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Correva l'anno 1746. Si era alla
metà di un secolo di guerre. Guerre dinastiche. Le grandi monarchie
europee vivevano la loro ultima stagione serena: di lì a meno di
cinquant'anni la Rivoluzione francese avrebbe spazzato via il
vecchio mondo dell'assolutismo (più o meno illuminato) per aprire
l'era dei nazionalismi e del liberalismo. Le corone europee si
contendevano i troni rimasti vacanti per mancanza di eredi, più o
meno legittimi e legittimati. Fu in questo groviglio di conflitti
che Genova (una città con un glorioso passato di indipendenza) si
trovò a subire una dolorosa occupazione dalle truppe austriache,
che avevano preteso dalla Repubblica una taglia in denaro e in
armi. Il 5 dicembre 1746, alcuni soldati imperiali obbligarono un
gruppo di cittadini a prestare loro aiuto per liberare un mortaio
(requisito nell'arsenale genovese) che si era impantanato nel
fango, nel quartiere popolare di Portoria. Fu a quel punto che un
ragazzo lanciò un sasso contro i soldati imperiali. La folla ne
seguì l'esempio: gli invasori furono messi in fuga, e Genova
riconquistò la propria libertà. Quel ragazzo fu identificato un
secolo più tardi in un certo Giovanni Battista Perasso, da tutti
chiamato Balilla (un termine dialettale per indicare i monelli). Il
contesto storico è tutto ampiamente documentato (ci mancherebbe…).
L'impresa di Balilla è un intreccio fra verità e leggenda, qualcosa
di simile allo scenario che mise insieme i Vespri Siciliani e la
figura di Giovanni da Procida, oppure la Lega Lombarda e il mitico
Alberto da Giussano. Più sorprendente degli altri due casi che si
perdono nella notte del Medioevo, mentre la ribellione di Genova
risale a due secoli e mezzo fa: un tempo di certezze storiche, di
testimonianze inoppugnabili, di documenti conservati negli
archivi.
LA VICENDA STORICA. Genova
s'era mantenuta neutrale allo scoppio della Guerra di Successione
austriaca. Nel 1743 Inghilterra e Austria avevano firmato a Worms
un accordo in base al quale la vendita a Genova - da parte del
defunto imperatore Carlo VI - del Marchesato del Finale era
considerata nulla. Il territorio sarebbe stato ceduto al re di
Sardegna, alleato dell'Austria, riconoscendo un indennizzo ai
genovesi. Al trattato di Worms si oppose la Francia che, alleandosi
con Genova, si guadagnava il diritto di transito in un porto nel
quale sbarcare truppe dirette verso la pianura padana. La Spagna e
il Regno di Napoli legarono le loro sorti a quelle francesi.
L'armata alleata sbarcò in Liguria. Nella seconda metà del 1745
arrivò a occupare Milano, provocando la reazione degli
austro-piemontesi. Il 16 giugno 1746, l'esercito franco-spagnolo fu
sconfitto a Piacenza. Gli sconfitti si ritirarono a Genova, al
riparo delle robuste mura della città. Alle corti di Parigi e di
Madrid ci si interrogava riguardo all'opportunità di proseguire una
campagna nata sotto pessimi auspici: e i comandanti militari
ricevettero presto l'ordine segreto di sgombrare la piazza. Ordine
che fu eseguito ai primi di settembre, lasciando Genova in stato
d'assedio, con le truppe imperiali (comandate dal maresciallo
Antoniotto Botta Adorno) attestate nelle valli del Bisagno e del
Polcevera. Il governo della Repubblica - rendendosi conto che la
resistenza era impossibile - trattò la resa, accettando un pesante
diktat.
Gli austriaci occuparono le porte di
San Tommaso e della Lanterna e pretesero il pagamento di tre
milioni di lire genovine in scudi d'argento. Per pagare il primo
milione fu prosciugato il Banco di San Giorgio, fondato 250 anni
prima. Non c'era modo per recuperare il resto del denaro, e questo
espose la cittadinanza a ogni sorta di prepotenza da parte del
nemico. Ci furono parecchi incidenti nella città fra genovesi e
occupanti. E gli austriaci alzarono ancora le loro pretese,
chiedendo un quarto milione. «Il 3 dicembre», racconta Paolo Lingua
(autore di una Storia dei genovesi), «tutte le richieste di
pagamento furono ricusate con fermezza. Botta Adorno capì che la
tensione era altissima e nei due giorni seguenti dispose le sue
truppe nelle posizioni strategiche della città. La mattina del 5
dicembre, dopo quarantott'ore di tregua "per riflettere", i
delegati della Repubblica riferirono al Botta Adorno che il "no"
era irreversibile».
