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Fine di una lunga agonia

Per il favoloso Impero Ottomano, ormai da lungo tempo considerato il "malato d'Europa", gli anni della Grande Guerra rappresentarono la disgregazione definitiva. Ma la Turchia, diversamente dalle previsioni dell'Occidente, sarebbe sopravvissuta

Mustapha Kemal, detto anche Ataturk, il "padre dei turchi", colui che consentirà alla Turchia di non soccombere al crollo dell'Impero Ottomano

L'uccisione a Sarajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando e della sua amata sposa Sophia Chotek non fu solo l'inizio della Prima guerra mondiale, ma rappresentò anche l'atto finale della lunga agonia del "malato d'Europa", l'Impero Ottomano, giunto ormai alla conclusione della sua secolare, gloriosa vita. Mancava ormai poco tempo: nel 1923, a Losanna, la comunità internazionale avrebbe firmato un trattato di pace con una repubblica laica, con un Presidente formalmente eletto dal popolo. Del favoloso e potente Impero Ottomano sarebbe rimasta memoria solo negli splendidi palazzi di Costantinopoli, ora Istanbul, e nelle sontuose moschee che migliaia di turisti visitano, immaginandone a fatica la storia.

Al capezzale del "moribondo" già da tempo le potenze europee si alternavano, rapaci, per conquistare fino all'ultimo lembo del suo territorio, sicure che, una volta morto l'Impero, la Turchia sarebbe stata cancellata dalla storia: ma non avevano tenuto in debito conto almeno due uomini, ambedue militari, che avrebbero impedito quanto si sperava: Mustapha Kemal ed Enver Bey (Enver Pascià). Gli italiani ben conoscevano quest'ultimo, che aveva combattuto in Tripolitania e Cirenaica: egli era stato, insieme a Kemal e a Talaat Pascià, l'ispiratore di un movimento di riforma, conosciuto come quello dei "Giovani Turchi".

Mentre le potenze europee erano sicure della fine dell'Impero, Costantinopoli dominava ancora gran parte della sponda sud del Mediterraneo, fino alla Libia, ormai italiana; era altresì vero che Francia e Inghilterra si erano già installate in Tunisia, nella Palestina e nella Mesopotamia. L'Egitto stesso era da qualche anno sotto una marcata influenza di Londra: sebbene suddito del Sultano, Il Cairo era stato sempre fonte di numerose preoccupazioni, per la sua autonomia decisionale e per una leadership certa che esercitava sul settore. L'apertura del Canale di Suez era stata realizzata contro il volere del Sultano, che non aveva tra l'altro concesso alcun finanziamento all'impresa.

La statua che Ankara gli ha dedicato

La situazione dell'Impero Ottomano si era andata aggravando notevolmente fin dagli inizi del secolo Ventesimo, quando, con le casse dello Stato miseramente vuote, l'indebitamento estero era arrivato a livelli preoccupanti, tanto che gli introiti delle dogane erano sorvegliati e amministrati dalle stesse potenze straniere. Tutto l'Impero era in grande fermento, oltre che per motivi legati ai gravi problemi etnici, sociali e religiosi che percorrevano quelle terre, anche per l'intromissione, in prima linea, di Francia, Inghilterra e Russia, che cercavano di impossessarsi delle risorse turche.

La crisi veniva da lontano: l'esercito da tempo era in condizioni deplorevoli, per la già ricordata forte mancanza di liquidità nelle casse statali, che impediva paghe regolari e approvvigionamenti, soprattutto alle truppe lontane dalla capitale. In quel periodo iniziarono gli ammutinamenti: gli yemeniti volevano l'autonomia di governo dagli ottomani, se non la totale indipendenza. La ribellione nello Yemen si ripercuoteva in altri territori dell'Impero. Anche a Beirut vi erano continui disordini, come alla frontiera turco-persiana, ove regnava una anarchia cronica, mentre si stava concretando quello che poi sarebbe divenuto il "problema curdo".

