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Eroi d'Italia - 3 - Giovanni da Procida

Nel 1282 Palermo si ribellò alle prepotenze dei francesi di Carlo d'Angiò. Era il martedì dopo Pasqua, al tramonto, l'ora del Vespro: un soldato che aveva infastidito una ragazza fu ucciso dalla folla inferocita. La sommossa si estese a macchia d'olio in tutta l'isola, passando alla storia con il nome di "Vespri Siciliani". Fu la prima rivoluzione italiana contro lo straniero, celebrata nel Risorgimento e ricordata come un esempio per il riscatto nazionale. Gli Angioini non riuscirono più a riconquistare la Sicilia che - tuttavia - rimase sotto il dominio straniero fino all'Ottocento, quando Garibaldi sconfisse i Borbone, consegnando a Vittorio Emanuele II il Regno delle Due Sicilie. Ecco il racconto di una pagina di storia che merita un posto nella memoria italiana

Busto di Giovanni da Procida

Settecentoundici anni fa la Sicilia si ribellò allo straniero, e quella fu la prima rivoluzione nel calendario italiano del Millennio che ci siamo appena lasciati alle spalle. Intorno a quell'evento sono fiorite leggende, sono stati scritti romanzi e opere liriche. Goffredo Mameli - nel suo Inno - dedicò due versi a quella lontana sommossa. Insieme all'impresa di Scipione l'Africano (che aveva sconfitto i cartaginesi, aprendo la strada al dominio di Roma nel Mediterraneo) e a quelle di Giovanni Battista Perasso (il ragazzo genovese che lanciò un sasso contro gli austriaci occupanti), di Francesco Ferrucci, della Lega Lombarda (che sconfisse Federico Barbarossa), i Vespri furono scelti dal poeta come un esempio di riscatto nazionale. Fu una rivolta di popolo, una sommossa spontanea - anche se non del tutto - contro i soprusi di uno straniero che non si faceva amare (Carlo d'Angiò) e di un esercito (quello francese) che s'abbandonava ad angherie di ogni genere.

La scintilla esplose il martedì dopo Pasqua dell'anno 1282 (era il 30 marzo), all'imbrunire. La racconta così uno dei più autorevoli storici del Medioevo, Edward Gibbon (Storia della decadenza e caduta dell'Impero Romano): «Mentre una processione di cittadini disarmati visitava una chiesa fuori delle mura, una nobile giovanetta fu villanamente insultata da un soldato francese, che fu immediatamente punito con la morte. Sulle prime il popolo fu disperso da armati, ma il numero e il furore prevalendo, i congiurati colsero l'occasione, l'incendio si estese per tutta l'isola e ottomila francesi furono uccisi in un massacro generale, cui fu dato il nome di Vespri Siciliani».

Ed ecco la versione del più illustre studioso dell'intera vicenda, Michele Amari (La guerra del Vespro Siciliano, pubblicata a metà Ottocento): «Una giovane di rara bellezza, di nobil portamento e modesto, con lo sposo, coi congiunti avviavasi al tempio». Della fanciulla i contemporanei tacquero il nome, ma uno scrittore del Seicento la identificò nella figlia di un certo Ruggiero Mastrangelo. Prosegue Amari: un francese, che si chiamava Droetto, «per onta o licenza, a lei si fa come a richiedere d'armi nascose, e le dà di piglio; le cerca il petto. Svenuta, cadde in braccio allo sposo. Lo sposo, soffocato di rabbia: "Oh, muoiano, urlò, muoiano una volta questi francesi!". Ed ecco dalla folla che già traea, s'avventa un giovane; afferra Droetto; il disarma; il trafigge; probabil è ch'ei medesimo cadesse ucciso al momento, restando ignoto il suo nome e l'essere, e se il movesse amor dell'ingiuriata donna, impeto di nobil animo, o altissimo pensiero di dar via al riscatto. I forti esempi, più che ragione o parola, i popoli infiammano. Si destaron quegli schiavi dal lungo servaggio: "Muoiano, muoiano i francesi!", gridarono; e il grido, come voce di Dio, dicon le storie de' tempi, echeggiò per tutta la campagna, penetrò tutti i cuori. Cadon su Droetto vittime dell'una e dell'altra gente: e la moltitudine si scompiglia, si spande, si serra; i nostri con sassi, bastoni e coltelli disperatamente abbaruffavansi con gli armati da capo a pie'; cercavanli; incalzavanli; e seguiano orribili casi tra gli apparecchi festivi, e le rovesciate mense macchiate di sangue. La forza del popolo spiegossi, e soperchiò. Breve indi la zuffa: grossa la strage de' nostri: ma eran dugento i francesi, e ne caddero dugento».