E quel giorno successe il finimondo.
Nel primo pomeriggio, nel quartiere di Portoria, un grosso mortaio
(che aveva impressi in bassorilievo l'effigie e il nome di Santa
Caterina Fieschi), trasportato su un carro trainato da buoi,
affondò nel terreno. «Gli ufficiali austriaci», scrive ancora
Lingua, «cercarono con le buone, ma soprattutto con le cattive, di
costringere i passanti a spingere e a sollevare il carro. Ne derivò
una fitta sassaiola contro la truppa, che dovette fuggire».
Fin qui la Storia. Che riconosce il
carattere di rivolta popolare alla reazione che condusse, nel giro
di appena cinque giorni, alla cacciata degli austriaci. E
ricostruisce il comportamento ambiguo (e pavido) dei governanti
della Repubblica che «temevano», scrisse il maresciallo Botta
Adorno nella sua relazione a Vienna, «più il popolo in armi che
difendeva la dignità della patria di quanto non temessero gli
austriaci. E infatti negarono le armi a chi le chiedeva». I
rivoltosi le armi se le procurarono lo stesso, con la complicità di
chi doveva custodirle negli arsenali.

LA LEGGENDA. Ed ecco il resoconto, romanzato,
di un cronista del Novecento (quando erano passati quasi due secoli
da quella giornata). Siamo al punto in cui il mortaio si impantana.
«Il comandante del drappello austriaco richiese arrogantemente
l'aiuto dei più vicini. "Quanto ci dai?", fu la risposta che non
aveva prezzo. Neanche tutto l'oro del mondo avrebbe piegato la
schiena di un solo popolano di Genova a quel lavoro. All'ostinata
riluttanza, il capo drappello alza il bastone e colpisce
violentemente i più vicini. È un attimo, la folla ondeggia,
arretra, tace perplessa. Come generato dal suo seno, si fa innanzi
un giovinetto di undici anni, scalzo, scamiciato, bello di sdegnoso
furore così come ce lo raffigurano le stampe dell'epoca. Autentico
figlio della gloriosa plebe di questa inesauribile Italia, con un
sasso in mano rivolto al popolo esclama: "Che l'inse?" (Che la
rompa? La facciamo finita?). La risposta è: "Insila, Balilla"
(Rompila). Il sasso parte dritto come un dardo e colpisce il segno.
La cervice del primo austriaco rintrona e il muso gli si riga di
sangue. Il bastone gli sfugge di mano, vacilla, cade. "Bravo
Balilla", si grida. Poi i clamori della folla s'alzano come il
tuono dell'uragano che si avvicina ed esplodono in una grandine di
sassate sugli austriaci, ancora intontiti dalla scena che s'è
svolta sotto i loro occhi. Dato mano alle sciabole, essi tentano di
farsi largo e riprendere il traino; fatica sprecata poiché, dopo il
primo sbandamento, ecco di nuovo sbucar fuori dai vicoli una frotta
di giovani con Balilla in testa e un'altra violenta sassaiola
s'abbatte sui soldati, ai quali non resta altro che cercar scampo
nella fuga. Sgombrato il terreno, i popolani s'impossessano del
mortaio; vengono tagliate le funi e condotti via i buoi; l'affusto
viene inchiodato e ovunque alto risuona il grido: "Viva il nostro
Principe!"».
DOCUMENTI SULLA LEGGENDA.
Nella seconda metà dell'Ottocento e nella prima del Novecento,
molti studiosi s'affannarono a cercare negli archivi le prove
dell'identità di Balilla, e le notizie sulla sua vita. Fu trovato
l'atto di matrimonio (nell'anno 1731) di suo padre, Antonio Maria
Perasso (per molti anni Console dei Tintori della Seta) con Antonia
Maria Parodi. I testimoni erano persone "cospicue" (uno di essi
sarebbe stato eletto Doge nel 1758). «La condotta tenuta poi dal
Perasso nel sommo pericolo della Repubblica», annota chi scovò i
documenti nella parrocchia metropolitana di San Lorenzo, «s'accorda
assai bene con quella dei sopradetti ragguardevoli personaggi da
lui invitati a testimoni ufficiali del suo matrimonio». Non
s'accorda affatto, peraltro, con la tradizione che descrive Balilla
come un popolano. Dai libri parrocchiali della chiesa di Santo
Stefano risulta poi la nascita (il 26 ottobre 1736) di Giovanni
Battista, l'eroe. L'evento si verificò in Vico dell'Olivella, la
stessa strada in cui era nato 200 anni prima Cristoforo
Colombo.
