CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2004 > Ago / Set > Natura

Onde su onde...

Sono l'essenza assoluta del mare, da sempre ispiratrici di sentimenti e passioni, ma nel contempo capaci di una forza distruttiva senza uguali. Di cui gli spaventosi tsunami sono l'espressione più terrificante e incontrollabile

Onde australiane, tra le più alte e potenti del mondo

Sono l'essenza del mare, le onde. La prima immagine con cui lo identifichiamo. Plasmano i continenti e i nostri pensieri. Capaci di una forza distruttrice che probabilmente non ha eguali sul pianeta. Eppure, da sempre, muse ispiratrici di sentimenti, passioni, poemi. Un inno alla libertà. Il mezzo con cui - attraverso il surf - generazioni di giovani dialogano con gli oceani e con se stessi. Quello a cui naufraghi, prigionieri, romantici hanno affidato i propri messaggi di speranza in bottiglia. Sono la voce, la pelle e le braccia di un corpo liquido che dalla notte dei tempi seduce l'uomo, dispensando vita e morte, frenandone e stimolandone le ambizioni di unico dominatore del globo terracqueo.

Sono la linfa del mondo e di noi stessi, in continuo divenire. Non vi è essere umano, così come non vi è specchio di mare, per quanto piccolo, che conosca l'immobilità assoluta. Tanti gli scrittori e gli intellettuali che hanno dedicato almeno una riga, una riflessione alle onde. Una lista così lunga da ricordare l'orizzonte oceanico che solcano. Non fai in tempo con lo sguardo a raggiungerne il fondo, che esso si dilata in un'altra di esse. Da Hugo a Maupassant, è quasi impossibile non ritrovare in noi uno degli stati d'animo espressi nei loro versi.

Un caso a parte è rappresentato dal rapporto instaurato tra il mondo equoreo e le popolazioni costiere, che partorisce un'umanità "diversa": «Non hai mai osservato come la gente che vive in riva al mare aperto costituisca in certo modo un popolo a sé? C'è il moto delle onde nei loro pensieri come nelle loro sensazioni». Viene da chiedersi se Henrik Ibsen, quando fece pronunciare queste parole a Wangel, uno dei personaggi di Un dramma in riva al mare, conoscesse la forza distruttrice dell'oceano espressa alla sua massima potenza: lo tsunami. Chi ha avuto la fortuna di affrontarne uno e sopravvivere, sottoscriverebbe il fatto che questa indemoniata rappresentazione del mondo liquido sembra travolgere lo stesso principio fisico secondo cui l'acqua di un'onda non si muove con essa ma in essa.

Ma cos'è uno tsunami? Una gigantesca onda. Talvolta supera i 20 metri di altezza. Prodotta dalla spaccatura del letto marino a causa di eruzioni vulcaniche, frane sottomarine e non, terremoti, con l'innalzamento del fondale, ricade fragorosamente con una sequela di protuberanze nella superficie marina che danno vita a moti ondosi di una inaudita violenza devastatrice. L'energia dei maremoti provocati da terremoti permette loro di attraversare immense distese oceaniche prima di scaricare la propria furia a migliaia di chilometri di distanza. Le onde create dai venti difficilmente coinvolgono masse d'acqua di profondità superiore ai 150 metri, quelle tsunamiche interessano il volume equoreo fino al fondale, e negli abissi oceanici riescono a superare i 1.500 chilometri orari. In oceano aperto la loro altezza è di poche decine di centimetri; a differenza delle onde comuni - che raggiungono a malapena qualche centinaio di metri di lunghezza tra cresta e cresta -, possono avere un'estensione di centinaia di chilometri, che si riduce con l'avvicinarsi della costa.

Gli tsunami non sono mai fenomeni isolati. Distanziati a intervalli tra 5 e 90 minuti, si sviluppano in gruppi di dieci o più. Aumentano la massa verticale a discapito di quella orizzontale man mano che si avvicinano al termine della corsa. Quando sono guidati dalla "pancia" dell'onda si produce una riduzione del livello del mare; quando invece è la cresta a guidare, si crea un sollevamento della massa liquida. Alcuni hanno prodotto onde alte 30 metri.

Il più devastante maremoto di origine vulcanica che si conosca rimane quello del 1883: nell'isola di Krakatoa, Fossa di Giava, Indonesia. Quarantamila morti. La nave da guerra olandese Berouw finisce nella giungla dell'entroterra, a 3 chilometri dal litorale e a 10 metri sopra il livello del mare. Le acque dell'onda si spingono fino a 40 metri nel villaggio di Merak. Dal vicino fondale sradicano masse di coralli per 100 tonnellate! La località di Ketimbang è travolta. Un anno dopo, ossa umane vengono trovate a Zanzibar, isola dell'Oceano Indiano al largo delle coste dell'Africa orientale.