CICIRI, NON KIKIRI. Esplosione spontanea di rabbia, non disegno preordinato. Movimento popolare, su questo punto tutti gli storici concordano. Su altri si dividono. Michele Amari si preoccupò di confutare la tesi secondo la quale "tutti" i francesi furono sterminati più o meno simultaneamente dalla popolazione. Un canto popolare dice: «'nta n'ura fu distrutta dda simenza», in un'ora fu distrutta quella genia. Non andò così: il massacro degli occupanti fu compiuto nell'arco di un mese circa, come dimostra un racconto tramandato nei secoli. I francesi presenti nell'isola, rendendosi conto che tirava un'aria brutta per loro, si mimetizzarono fra i siciliani, indossando i loro vestiti. Vennero smascherati, uno per uno, invitandoli a pronunciare la parola cìciri (ceci) che essi non sapevano pronunciare, mancando della "c" palatale: dicevano kikiri (o sisiri), tradendo le loro origini. Il difetto di pronuncia era sufficiente per condannarli a morte.

Su un altro punto, non marginale, gli storici hanno opinioni diverse. Sposando al cento per cento l'idea di un'insurrezione spontanea, Michele Amari sostiene che non ci fu un capo della rivolta. Altri storici ritengono invece che l'incidente del martedì di Pasqua fu soltanto la scintilla per una sollevazione che era stata preparata dai ghibellini, e che ebbe in Giovanni da Procida il suo ispiratore e il suo capo.

Chi era costui? Lo racconta Gibbon: «Fra i proscritti aderenti alla casa di Svevia, Giovanni da Procida era stato spodestato e cacciato da un'isoletta di questo nome, situata nella baia di Napoli. Di nobile famiglia e di grande dottrina, alleviò la povertà dell'esilio praticando la medicina, che aveva studiato nella scuola di Salerno. La fortuna non gli aveva lasciato che la vita ed egli la disprezzava; e il disprezzo della vita è la prima dote d'un ribelle. Possedeva inoltre l'arte di negoziare, di far valere le proprie ragioni e di nascondere i propri fini, e nei suoi vari contatti con popoli e singoli sapeva persuadere tutti che agiva soltanto nel loro interesse. I nuovi regni di Carlo erano tribolati da oppressioni fiscali e militari di ogni specie, e la vita e i beni dei suoi sudditi italiani erano sacrificati alla grandezza del loro padrone e alla licenza dei suoi seguaci. L'odio dei napoletani era represso dalla sua presenza, ma il licenzioso governo dei suoi vicerè eccitò il disprezzo e insieme l'avversione dei siciliani. L'isola fu ridestata al sentimento di libertà dall'eloquenza di Giovanni da Procida, che dimostrò a ogni barone come fosse suo interesse difendere la causa comune. Confidando nell'aiuto straniero, egli visitò successivamente le corti dell'imperatore di Costantinopoli e di Pietro, re d'Aragona, che possedeva le regioni marittime di Valenza e della Catalogna». A Pietro, erede di Manfredi, offrì la corona di Sicilia; a Paleologo argomentò che sarebbe stato opportuno distrarre il suo nemico Carlo d'Angiò con una ribellione all'interno del suo regno, in modo di avere campo libero nel Mediterraneo. Gibbon sostiene che Giovanni dedicò due anni all'opera diplomatica: «Travestito da frate, o da mendicante, l'instancabile missionario della rivolta correva da Costantinopoli a Roma, e dalla Sicilia a Saragozza». Ergo, «è lecito dubitare se la subitanea esplosione di Palermo fosse accidentale o premeditata».

