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Un diplomatico che rinnova la nostra
più alta tradizione. Ambasciatore a Tokyo, poi a Londra, infine a
Washington, e al tempo stesso scrittore, Boris Biancheri è dal 1997
presidente dell'Ansa e dell'Ispi (Istituto per gli Studi di
Politica Internazionale). Appartenente a una famiglia di funzionari
pubblici e uomini politici, ha sempre respirato un'atmosfera colta
e illuminata. Ha iniziato la carriera diplomatica nel 1956
ricoprendo prestigiosi incarichi presso il Ministero degli Affari
Esteri - in particolare, nel 1985 è stato Direttore Generale degli
Affari Politici, in veste di negoziatore italiano del Trattato
sulla Cooperazione Politica Europea.
In contemporanea, ha coltivato la
sua passione saggistica e narrativa, ereditata, forse, dallo zio
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de Il Gattopardo. Infine, con
Cesare Merlini, Moisés Naìm, Luca Traverso, fa parte del Comitato
di redazione di Global FP, nuova rivista bimestrale sugli scenari
politici internazionali in collaborazione con l'Ispi e lo Iai
(Istituto Affari Internazionali), il cui direttore editoriale è
Ernesto Galli della Loggia. FP sta per Foreign Policy, perché la
testata è associata alla rivista americana di politica
internazionale così chiamata. Negli Usa, Biancheri ha ricevuto una
laurea ad honorem in Lettere dal Mercy College e un'altra in Legge
dall'Università di St John's.
Dal settembre del 1997 lei è
presidente dell'Ansa. Quale differenza riscontra tra la sua
carriera diplomatica e l'attuale attività nella principale agenzia
giornalistica italiana?
«Sono due attività che hanno qualche
punto in comune, ma sono fondamentalmente diverse. La diplomazia si
fonda sulle relazioni pubbliche al servizio dello Stato. L'Ansa è
la grande agenzia d'informazione giornalistica e radiotelevisiva e
nasce quale proprietà dei giornali. Quindi, nell'una c'è una
proprietà pubblica, nell'altra privata. L'Ansa deve riferire tutto
ciò che è necessario per informare meglio possibile l'opinione
pubblica, mentre il diplomatico deve esprimersi interpretando le
direttive del suo governo. Entrambe le attività si fondano però
sulla comunicazione. Una da governo a governo; l'altra da agenzia a
mondo dell'informazione».
C'è una suggestione familiare
nella sua vocazione diplomatica?
«C'è una tradizione, se così si può
dire. Mio padre era un diplomatico e io ho seguito il suo mestiere.
È stato spesso notato che fra i diplomatici ci sono molti figli di
diplomatici: ciò non deriva dal fatto che nella selezione si
preferiscano quest'ultimi. Accade piuttosto perché un giovane,
seguendo i genitori, impara a conoscere la professione paterna.
Molte volte mi sono sentito chiedere in che cosa consista il
"mestiere" del diplomatico, e ciò non mi stupisce, perché la parola
ambasciatore è nota a tutti, ma sapere cosa egli faccia
quotidianamente è meno noto. Inoltre i diplomatici viaggiano
frequentemente, quindi per i loro figli è più facile conoscere
lingue e costumi stranieri. Mio figlio, ad esempio, è nato a Tokyo,
ha studiato qualche anno a Roma, poi a Londra e infine a
Washington. Ora sta finendo l'università, e se, in futuro, mi
dicesse di voler fare il diplomatico, non mi stupirei».
Parliamo di Global FP, il nuovo
periodico da poco in edicola, a cui lei collabora. Come si colloca
questa nuova, importante pubblicazione rispetto ad altre
simili?
«Le sono grato della domanda, perché
mi consente di dire qualche parola sull'idea della rivista. In
Global FP non seguiamo la realtà specifica ma cerchiamo di vedere,
in quello che succede oggi, quali saranno i temi di domani. Questo
è, in sintesi, l'obiettivo: la denominazione di "global" è un po'
il contrario della geopolitica classica. Quest'ultima guarda alle
relazioni internazionali da un punto di vista dei confini degli
Stati. Noi, invece, cerchiamo di attraversare quei confini, e di
guardare alla globalità».
E quale rapporto c'è tra questa
rivista e la sua attività al vertice dell'Ansa?
«Un rapporto diretto, perché la
rivista è sponsorizzata e sostenuta dall'Ispi, mentre l'Ansa non ha
dipendenze editoriali. Naturalmente, l'Ansa mi ha consentito uno
sguardo sul mondo dell'informazione che, in qualche modo, mi
avvicina a queste tematiche. Essa costituisce un osservatorio delle
grandi correnti di comunicazione nel mondo e questo penso che, in
qualche modo, mi aiuti anche con Global FP. Inoltre, come
appartenente al comitato di redazione, posso travasare anche lì
certe idee».
Lei è editorialista de La Stampa
e collabora a vari periodici, nazionali e non. Come vede in
generale l'attuale situazione dei giornali italiani rispetto a
quelli internazionali?
