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Per tutto l'oro... d'Italia

Ecco a voi la favolosa ricchezza del nostro Paese, custodita a Palazzo Koch, in via Nazionale: once del metallo giallo per un valore di oltre 25 miliardi di euro...

Palazzo Koch, la sede di Bankitalia

Immaginatevi una montagna d'oro accumulata in enormi sotterranei, lingotti, "mattonelle", barrette, monete. Immaginatevi tre uomini che sono gli unici in Italia ad avere le chiavi delle porte superblindate che immettono nei sotterranei. E poi pensate che questa storia che stiamo per raccontarvi non è fantascienza, non viene fuori da un fumetto di Paperon de' Paperoni, non si svolge in un forziere di carta.

È proprio reale, addirittura quasi tangibile. Immaginato? Bello, vero? E allora, ecco a voi la favolosa ricchezza di Palazzo Koch, il tesoro della Banca d'Italia. Per la precisione, 66,67 milioni di once di oro, corrispondenti ad un milione e 980mila chili e ad un valore di oltre 25 miliardi di euro - 50mila miliardi di vecchie lire -, che sono un'enormità, anche per chi è ricco e ricchissimo. Ogni tanto si parla e si vagheggia di questa fortuna tutta gialla. Ogni tanto si pensa di utilizzare questo immenso patrimonio per un motivo o per l'altro.

Recentemente, ai primi di marzo di quest'anno, quindici banchieri centrali europei hanno annunciato un nuovo accordo che prevede la possibile vendita da parte delle autorità monetarie di un massimo di 2.500 tonnellate di oro da qui al 2009. In pratica, l'intesa, valida dal 27 settembre prossimo per un periodo di cinque anni, rende possibile l'immissione sul mercato di un massimo di 500 tonnellate di oro all'anno. Nel frattempo, vendita o non vendita, 1.200 tonnellate di oro sono lì, nella "Sacristia" di via Nazionale (il resto è affidato alla Bri di Basilea e alla Federal Reserve di New York). Non ci sono solo i classici lingotti. Al di là delle pesanti porte blindate, in una zona che per motivi di sicurezza non è accessibile e naturalmente neppure fotografabile, ci sono più di 800mila, per la precisione 871.716 monete d'oro. Tra queste, alcune di straordinario valore numismatico, come i Maltagliati, monete coniate sui galeoni; come i dobloni dei bucanieri e dei pirati; e anche monete che risalgono ad epoche ancora più antiche. Tre gli uomini che dispongono delle chiavi del forziere: il cassiere centrale e due suoi strettissimi collaboratori. Quando arrivano dinanzi alle porte, ognuno di loro estrae le chiavi da un apposito astuccio e ognuno di loro, terminata l'operazione, le ripone nell'astuccio che viene custodito personalmente. È una specie di rito, la liturgia di via Nazionale, che in fatto di tradizioni è particolarmente rigida.

"Scale, stanze e corridoi", scrisse Luigi Einaudi sul Corriere della Sera, raccontando lo stile e la sostanza del lavoro in Bankitalia, "sono silenziosi e puliti. Gli uscieri sono pochi, correttamente vestiti e cortesi. Non si parla ad alta voce, non si odono rumori fastidiosi. Donato Menichella (all'epoca governatore della Banca d'Italia, ndr) non ama i rumori. Preferiva, immagino, ricevere i dirigenti delle banche, amici suoi o a lui devoti, i capi di imprese, grandi e minute, nel suo studio. Che è silenzioso, dove i visitatori sono introdotti da uscieri dal portamento corretto, attraverso atri e corridoi mondi dalla polvere o dalle ragnatele".

Uno stile che si rinnova, anche nel caveau. I pochi che sanno parlano di un silenzio quasi irreale, profondo. Nessuna voce sul luccichio dell'oro, le misure dei lingotti, nessuna indiscrezione. Solo comunicati ufficiali, a conferma dell'estrema riservatezza, del rigore, della voglia di rimanere lontano dai riflettori.

L'oro è fuso in lingotti. Accanto alle classiche forme italiana, francese, tedesca, spagnola e inglese, c'è la "mattonella" americana. In fondo al caveau, assicurano alcuni cronisti, i lingotti provenienti dalle miniere siberiane. Recano la falce e martello. Li chiamano i lingotti "dei quattro nove" per la loro eccezionale percentuale di raffinazione: 99,99 per cento.

Ogni tre mesi Palazzo Koch comunica il valore dell'oro in relazione al suo peso. Nell'ultima rilevazione a noi disponibile, riferita alla fine di gennaio, Bankitalia poteva contare su oltre 25 miliardi di euro di riserve ufficiali in oro. Ad ottobre 2003, invece, il corrispettivo in euro era pari a poco più di 26 miliardi. Parte delle riserve, in seguito all'avvio della moneta unica europea, sono state virtualmente depositate presso la Banca centrale europea in proporzione alla quota di capitale della Bce sottoscritta dall'Italia. Una somma (in oro) che a sua volta riflette il peso del Pil nazionale in relazione al Pil europeo.

Periodicamente i lingotti sono pesati con una bilancia elettronica asettica, per evitare di pesare anche microbi e insetti. Talvolta viene usata un'antica e precisa bilancia a coltelli. In questo caso, però, bisogna seguire particolari accortezze per evitare misurazioni non corrispondenti al vero: su un piatto sono posati i lingotti, sull'altro i pesi che vengono afferrati con pinze per evitare che il sudore delle mani eventualmente alteri la misurazione.

Così anno dopo anno, decennio dopo decennio, secondo regole mutate solo di poco nel corso del tempo. E quest'oro, almeno stando all'accordo recentemente raggiunto a Basilea, in parte potrà essere immesso sul mercato. Come e quando è difficile dirlo. Certamente si tratterà di una vendita concertata, ma i comunicati ufficiali non contengono per ora grandi particolari. Si sa che i Paesi aderenti all'intesa sono quattordici, dodici dei quali appartenenti alla zona euro: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Spagna, con l'aggiunta di Svezia e Svizzera. Manca la Banca d'Inghilterra, che si è chiamata fuori spiegando di non voler vendere oro nei prossimi anni. Da parte sua, la Banca centrale svizzera si è limitata ad annunciare che non intende vendere più delle 130 tonnellate già previste. Si sa, infine, che secondo le quattordici banche centrali e i rispettivi banchieri «l'oro rimarrà un elemento importante delle riserve monetarie globali».

E così, anche se recentemente il metallo prezioso ha perso parte del suo appeal, la "Sacristia" di via Nazionale conserverà intatto il suo fascino.

Arturo Saitta