Uno storico autorevolissimo del Medioevo, Steven Runciman (che pure ha fatto propria la versione di Amari), ammette che «nella primavera del 1282 l'intero mondo mediterraneo sapeva che una crisi era vicina», mentre i siciliani «scontenti, infiammati dagli emissari aragonesi e arricchiti dagli agenti di Costantinopoli, continuavano segretamente a complottare la rivolta».

Altre fonti storiche hanno accreditato l'ipotesi che Giovanni da Procida si fosse mosso per vendetta, in quanto una sua figlia «si era suicidata nel giorno stesso delle nozze, per non subire l'onta dello jus primae noctis da parte di un capitano francese che alloggiava nella sua casa e che per giunta era fedifrago perché aveva finto di dare il suo consenso a quelle nozze».

UN ROMANZO. Sessantacinque anni fa una scrittrice, Clara Falcone, ha dedicato a Giovanni da Procida un romanzo storico. Nella trama, Giovanni - dopo aver ordito la tela delle alleanze - è presente anche sulla scena del "fattaccio" del 30 marzo 1282. «Giovanni raggiava. Era l'ora della sua vittoria. Impugnato un alare di ferro, tremendo, si mischiava nella lotta, aizzava i cittadini. Dirigeva i figli. Alla luce illanguidita del Vespro ora tutti i duecento francesi che erano presso Santo Spirito giacevano morti nel loro sangue».

Accompagnato dai figli (Francesco, e Tommaso), l'eroe del Vespro capeggia la sommossa. «La città fu in breve invasa. I francesi, presi alla sprovvista, non avevano neanche il tempo di difendersi che, a gruppi, gli insorti erano loro addosso. Per le vie insanguinate la gazzarra diveniva indescrivibile. Si uccidevano uomini, donne, vecchi e bambini, senza pietà, purché fossero francesi. Dalle finestre delle case devastate, invase, erano buttate giù tutte le suppellettili e armi che potessero trovarsi utili ai siciliani per la lotta. A volte veniva snidato ancora qualche angioino su, nella soffitta, e allora il corpo, precipitato abbasso insieme ai ferri, andava a fracassarsi sul selciato». S'era fatto notte, nel frattempo. «Per androni e segrete, gruppi di uomini andavano esplorando a lume di torce. A volte traevano ancora qualcuno da un nascondiglio. "Dì, dì ciceri", gli urlavano sul viso. La pronuncia francese stentava nell'accento sdrucciolo della parola, nella durezza italiana della "c". Un colpo di pugnale, il tonfo di un morto a terra, e via».

Romanzo, ma rigorosamente documentato nelle fonti storiche: un genere (in voga nella prima metà del Novecento) passato di moda, sostituito dai film d'ambientazione storica, o dagli sceneggiati televisivi.

Pochi giorni dopo (nel racconto della Falcone) Giovanni si recò sulle coste tunisine, dove si trovava la flotta aragonese, per incontrare Pietro d'Aragona. «Signore, Iddio vi dia lunga vita: eccovi le lettere di tutte le città e luoghi di Sicilia che tutti sono pronti ad obbedirvi per signore e per re. Il re «alzò gli occhi al cielo, adunò i baroni: "Se piace a Iddio e a voi altri", dichiarò, "pensiamo d'andare con la grazia di Dio; e nella sua custodia e della Madonna Santa Maria andiamo in Sicilia". In tre giorni il campo fu tolto. Come a una crociata, i soldati si segnavano e baciavano la terra».

Un po' retorico, secondo il gusto corrente all'epoca in cui fu scritto.