In alcune regioni del mondo come la Corea, dove il rischio che l'oceano travolga la costa è una minaccia consistente, sono state edificate muraglie in cemento armato di oltre 10 metri. Ma come ricordano Walter Dudley e Min Lee nel loro libro Tsunami: "Frangiflutti e dighe foranee non possono comunque essere tanto alti e tanto robusti da fermare completamente le onde, ma solo ridurne l'impeto". Lo tsunami che si abbatté nel 1960 in Cile è dimostrativo degli sconvolgimenti naturali portati da questi fenomeni e dei danni che possono infliggere. Il mare inghiottì interi tratti di costa, ne rigurgitò altri. Le acque di un fiume presero a fluire in direzione inversa a quella regolare. L'isola di Chiloè vide le acque ritirarsi per poi gonfiarsi a dismisura: quando scagliarono la propria potenza contro la costa, avevano raggiunto un'altezza di 21 metri.

Una spaccatura nella superficie marina potrebbe essersi verificata anche durante la distruzione dell'isola greca di Thera, l'attuale Santorini, che più di uno scienziato identifica con la mitica Atlantide. L'eruzione del 1470 a.C. di un suo vulcano e il crollo del cratere provocarono il contatto del mare con il magma. Ne risultò un'apocalittica esplosione da cui scaturirono mostruosi tsunami, tra i 60 e i 90 metri.

Nello stesso secolo la geologia offre evidenze di una straordinaria onda che rimontò il Nilo fino a oltre 300 chilometri dall'estuario. C'è chi ipotizza che perfino la biblica separazione delle acque del Mar Rosso fosse stata in realtà originata da uno tsunami: gli ebrei riuscirono a guadagnare l'altra riva proprio durante la fase di ritirata del mare, che investì invece gli egizi annientandoli.

Le onde dell'Oceano Atlantico

Per la presenza del famoso anello di crateri vulcanici che incornicia le coste dall'Alaska alle isole Curili, dal Cile al Giappone, alle Hawaii, l'Oceano Pacifico è la regione del pianeta in cui è più frequente questo fenomeno. Dal 1913 al 1988 se ne sono verificati ben novantacinque! Non stupisce quindi che il Pacific Tsunami Warning Center - uno dei maggiori centri mondiali di monitoraggio e allarme -, abbia sede a Oahu, capitale dell'arcipelago. La previsione della formazione delle micidiali onde non sempre è facile. Talvolta a provocarle sono terremoti sottomarini che le scale di misurazione dei sismometri classificano di intensità contenuta. Dudley e Lee sottolineano come neanche le più sofisticate tecnologie mettano al sicuro le popolazioni dai rischi che implica essere sorpresi da un maremoto "locale". Gli otto minuti per mettersi in salvo (il tempo che intercorre tra "la prima scossa sismica e l'arrivo della prima ondata tsunamica"), non offrono infatti un margine di manovra sufficiente per la maggioranza degli interessati. Nonostante una simile constatazione, sono ben pochi gli Stati e le comunità che abbiano modificato i propri criteri urbanistici per limitare le terribili conseguenze implicate. Un'eccezione è l'Oregon: dal 1995 vieta di edificare ospedali, scuole e altri complessi pubblici nelle aree a pericolo di inondazione.

Se le scogliere proteggono parzialmente dall'aggressione di queste onde, molti altri fattori concorrono ad aumentarla. Tra questi la seiche: le oscillazioni causate dall'onda tsunamica che, quando si aggiungono ad un secondo tsunami, ne accrescono altezza e potenza. Ancor più pericoloso quando i terremoti a profondità abissali diffondono la loro energia attraverso giacimenti di rocce sedimentarie, dotate di elasticità superiore rispetto a quelle che tappezzano i fondali oceanici. In tal caso i maremoti possono essere anche dieci volte più potenti della media.

Neanche le coste italiane sono immuni dai rischi dei maremoti. Tutti ricordano quello che investì Stromboli e altre isole delle Eolie nel dicembre 2002. Un testimone intervistato dal Corriere della Sera riportò: «L'acqua si ritraeva di 80 metri, gli scogli restavano all'asciutto, e poi con ondate alte 20 metri il mare si rovesciava su spiagge, case, alberi». I trenta abitanti dell'isolotto di Ginostra vennero fatti evacuare.