«Nella nostra stampa periodica ci
sono testate che vanno decisamente bene. I quotidiani, invece,
risentono di un ciclo negativo, legato alla congiuntura economica e
quindi alla carenza di pubblicità. Inoltre le vendite, e di
conseguenza le tirature, tendono ad essere - come del resto accade
anche all'estero - in ribasso. Questo secondo elemento è forse il
più preoccupante, perché, a differenza della congiuntura, che è
soggetta ad alti e bassi, la vendita è legata agli interessi
culturali del lettore, che non cambiano con tanta rapidità. Inoltre
i lettori di quotidiani in Italia sono in numero più limitato
rispetto, ad esempio, a Germania e Gran Bretagna, che ne hanno, in
proporzione, più del doppio. Bisogna però dire che da noi non si
conosce il fenomeno della stampa popolare, se non in minima parte.
La stampa italiana è più omogenea; i massimi quotidiani e il foglio
locale sono più simili l'uno all'altro di quanto non siano il Times
e l'ultimo dei giornali popolari britannici o tedeschi. Dunque,
seppur ridotta rispetto a quella straniera, ha una qualità media
più elevata».
Secondo lei, quali scenari si
prefigurano in Iraq e come si inserisce la presenza italiana in
quel travagliato Paese?
«La presenza italiana in Iraq, come
hanno detto il Presidente della Repubblica Ciampi e il Presidente
del Consiglio Berlusconi, tende a migliorare le condizioni di vita
locali e non ad intervenire in uno stato di guerra. Tant'è vero che
si è concretata solo quando la guerra guerreggiata si è conchiusa
e, devo dire, quando tutti speravano che si entrasse in un periodo
di pace. Si sapeva, dunque, che occorreva tutelare la sicurezza dei
cittadini. E a questo fine sono state inviate le nostre truppe, ma
non si pensava che si sarebbe verificata una situazione di
conflittualità. I Paesi europei, purtroppo, non hanno avuto una
linea comune, e oggi ci rendiamo conto che sarebbe stata una gran
benedizione se ci fosse stata una posizione unitaria dell'Europa.
Non si è potuta prendere, perché alcune visioni politiche diverse
hanno separato due grandi nazioni, la Francia e la Germania, da
altre grandi nazioni, come Gran Bretagna, Spagna e Italia».
In che rapporto si pone l'attuale
politica estera italiana con la tradizionale diplomazia del nostro
Paese?
«In un rapporto di continuità. La
diplomazia cambia. Quarant'anni fa - ovvero quando ho iniziato io -
era affare del ministro degli Esteri e degli ambasciatori: di fatto
una questione che si passava tra ministri degli Esteri all'interno
del Ministero, con la collaborazione del corpo diplomatico. Adesso
la diplomazia è il frutto di molti soggetti. Anzitutto del mondo
economico, che ha, senz'altro, un'importanza crescente. Poi dei
media, delle organizzazioni non governative, delle lobbies. Dunque,
la politica estera non si svolge più fra l'ambasciatore e il suo
ministro degli Esteri; si realizza in tutta la società, con tanti
soggetti. Il ruolo della diplomazia è più organizzativo.
L'ambasciatore non è più colui che, nel chiuso della sua stanza,
scrive un rapporto, e questo determinerà la politica estera del
Paese. Oggi l'ambasciatore deve coordinare le linee della politica
estera, cercando di razionalizzarla».
Oltre alla sua attività
saggistica, lei ha intrapreso, nel '94, la via della narrativa.
Come si conciliano le sue molte attività?
«Seguire le orme di Tomasi di
Lampedusa mi sembra un obiettivo ambizioso e non vorrei mirare
troppo in alto. Ci sono molti diplomatici scrittori, anche se più
all'estero che in Italia, e i tipi di scrittura sono due: quella
memorialistica e quella d'invenzione. I memorialisti tendono a
completare ciò che non sono riusciti a fare nella loro carriera, o
a dire delle cose che non hanno avuto occasione di raccontare; i
narratori vogliono impegnarsi in qualcosa di diverso dalla propria
carriera: non completarla ma cambiarla».
Lei ha al suo attivo tre volumi:
con Il ritorno a Stomersee: tre racconti consolari, ha vinto il
Premio Grinzane Cavour 2003 per la narrativa italiana...
«Si tratta di tre lunghi racconti.
Il primo è ambientato nell'attuale Lettonia; il secondo si svolge
in Giappone - il protagonista rimane come risucchiato in questo
misterioso Paese - e il terzo in un'isola greca».
Poi c'è Accordare il mondo: la
diplomazia nell'età globale...
«Che è chiaramente un
saggio...».
E infine L'ambra del
Baltico...
«Ossia, una finta corrispondenza fra
Lampedusa e me. Lampedusa è morto l'anno in cui sono entrato in
carriera diplomatica: era mio zio, e in realtà non ci siamo mai
scritti...». |