CANCELLIERE. Quel che è storicamente accertato è che Giovanni da Procida (nato a Salerno nel 1210), fu il medico personale di Federico II di Svevia e assistette all'agonia e alla morte dell'imperatore (nel 1250) che gli donò varie terre nei dintorni di Napoli, compresa l'isola di Procida. Fu poi un fedelissimo di Manfredi, coprendo la carica di Cancelliere del regno. Secondo una leggenda era presente - il 29 ottobre 1268 - nella piazza del Mercato di Napoli alla decapitazione di Corradino di Svevia, e fu proprio lui a raccogliere il guanto che il nipote di Federico gettò fra la gente perché qualcuno continuasse la lotta contro gli Angiò. Giovanni da Procida morì a Roma, nel 1298, mentre ricopriva l'incarico di Cancelliere alla corte aragonese.




Il suon di ogni squilla




Dante Alighieri - che era un cronista di razza - aveva conosciuto a Firenze, nel 1294, Carlo Martello, primogenito di Carlo II d'Angiò (figlio di Carlo I), incoronato re d'Ungheria e destinato alla successione anche come re di Sicilia. Morì, giovanissimo, nel 1295, e non fece in tempo ad ereditare le altre corone a lui destinate. Nell'VIII canto del Paradiso, il poeta lo usa come testimone parlante delle malefatte degli Angiò: «Mi disse: "Il mondo m'ebbe / giù poco tempo; e se più fossi stato, / molto sarà di mal, che non sarebbe"». E, in particolare, la Sicilia «"avrebbe li suoi regi ancora, / nati per me di Carlo e di Ridolfo, / se mala signoria, che sempre accora / li popoli suggetti, non avesse / mosso Palermo a gridar 'Mora, mora!'"». Per rendere comprensibili i versi, occorre spiegare che Carlo e Rodolfo erano il nonno di Carlo Martello e il suocero, Rodolfo d'Asburgo: lui avrebbe ereditato il regno se il governo tirannico imposto in Sicilia non avesse spinto i palermitani, nel Vespro, a gridare «Morte ai francesi».

Il resoconto fedele di un contemporaneo conferma, con il massimo di autorevolezza, alcuni particolari giunti fino ai giorni nostri. In realtà, pare che Carlo non fosse un cattivo sovrano. A Napoli il ricordo non è negativo. In Sicilia è odiato. Steven Runciman spiega (I Vespri Siciliani) le ragioni di questa discordanza di sentimenti: «Carlo era un governante abile e scrupoloso e trascorreva la maggior parte del suo tempo a Napoli o nei dintorni, oppure in Puglia. Vi poteva così soprintendere all'amministrazione e curare che i suoi funzionari non vessassero i sudditi. Era probabile che napoletani e pugliesi subissero con irritazione le forti tasse e la spietata efficienza con cui avveniva l'esazione; era probabile che mal tollerassero la scarsa importanza che veniva riconosciuta loro nel controllo del Paese; ma Carlo era pronto a migliorare i loro porti e le loro strade e ad incoraggiare i loro mercati. C'erano inoltre buone occupazioni che gli italiani leali potevano ottenere negli altri suoi domini, in Provenza, Albania o in Palestina. Diversa era la condizione dell'isola di Sicilia. Carlo diffidava dei siciliani, specialmente dopo la grande insurrezione ai tempi dell'invasione di Corradino. Praticamente non fece nulla per favorire la loro economia. Non visitò mai l'isola, eccetto quando vi passò per recarsi alla crociata tunisina; personalmente non si curò mai della sua amministrazione. La Sicilia era amministrata da alti funzionari francesi, che avevano alle loro dipendenze italiani provenienti dal continente. Non v'è quasi dubbio che questi amministratori fossero boriosi, duri e rapaci, e quasi certamente corrotti. Le tasse erano pesanti, e soltanto gli amici dei funzionari sfuggivano alle estorsioni.