Più devastanti ancora degli tsunami sono i bores. Creati dallo scontro tra il flusso di ritorno di un'onda con quello dell'onda avanzante, sono un fenomeno caratteristico di alcuni delta fluviali. Uno di essi - mascaret in francese -, uccise la figlia di Victor Hugo e suo marito, sorpresi in barca a Rouen. Manifestazioni simili si registrano in Canada, nella Baia di Fundy, e in Cina, nel fiume Qiantang, dove producono muraglie d'acqua alte fino a 4 metri e mezzo.

Ma è la pororoca del Rio delle Amazzoni - soprannominata a ragione "il mostro delle cento teste" (nella lingua indios "acqua che ruggisce", come pure "acqua che crolla") - la più terribile e devastatrice tra le onde che interessano gli estuari. Tra gennaio e aprile, quando la luna è crescente, la pororoca corre dall'Oceano Atlantico a strapazzare le vastità della foce amazzonica. È provocata dallo scontro tra le maree oceaniche e il letto del fiume, gonfiato a dismisura dalle piogge, che sospinge verso il delta 100mila metri cubi d'acqua al secondo. Con la bassa marea l'Oceano si ritira, preparandosi alla carica che lancerà sei ore più tardi, con l'inversione di marea, forte della potenza conferitagli da 240mila metri cubi d'acqua al secondo. La pororoca che ne nasce risale il fiume.

Gli indigeni percepiscono l'onda anomala alcuni minuti prima che possa piombare loro addosso a oltre 50 chilometri orari: maestosa e terrificante, alta fino a 4 metri e mezzo. Al suo passaggio, l'entroterra del fiume viene stravolto per una cinquantina di chilometri. La pororoca litiga con se stessa, scontrandosi nei suoi mille tentacoli forsennati, creando impressionanti vortici d'acqua, aggredendo il cielo con esplosioni liquide. Dal 1997, forse anche per sdrammatizzare la distruzione arrecata da questo evento naturale, le viene dedicato un campionato di surf. «Lo spirito della competizione», disse un partecipante, «è avvicinarsi alla natura, non domarla».

Una zona, questa amazzonica, che si fece notare per le onde già nel Cinquecento, come documentò l'esploratore spagnolo Vicente Pinzón, il quale osservò come queste nascessero «in grandi quantità». All'epoca gente come lui si avventurava alla spasmodica ricerca di oro, argento e altre ricchezze. Cinque secoli più tardi legioni di giovani di mezzo mondo setacciano leggeri come libellule le aree costiere del pianeta. Unica corazza: un costume da bagno o una muta leggera. Come arma: una tavola da surf. Uno sport che oggi è un "cult" divenuto anche business: celebrato da film, musei, periodici, festival artistici e, naturalmente, dall'industria di abbigliamento sportivo. Nel 2001 un'azienda americana che produce attrezzature da surf affidò le fortune del proprio marketing al lancio di una sfida da Mercoledì da leoni, la pellicola che consacrò all'attenzione mondiale questa attività. Veniva offerto un miliardo di vecchie lire a chi fosse uscito vittorioso misurandosi con la grande onda: un gigante alto 30 metri...

Come sono cambiate le cose da quando alle onde si affidavano soltanto le proprie speranze con un messaggio in bottiglia! Da quando cioè, nel 310 a.C., il filosofo greco Teofrasto volle dimostrare che il Mediterraneo era alimentato dalle acque dell'Oceano Atlantico. Ci vollero duemila anni prima che questa forma di comunicazione conoscesse una vera auge. Era alle onde che si affidavano anche i messaggi tragici, come quello scritto nel 1915 da un passeggero del Lusitania in procinto di affondare. O veri e propri testamenti, come quello redatto da Daisy Alexander e consegnato al Tamigi: assegnava metà delle sue fortune, 30 milioni di euro, a chi ne avesse raccolto le ultime volontà. Dodici anni più tardi nelle acque di San Francisco la bottiglietta trovò il destinatario, un certo Jack Wurm. Se costui entrò in possesso dell'eredità è però un mistero.

Per evitare brutti scherzi, oggi, si può contare sui suggerimenti forniti dal Museo del Messaggio in Bottiglia, fondato nell'isola Grand Turk, arcipelago caraibico delle Turks e Caicos. E se desiderate che il vostro messaggio vada lontano, non affidatelo al Mediterraneo: visti i movimenti circolari delle correnti, nel Mare Nostrum resterebbe! Potreste inviarne invece uno nel Pacifico, e sperare che raggiunga l'arcipelago delle Tuvalu prima che le sue acque lo sommergano per sempre. Le inondazioni dovute all'innalzamento dei mari hanno infatti già iniziato ad aggredirne le isolette più basse.

Secondo gli ultimi calcoli, il nostro messaggio ha cinquant'anni per trovare un destinatario. Dopo le onde dovranno cercargli un altro recapito. Nell'infinità dell'oceano.

Stefano Nicolini