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Sono l'essenza del mare, le onde. La
prima immagine con cui lo identifichiamo. Plasmano i continenti e i
nostri pensieri. Capaci di una forza distruttrice che probabilmente
non ha eguali sul pianeta. Eppure, da sempre, muse ispiratrici di
sentimenti, passioni, poemi. Un inno alla libertà. Il mezzo con cui
- attraverso il surf - generazioni di giovani dialogano con gli
oceani e con se stessi. Quello a cui naufraghi, prigionieri,
romantici hanno affidato i propri messaggi di speranza in
bottiglia. Sono la voce, la pelle e le braccia di un corpo liquido
che dalla notte dei tempi seduce l'uomo, dispensando vita e morte,
frenandone e stimolandone le ambizioni di unico dominatore del
globo terracqueo.
Sono la linfa del mondo e di noi
stessi, in continuo divenire. Non vi è essere umano, così come non
vi è specchio di mare, per quanto piccolo, che conosca l'immobilità
assoluta. Tanti gli scrittori e gli intellettuali che hanno
dedicato almeno una riga, una riflessione alle onde. Una lista così
lunga da ricordare l'orizzonte oceanico che solcano. Non fai in
tempo con lo sguardo a raggiungerne il fondo, che esso si dilata in
un'altra di esse. Da Hugo a Maupassant, è quasi impossibile non
ritrovare in noi uno degli stati d'animo espressi nei loro
versi.
Un caso a parte è rappresentato dal
rapporto instaurato tra il mondo equoreo e le popolazioni costiere,
che partorisce un'umanità "diversa": «Non hai mai osservato come la
gente che vive in riva al mare aperto costituisca in certo modo un
popolo a sé? C'è il moto delle onde nei loro pensieri come nelle
loro sensazioni». Viene da chiedersi se Henrik Ibsen, quando fece
pronunciare queste parole a Wangel, uno dei personaggi di Un dramma
in riva al mare, conoscesse la forza distruttrice dell'oceano
espressa alla sua massima potenza: lo tsunami. Chi ha avuto la
fortuna di affrontarne uno e sopravvivere, sottoscriverebbe il
fatto che questa indemoniata rappresentazione del mondo liquido
sembra travolgere lo stesso principio fisico secondo cui l'acqua di
un'onda non si muove con essa ma in essa.
Ma cos'è uno tsunami? Una gigantesca
onda. Talvolta supera i 20 metri di altezza. Prodotta dalla
spaccatura del letto marino a causa di eruzioni vulcaniche, frane
sottomarine e non, terremoti, con l'innalzamento del fondale,
ricade fragorosamente con una sequela di protuberanze nella
superficie marina che danno vita a moti ondosi di una inaudita
violenza devastatrice. L'energia dei maremoti provocati da
terremoti permette loro di attraversare immense distese oceaniche
prima di scaricare la propria furia a migliaia di chilometri di
distanza. Le onde create dai venti difficilmente coinvolgono masse
d'acqua di profondità superiore ai 150 metri, quelle tsunamiche
interessano il volume equoreo fino al fondale, e negli abissi
oceanici riescono a superare i 1.500 chilometri orari. In oceano
aperto la loro altezza è di poche decine di centimetri; a
differenza delle onde comuni - che raggiungono a malapena qualche
centinaio di metri di lunghezza tra cresta e cresta -, possono
avere un'estensione di centinaia di chilometri, che si riduce con
l'avvicinarsi della costa.
Gli tsunami non sono mai fenomeni
isolati. Distanziati a intervalli tra 5 e 90 minuti, si sviluppano
in gruppi di dieci o più. Aumentano la massa verticale a discapito
di quella orizzontale man mano che si avvicinano al termine della
corsa. Quando sono guidati dalla "pancia" dell'onda si produce una
riduzione del livello del mare; quando invece è la cresta a
guidare, si crea un sollevamento della massa liquida. Alcuni hanno
prodotto onde alte 30 metri.
Il più devastante maremoto di
origine vulcanica che si conosca rimane quello del 1883: nell'isola
di Krakatoa, Fossa di Giava, Indonesia. Quarantamila morti. La nave
da guerra olandese Berouw finisce nella giungla dell'entroterra, a
3 chilometri dal litorale e a 10 metri sopra il livello del mare.
Le acque dell'onda si spingono fino a 40 metri nel villaggio di
Merak. Dal vicino fondale sradicano masse di coralli per 100
tonnellate! La località di Ketimbang è travolta. Un anno dopo, ossa
umane vengono trovate a Zanzibar, isola dell'Oceano Indiano al
largo delle coste dell'Africa orientale.