Un altro eminente studioso, il
cavalier Francesco Rolla, commemorando nel 1881 il gesto di
Balilla, affermò che «per tradizione sapeva che il padre del
Balilla si era trovato presente al fatto dell'eroe popolano», e che
«come padre volle esser pronto alla difesa del figlio in caso di
pericolo». Un altro storico, Émile Vincens, in una Storia della
Repubblica di Genova pubblicata a Parigi nel 1842, si spinge a
sostenere che il lancio della pietra non fu un gesto spontaneo e
improvvisato, ma un'azione concordata in precedenza, come
dimostrerebbe la celebre domanda «Che l'inse?» (tradotta in
francese da Vincens: «Voulez-vous que je commence?», volete che
cominci?). «Questa domanda», osserva lo storico ottocentesco, «pare
indicare come una risoluzione di agire fosse già stata presa
precedentemente fra i popolani e che la sola occasione di eseguirla
sopravvenne inattesa». Attese un cenno di assenso, e - ricevutolo -
scagliò il sasso. Un altro genovese degno di fede (Giuseppe
Casareto, morto nel 1916) riferì una tradizione orale in base alla
quale «i ragazzi convennero tra loro di essere i primi ad aprire le
ostilità con le sassate, ma dovendosi pur fissare chi di loro,
giunto il momento, dovesse tirare il primo sasso, fecero alla
conta, cioè a chi tocca (in genovese se ghe l'an deta au bagùn), e
la sorte toccò al Balilla». Eroe per caso? Tutt'altro. Un biografo
del Novecento, Franco Ridella, riportando l'ipotesi del sorteggio,
sostenne che Balilla «non è né un monello né un inconscio né un
bimbo comune: egli accettò da bravo e risoluto soldato la
desiderata esecuzione dell'atto additatogli dalla sorte, e sfidando
il pericolo, iniziò il moto che doveva liberare la Patria. Egli è
un piccolo eroe».
Un nome
popolare

Tra verità storica e leggenda. Come
spesso accade. La storiografia è concorde nel raccontare la
ribellione popolare del 5 dicembre 1746 e nell'individuare nel
gesto di un ragazzo (il lancio di una pietra) la miccia che accese
l'incendio. Ma sulla vera identità del protagonista non esistono
prove. Ovverosia, l'unica prova risultò falsa al vaglio degli
esperti. Si trattava di una dichiarazione autografa (conservata
attualmente nel Museo del Risorgimento di Genova) donata al Comune
di Genova il 10 dicembre 1906 da Edoardo Cabella, figlio del
senatore Cesare Cabella. Il donatore era certo dell'autenticità del
documento, consegnato - raccontava - a suo padre dalla domestica di
famiglia, Nicoletta Perasso, che affermava di essere discendente
dell'eroe genovese. Di questa lettera si era avuta notizia la prima
volta nel 1847. Soltanto nel 1927 (negli anni in cui il regime
fascista mitizzava la figura del "ragazzo di Portoria") emersero i
primi dubbi sull'attendibilità di quel documento, «perché, non
richiesto, è autoapologetico». Questa fu la conclusione alla quale
pervenne una apposita commissione istituita presso la Società
Ligure di Storia Patria. Qualche anno dopo si raggiunse la prova
del falso: uno studioso scoprì - dopo una serie di perizie e
ricerche archivistiche - che la carta del documento era stata
fabbricata nel 1832, cioè quasi un secolo dopo l'atto in esso
rivendicato.
Vale comunque la pena di trascrivere
il testo della dichiarazione, lasciando intatti gli errori di
ortografia (che non ne impediscono la comprensione): «io peraso
deto u balila o incunminciato a tirare un sascu e mi rispusero
andiamo avanti i mio sio mi di dise a speta un pocu che vengo mia
no portato una bandiera lo presa in mano mi sono miso a gridare
andiamo avanti altra nun dico che il popolo lu sa a dio a
tuti».
