevole interesse: per la sua antichissima genesi, per alcuni affioramenti particolari, per le forme e i paesaggi che vento e mare hanno forgiato sulle sue rocce. L'isola è un susseguirsi di tali affioramenti, di bellissime morfologie rotondeggianti di granito e di placche di rocce metamorfiche di vario tipo. Qui il granito è attraversato da numerosi filoni, intesi come riempimento di fratture generatesi nella massa, che assumono diversa composizione e colore. Altra importante caratteristica del paesaggio geologico è rappresentata dai "tafoni", cavità grandi e piccole prodotte soprattutto dall'azione del vento e dei granuli di sabbia che esso trasporta, usati dai pastori e dal bestiame che vive nell'isola per difendersi dalle intemperie.

LE ISOLE TREMITI. L'arcipelago conta quattro piccole e preziose terre bagnate dall'Adriatico, a poche miglia dalla costa garganica: San Nicola, San Domino, Caprara e Pianosa. A dar retta al mito, l'eroe omerico Diomede, esule da Argo, si rifugiò sulle coste del Gargano. Qui, dopo aver disegnato i confini del suo nuovo regno con grandi massi portati dalla patria, ne gettò in mare tre giganteschi che gli erano avanzati. Questi misteriosamente riemersero, dando vita all'unico arcipelago italiano del Mar Adriatico. Circondate da altri piccoli e grandi scogli, le tre isole maggiori, insieme alla più lontana Pianosa, fanno parte dal 1989 dell'Area Marina Protetta delle Isole Tremiti. Un immenso patrimonio di natura e storia, di terra e di mare, un arcipelago in miniatura che sorprende il visitatore per la spettacolarità dell'ambiente naturale, la ricchezza dei fondali e l'intensità delle vicende storiche che lo hanno segnato.

Il mare delle Isole Tremiti

SAN NICOLA. Secondo Benedetto Cocarella di Vercelli, monaco lateranense, l'appellativo San Nicola si ricondurrebbe al nome dell'eremita che nel 311 d.C. edificò il primo insediamento sull'isola, dalle cui rovine sorse più tardi l'Abbazia di Santa Maria a Mare. Superata la Tagliata, nella parte nord dell'isola, si raggiunge una vasta area pianeggiante denominata Pianoro di San Nicola. Quest'area, un tempo coltivata dai monaci e oggi completamente disabitata, è tornata selvaggia e offre rifugio tra gli anfratti delle scoscese scogliere a diverse specie di avifauna dell'arcipelago, come il gabbiano reale, il rondone e il gheppio. Più a sud, all'altezza del Cavaliere di San Nicolò, a circa 80 metri dalla parete, su un fondale sabbioso giacciono i resti di un relitto romano con il carico praticamente intatto.

SAN DOMINIO. San Dominio è l'isola più estesa dell'arcipelago, la più elevata, con i 116 metri della "vetta" del Colle dell'Eremita. L'isola è anche quella che rivela le tracce più antiche della presenza umana, con insediamenti databili dal VII al III millennio a.C. I monaci lateranensi, che hanno abitato la vicina San Nicola, hanno definito l'Isola di San Dominio «Orto del Paradiso», proprio per esprimere il rigoglio selvaggio della macchia mediterranea e dei boschi di lecci e pini che ricoprono ancora oggi gran parte del territorio. Se San Nicola costituisce un'attrattiva per la sua storia e le imponenti fortificazioni, San Domino ne costituisce un complemento per i suoi aspetti paesaggistici, tanto da farne il centro di ricezione turistica dell'intero arcipelago. L'isola è infatti un'esplosione di colori e profumi, con una folta macchia di lentisco, rosmarino, cisto, mirto, euforbia arborea e cineraria. Si tratta quasi certamente di una vegetazione autoctona e la sua vastità confermerebbe le maliziose dicerie circa la smoderatezza dei costumi dei monaci della vicina San Nicola, che sembra fossero soliti piantare sull'isola vicina un albero per ogni peccato commesso.

CAPRARA. Questa isola è chiamata Caprara, ma anche Capraia, Cappera, Caperaia o Capperaia. I monaci nel XV e XVI secolo la chiamarono così "dalla gran copia di caperi che vi nascono". Dal tempo in cui l'isola era abitata dai monaci, si coltivavano ortaggi, vigneti e nei boschi si esercitava la caccia al capriolo. Sin quarant'anni fa sull'isola venivano coltivati, nella parte pianeggiante, vari cereali. Ora cresce abbondante il lentisco, prima raccolto in fascine e usato nei forni per la panificazione. Unico segno della presenza umana rimane il faro, che guida la navigazione nello stretto tratto di mare che la separa da San Nicola e un rudere, probabilmente utilizzato come deposito per gli attrezzi di lavoro. La vegetazione è ridotta ad una stentata gariga di graminacee, artemisie, cardi, euforbie, lentischi e da una pianta endemica, la centaurea diomedea. Sull'isola vivono, in quantità, i conigli selvatici che scavano profonde tane, spesso al di sotto della copertura di arbusti. Pur essendo animali che si muovono generalmente di notte, l'assenza di disturbo provocato dall'uomo e il numero esiguo dei predatori rendono possibile il loro avvistamento anche di giorno. La scarsa fauna terrestre è compensata dalla ricca fauna marina che, grazie al divieto di pesca subacquea, sportiva e professionale, si riproduce copiosa.

PIANOSA. L'Isola di Pianosa si trova a circa 11 miglia nautiche a nord-nord-est dell'arcipelago tremitese. Sino alla profondità di 80 metri vi insiste il regime di riserva integrale (divieto di transito, balneazione e pesca). Geologicamente è costituita da un unico blocco di roccia calcareo-dolomitica inclinato verso sud, con la massima elevazione naturale pari a 15 metri. Sul versante sud-est la spiaggia ciottolosa è impraticabile per la presenza dei resti del relitto della motonave Panaiota, incagliatasi negli anni '80 con il suo carico di semi di soia. L'isola, completamente disabitata, offre fondali ricchi di frammenti di ceramiche e di anfore romane oltre a relitti di navi affondate per lo scatenarsi di improvvise tempeste. Pianosa, oltre ad essere priva di alberi e della caratteristica macchia mediterranea, è caratterizzata dalla completa assenza di sorgenti d'acqua dolce. Le numerose pozze originatesi dai marosi che si infrangono sulle coste più esposte sono caratterizzate dalla presenza di gamberi, del granchio "corridore" e del chitone.

Umberto Pinotti