In alcune regioni del mondo come la
Corea, dove il rischio che l'oceano travolga la costa è una
minaccia consistente, sono state edificate muraglie in cemento
armato di oltre 10 metri. Ma come ricordano Walter Dudley e Min Lee
nel loro libro Tsunami: "Frangiflutti e dighe foranee non possono
comunque essere tanto alti e tanto robusti da fermare completamente
le onde, ma solo ridurne l'impeto". Lo tsunami che si abbatté nel
1960 in Cile è dimostrativo degli sconvolgimenti naturali portati
da questi fenomeni e dei danni che possono infliggere. Il mare
inghiottì interi tratti di costa, ne rigurgitò altri. Le acque di
un fiume presero a fluire in direzione inversa a quella regolare.
L'isola di Chiloè vide le acque ritirarsi per poi gonfiarsi a
dismisura: quando scagliarono la propria potenza contro la costa,
avevano raggiunto un'altezza di 21 metri.
Una spaccatura nella superficie
marina potrebbe essersi verificata anche durante la distruzione
dell'isola greca di Thera, l'attuale Santorini, che più di uno
scienziato identifica con la mitica Atlantide. L'eruzione del 1470
a.C. di un suo vulcano e il crollo del cratere provocarono il
contatto del mare con il magma. Ne risultò un'apocalittica
esplosione da cui scaturirono mostruosi tsunami, tra i 60 e i 90
metri.
Nello stesso secolo la geologia
offre evidenze di una straordinaria onda che rimontò il Nilo fino a
oltre 300 chilometri dall'estuario. C'è chi ipotizza che perfino la
biblica separazione delle acque del Mar Rosso fosse stata in realtà
originata da uno tsunami: gli ebrei riuscirono a guadagnare l'altra
riva proprio durante la fase di ritirata del mare, che investì
invece gli egizi annientandoli.

Per la presenza del famoso anello di
crateri vulcanici che incornicia le coste dall'Alaska alle isole
Curili, dal Cile al Giappone, alle Hawaii, l'Oceano Pacifico è la
regione del pianeta in cui è più frequente questo fenomeno. Dal
1913 al 1988 se ne sono verificati ben novantacinque! Non stupisce
quindi che il Pacific Tsunami Warning Center - uno dei maggiori
centri mondiali di monitoraggio e allarme -, abbia sede a Oahu,
capitale dell'arcipelago. La previsione della formazione delle
micidiali onde non sempre è facile. Talvolta a provocarle sono
terremoti sottomarini che le scale di misurazione dei sismometri
classificano di intensità contenuta. Dudley e Lee sottolineano come
neanche le più sofisticate tecnologie mettano al sicuro le
popolazioni dai rischi che implica essere sorpresi da un maremoto
"locale". Gli otto minuti per mettersi in salvo (il tempo che
intercorre tra "la prima scossa sismica e l'arrivo della prima
ondata tsunamica"), non offrono infatti un margine di manovra
sufficiente per la maggioranza degli interessati. Nonostante una
simile constatazione, sono ben pochi gli Stati e le comunità che
abbiano modificato i propri criteri urbanistici per limitare le
terribili conseguenze implicate. Un'eccezione è l'Oregon: dal 1995
vieta di edificare ospedali, scuole e altri complessi pubblici
nelle aree a pericolo di inondazione.
Se le scogliere proteggono
parzialmente dall'aggressione di queste onde, molti altri fattori
concorrono ad aumentarla. Tra questi la seiche: le oscillazioni
causate dall'onda tsunamica che, quando si aggiungono ad un secondo
tsunami, ne accrescono altezza e potenza. Ancor più pericoloso
quando i terremoti a profondità abissali diffondono la loro energia
attraverso giacimenti di rocce sedimentarie, dotate di elasticità
superiore rispetto a quelle che tappezzano i fondali oceanici. In
tal caso i maremoti possono essere anche dieci volte più potenti
della media.
Neanche le coste italiane sono
immuni dai rischi dei maremoti. Tutti ricordano quello che investì
Stromboli e altre isole delle Eolie nel dicembre 2002. Un testimone
intervistato dal Corriere della Sera riportò: «L'acqua si ritraeva
di 80 metri, gli scogli restavano all'asciutto, e poi con ondate
alte 20 metri il mare si rovesciava su spiagge, case, alberi». I
trenta abitanti dell'isolotto di Ginostra vennero fatti
evacuare.
Più devastanti ancora degli tsunami
sono i bores. Creati dallo scontro tra il flusso di ritorno di
un'onda con quello dell'onda avanzante, sono un fenomeno
caratteristico di alcuni delta fluviali. Uno di essi - mascaret in
francese -, uccise la figlia di Victor Hugo e suo marito, sorpresi
in barca a Rouen. Manifestazioni simili si registrano in Canada,
nella Baia di Fundy, e in Cina, nel fiume Qiantang, dove producono
muraglie d'acqua alte fino a 4 metri e mezzo.