Cesare Cabella, il padre di Edoardo,
aveva ricostruito negli anni Quaranta del XIX secolo la genealogia
di Perasso, sulla base della testimonianza della domestica di casa
e avvalendosi della collaborazione di un sacerdote, Giuseppe
Olivieri, che aveva appreso dal parroco di Pratolongo di Montoggio,
don Giambattista Minaglia, che un suo parrocchiano, Giovanni
Battista Perasso, tintore, era noto nel quartiere per essersi
spesso vantato come autore del gesto dal quale era scaturita la
rivolta antiaustriaca.
Persino il soprannome (Balilla, che
in genovese sta per ragazzo) comparve per la prima volta in un
opuscolo celebrativo diffuso nel primo centenario della
ribellione.
Un mito costruito a posteriori,
dunque: almeno nei suoi aspetti anagrafici. Ma che il giovane di
Portoria fosse o meno Perasso, poco importa, ai fini dell'intera
vicenda e della forte simbologia ad essa attribuita durante il
Risorgimento, quando la lotta per l'indipendenza e per la libertà
richiedeva storie esemplari alle quali attingere. L'Inno degli
Italiani (con i versi «I bimbi d'Italia / si chiaman Balilla») fu
eseguito per la prima volta a Genova, e genovese era l'autore,
Goffredo Mameli. Nella seconda metà dell'Ottocento veniva stampato
un giornale che si chiamava O Balilla.
RAGAZZO D'ACCIAIO. Sotto il
fascismo ci fu la definitiva consacrazione. I giovani (e non
soltanto) cantavano una canzone: «Fischia il sasso, il nome squilla
/ del ragazzo di Portoria / e l'intrepido Balilla / sta gigante
nella storia». E ancora: «Era bronzo quel mortaio / che nel fango
sprofondò, / ma il ragazzo fu d'acciaio / e la Madre liberò». Ai
bimbi più o meno consapevolmente militanti fu dato il nome di
"Figli della Lupa", agli adolescenti fu imposta l'etichetta di
"Balilla". E la principale casa automobilistica italiana, la Fiat,
battezzò Balilla la sua auto più piccola e popolare. Si giocava (e
si gioca ancora) con il calcio-balilla, che dopo la guerra cambiò
nome (calcetto, bigliardino), ma che ora è tornato a chiamarsi
calcio-balilla.
Ecco che cosa si leggeva in un libro
di scuola del Ventennio. «Lucio deve indossare per la prima volta
la sua bella divisa. La mamma lo aiuta: ecco la nera camicia, i
calzoncini grigio verde, la fascia nera, l'azzurro fazzoletto.
Quante, quante cose! Se non ci fosse la mamma, Lucio non saprebbe
come venirne a capo. Eccolo finalmente pronto col nero fez sui
riccioli biondi. "Ora sei proprio un piccolo italiano", dice la
mamma, "ma per essere un vero Figlio della Lupa, non basta, sai,
Lucio, indossare la camicia nera". "Che debbo fare ancora, mamma?".
"Bisogna essere forti e coraggiosi come Balilla e, come lui, amare
la Patria". "Io sarò come lui, mamma", promette serio serio il
piccolo uomo"».
Un modello al quale ispirarsi.
Soprattutto perché - e questo piacque molto agli strateghi del
regime (che non dimenticarono gli altri eroi di quelle giornate di
Genova: Pittamuli, Carbone e Canevari) - Balilla non era (o
comunque non fu dipinto come tale) un eroe solitario. «Come si
spiega», scrisse Franco Ridella in una ricerca storica sul ragazzo
genovese, «che non appena il Balilla ebbe tirato il sasso, si vide
subito una fitta nuvola di sassi percuotere così fieramente i
soldati da costringerli a ritirarsi? Dove e quando i fanciulli
avevano trovato quei naturali proiettili?». La risposta è semplice:
li avevano già in tasca. L'azione era stata combinata e organizzata
in precedenza. Ciascuno al suo posto, nel rispetto della
disciplina, tutti pronti a intervenire al momento giusto. Come un
piccolo esercito compatto ed efficiente. Era questo l'insegnamento
che il fascismo voleva dare ai bambini e agli adolescenti. Tutti
per uno, pronti ad eseguire gli ordini, rispettando una strategia
studiata a tavolino. C'erano pure i rincalzi, nei vicoli di Genova:
le seconde linee che intervennero quando gli austriaci - superata
la sorpresa iniziale - erano pronti ad attuare la controffensiva.
La seconda fitta sassaiola fu quella che determinò la fuga del
nemico. Sempre che la storia sia andata realmente
così. |