Nella parte europea dell'Impero si registrava, verso la fine del 1907, un quadro di generale instabilità, soprattutto in Macedonia: bande ribelli imperversavano sul territorio europeo di Costantinopoli, mentre l'esercito mostrava sempre minore affezione e fedeltà verso il Sultano. Vi era un generale malcontento prevalente fra gli ufficiali, e le truppe erano riluttanti a marciare contro gente della loro etnia o religione, che aveva motivi di forte insoddisfazione verso il governo. Dunque vi era ovunque una situazione instabile, compromessa, e probabilmente non più governabile dalla Sublime Porta, com'era detto l'Impero.

Nel quadro del movimento di rinnovamento del Comitato Unione Progresso (Cup), nel 1908 il Sultano era stato costretto a rimettere in vigore la costituzione da lui stesso concessa al popolo nel lontano 1876, ma che in realtà non era stata affatto applicata nell'ultimo trentennio: la situazione non era migliorata.

I "Giovani Turchi", a metà del 1908, avevano il controllo quasi assoluto sulla politica interna, ma i tempi non erano maturi per pensare a una forma repubblicana di governo. Si erano resi conto che in quel momento sarebbe stato molto impopolare deporre il Sultano e cambiare totalmente la classe dirigente, burocratica e militare. Veniva ancora sentita la sacralità dell'autorità del Commendatore dei Credenti; decisero quindi di non prendere in mano le redini della politica attiva. Da parte sua l'ultimo Sultano regnante non seppe fare una politica estera concreta: era solo inabile e doppia e non conseguiva vantaggi per lo stato dell'Impero.

Ancora prima dell'inizio del conflitto i disordini erano aumentati pericolosamente e nella stessa capitale la pubblica sicurezza era stata messa fortemente a rischio. Ma soprattutto, nell'intero territorio il "vento" dell'arabismo soffiava con grande forza e l'Inghilterra appoggiava quei movimenti. Gli arabi volevano affrancarsi dal gioco turco e ritrovare nella loro indipendenza l'orgoglio dell'Islam degli omayyadi.

Allo scoppio delle ostilità, Costantinopoli propose la neutralità, anche se fu proclamata la mobilitazione generale, come misura precauzionale. E mentre si mobilitava, furono messi a punto i dettagli della possibile alleanza con la cancelleria berlinese, con un accordo firmato in gran segreto il 2 agosto 1914. I punti fondamentali erano i seguenti: ambedue le parti sarebbero rimaste neutrali nel caso di un conflitto austro-serbo; se la Russia fosse entrata in guerra e avesse forzato la Germania a fare altrettanto, l'Impero Ottomano si sarebbe schierato al lato degli imperi centrali; Berlino avrebbe protetto il territorio sultaniale.

Enver Bey (in piedi), ispiratore del movimento dei

Il governo ottomano riteneva che l'alleanza con l'Impero tedesco avrebbe restaurato la gloria della Sublime Porta e avrebbe dato un aiuto importante per la riconquista delle isole italiane del Dodecaneso, con, forse, un accrescimento del territorio là dove la lingua turca era più parlata, cioè verso le frontiere con l'Asia centrale.

Nel settembre del 1914 i turchi erano ancora indecisi sul loro comportamento rispetto al conflitto: decisero di entrare in guerra il 25 ottobre del 1914. Due giorni dopo la flotta ottomana salpò con gli ordini di attaccare quella russa e ottenere il controllo del Mar Nero. L'alleanza fra Impero Ottomano e imperi centrali stava dando buoni risultati. La Turchia però non aveva probabilità di successo in alcuno degli scacchieri sui quali operava o sui quali sperava di far operare le sue truppe.

Per l'Impero Ottomano gli anni della guerra rappresentarono soltanto la disgregazione finale, la lotta della successione per le sue spoglie. La "guerra santa", che pure era stata proclamata, non aveva dato i frutti sperati, e quando l'esercito ottomano arrivò in prossimità del Canale di Suez non vi fu quella rivolta in massa dei musulmani uniti che si era sperata. I legami dell'Islam, inteso come protezione e collante dell'Impero Ottomano, si erano dimostrati assai meno forti di quelli dell'arabismo.

Con la fine dell'Impero, si originarono quei problemi che ancora oggi non sono stati risolti: il problema curdo; quello sciita in Iraq, quello arabo-israeliano e l'instabilità nel Balcani: pesante eredità della morte del malato d'Europa.

Maria Gabriella Pasqualini