Ma è la pororoca del Rio delle
Amazzoni - soprannominata a ragione "il mostro delle cento teste"
(nella lingua indios "acqua che ruggisce", come pure "acqua che
crolla") - la più terribile e devastatrice tra le onde che
interessano gli estuari. Tra gennaio e aprile, quando la luna è
crescente, la pororoca corre dall'Oceano Atlantico a strapazzare le
vastità della foce amazzonica. È provocata dallo scontro tra le
maree oceaniche e il letto del fiume, gonfiato a dismisura dalle
piogge, che sospinge verso il delta 100mila metri cubi d'acqua al
secondo. Con la bassa marea l'Oceano si ritira, preparandosi alla
carica che lancerà sei ore più tardi, con l'inversione di marea,
forte della potenza conferitagli da 240mila metri cubi d'acqua al
secondo. La pororoca che ne nasce risale il fiume.
Gli indigeni percepiscono l'onda
anomala alcuni minuti prima che possa piombare loro addosso a oltre
50 chilometri orari: maestosa e terrificante, alta fino a 4 metri e
mezzo. Al suo passaggio, l'entroterra del fiume viene stravolto per
una cinquantina di chilometri. La pororoca litiga con se stessa,
scontrandosi nei suoi mille tentacoli forsennati, creando
impressionanti vortici d'acqua, aggredendo il cielo con esplosioni
liquide. Dal 1997, forse anche per sdrammatizzare la distruzione
arrecata da questo evento naturale, le viene dedicato un campionato
di surf. «Lo spirito della competizione», disse un partecipante, «è
avvicinarsi alla natura, non domarla».
Una zona, questa amazzonica, che si
fece notare per le onde già nel Cinquecento, come documentò
l'esploratore spagnolo Vicente Pinzón, il quale osservò come queste
nascessero «in grandi quantità». All'epoca gente come lui si
avventurava alla spasmodica ricerca di oro, argento e altre
ricchezze. Cinque secoli più tardi legioni di giovani di mezzo
mondo setacciano leggeri come libellule le aree costiere del
pianeta. Unica corazza: un costume da bagno o una muta leggera.
Come arma: una tavola da surf. Uno sport che oggi è un "cult"
divenuto anche business: celebrato da film, musei, periodici,
festival artistici e, naturalmente, dall'industria di abbigliamento
sportivo. Nel 2001 un'azienda americana che produce attrezzature da
surf affidò le fortune del proprio marketing al lancio di una sfida
da Mercoledì da leoni, la pellicola che consacrò all'attenzione
mondiale questa attività. Veniva offerto un miliardo di vecchie
lire a chi fosse uscito vittorioso misurandosi con la grande onda:
un gigante alto 30 metri...
Come sono cambiate le cose da quando
alle onde si affidavano soltanto le proprie speranze con un
messaggio in bottiglia! Da quando cioè, nel 310 a.C., il filosofo
greco Teofrasto volle dimostrare che il Mediterraneo era alimentato
dalle acque dell'Oceano Atlantico. Ci vollero duemila anni prima
che questa forma di comunicazione conoscesse una vera auge. Era
alle onde che si affidavano anche i messaggi tragici, come quello
scritto nel 1915 da un passeggero del Lusitania in procinto di
affondare. O veri e propri testamenti, come quello redatto da Daisy
Alexander e consegnato al Tamigi: assegnava metà delle sue fortune,
30 milioni di euro, a chi ne avesse raccolto le ultime volontà.
Dodici anni più tardi nelle acque di San Francisco la bottiglietta
trovò il destinatario, un certo Jack Wurm. Se costui entrò in
possesso dell'eredità è però un mistero.
Per evitare brutti scherzi, oggi, si
può contare sui suggerimenti forniti dal Museo del Messaggio in
Bottiglia, fondato nell'isola Grand Turk, arcipelago caraibico
delle Turks e Caicos. E se desiderate che il vostro messaggio vada
lontano, non affidatelo al Mediterraneo: visti i movimenti
circolari delle correnti, nel Mare Nostrum resterebbe! Potreste
inviarne invece uno nel Pacifico, e sperare che raggiunga
l'arcipelago delle Tuvalu prima che le sue acque lo sommergano per
sempre. Le inondazioni dovute all'innalzamento dei mari hanno
infatti già iniziato ad aggredirne le isolette più basse.
Secondo gli ultimi calcoli, il
nostro messaggio ha cinquant'anni per trovare un destinatario. Dopo
le onde dovranno cercargli un altro recapito. Nell'infinità
dell'oceano. |