Napoli era la capitale del regno, Palermo di una colonia. Sotto gli svevi era accaduto esattamente l'inverso. Ed è logico, dunque, che gli isolani nutrissero sentimenti di odio per quel re straniero.

GUERRA DI LOGORAMENTO. Queste furono le cause profonde della ribellione siciliana. Carlo d'Angiò, tuttavia, non si dette per vinto. Lui (e i suoi eredi) tentarono per quasi un secolo di riappropriarsi della Sicilia, senza peraltro riuscirvi. Un mese dopo i Vespri si ribellò anche Messina, che fu sottoposta a un lungo assedio da parte dei soldati francesi. L'8 agosto di quell'anno furono due donne (Dina e Clarenza) ad accorgersi dell'assalto del nemico e ad avvertire i difensori della città. La leggenda vuole che intervenisse anche la Madonna, protettrice di Messina, a mettere la città al riparo del proprio mantello. Ci fu un tentativo di mediazione di un messo papale, il cardinale Gerardo di Parma, per indurre i messinesi ad arrendersi. Quando essi si resero conto che il cardinale agiva per conto di Carlo, dissero che preferivano la morte al ritorno sotto il suo dominio.

Pietro III d'Aragona (che i siciliani consideravano il legittimo erede del trono avendo sposato la figlia di re Manfredi) si trovava in quel momento in Tunisia impegnato in una crociata. Un'ambasceria di siciliani lo raggiunse per offrirgli la corona, che lui accettò. Il 30 agosto sbarcò a Trapani, conquistando il regno senza lottare, grazie alla voluntas Siculorum. Il 2 settembre, a Palermo, fu acclamato re dalla folla. Un mese dopo entrò trionfalmente a Messina: Carlo aveva tolto l'assedio alla città, rendendosi conto che non avrebbe potuto difendere la posizione. Ebbe così inizio una guerra di logoramento che si sarebbe protratta per novanta anni. Ma gli Angiò non riuscirono più a prendere possesso dell'isola.

Tre anni dopo i Vespri, uscirono di scena tutti i protagonisti della vicenda (con l'eccezione di Giovanni da Procida). Carlo stava risalendo la penisola, avendo rinunciato a un'azione immediata per la riconquista della Sicilia. Morì a Foggia, a cinquantotto anni, il 7 gennaio 1285. Il 29 marzo morì Martino IV, il papa che aveva indebolito il prestigio della Chiesa a causa dell'ubbidienza mostrata al sovrano angioino. Il 10 novembre toccò a Pietro III d'Aragona.

I loro successori furono personaggi di più modesta levatura. Il nuovo re, Giacomo II, successore di Pietro, fu scomunicato dal successore di Martino, Onorio IV che organizzò una nuova spedizione militare contro la Sicilia. Ruggero di Lauria, comandante della flotta aragonese, sconfisse nel golfo di Napoli gli Angioini, annientandone la flotta.

Si aprì una specie di "storia infinita" che fece persino dimenticare ai siciliani le ragioni che li avevano indotti alla sommossa del 1282. Di fatto l'isola - che aveva combattuto la sua guerra d'indipendenza con quasi seicento anni d'anticipo sul resto d'Italia - era finita sotto la dominazione spagnola che sarebbe stata costretta a subire per parecchi secoli. S'era trattato, comunque, di una grande prova d'orgoglio che - soprattutto nell'Ottocento, negli anni del Risorgimento - infiammò l'animo degli italiani, ansiosi di liberarsi di ogni forma di indipendenza dagli stranieri, fossero essi gli Asburgo d'Austria o i Borbone di Spagna, i Lorena di Toscana, o gli altri rami dei Borbone che governavano Lucca e Parma. Lo scrisse - con estrema chiarezza - Michele Amari nella prefazione della sua Storia del Vespro: il libro «nacque dalle passioni che ferveano in Sicilia innanzi il 1848».

Garibaldi doveva ancora arrivare.

Filippo Malatesta