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Settecentoundici anni fa la Sicilia
si ribellò allo straniero, e quella fu la prima rivoluzione nel
calendario italiano del Millennio che ci siamo appena lasciati alle
spalle. Intorno a quell'evento sono fiorite leggende, sono stati
scritti romanzi e opere liriche. Goffredo Mameli - nel suo Inno -
dedicò due versi a quella lontana sommossa. Insieme all'impresa di
Scipione l'Africano (che aveva sconfitto i cartaginesi, aprendo la
strada al dominio di Roma nel Mediterraneo) e a quelle di Giovanni
Battista Perasso (il ragazzo genovese che lanciò un sasso contro
gli austriaci occupanti), di Francesco Ferrucci, della Lega
Lombarda (che sconfisse Federico Barbarossa), i Vespri furono
scelti dal poeta come un esempio di riscatto nazionale. Fu una
rivolta di popolo, una sommossa spontanea - anche se non del tutto
- contro i soprusi di uno straniero che non si faceva amare (Carlo
d'Angiò) e di un esercito (quello francese) che s'abbandonava ad
angherie di ogni genere.
La scintilla esplose il martedì dopo
Pasqua dell'anno 1282 (era il 30 marzo), all'imbrunire. La racconta
così uno dei più autorevoli storici del Medioevo, Edward Gibbon
(Storia della decadenza e caduta dell'Impero Romano): «Mentre una
processione di cittadini disarmati visitava una chiesa fuori delle
mura, una nobile giovanetta fu villanamente insultata da un soldato
francese, che fu immediatamente punito con la morte. Sulle prime il
popolo fu disperso da armati, ma il numero e il furore prevalendo,
i congiurati colsero l'occasione, l'incendio si estese per tutta
l'isola e ottomila francesi furono uccisi in un massacro generale,
cui fu dato il nome di Vespri Siciliani».
Ed ecco la versione del più illustre
studioso dell'intera vicenda, Michele Amari (La guerra del Vespro
Siciliano, pubblicata a metà Ottocento): «Una giovane di rara
bellezza, di nobil portamento e modesto, con lo sposo, coi
congiunti avviavasi al tempio». Della fanciulla i contemporanei
tacquero il nome, ma uno scrittore del Seicento la identificò nella
figlia di un certo Ruggiero Mastrangelo. Prosegue Amari: un
francese, che si chiamava Droetto, «per onta o licenza, a lei si fa
come a richiedere d'armi nascose, e le dà di piglio; le cerca il
petto. Svenuta, cadde in braccio allo sposo. Lo sposo, soffocato di
rabbia: "Oh, muoiano, urlò, muoiano una volta questi francesi!". Ed
ecco dalla folla che già traea, s'avventa un giovane; afferra
Droetto; il disarma; il trafigge; probabil è ch'ei medesimo cadesse
ucciso al momento, restando ignoto il suo nome e l'essere, e se il
movesse amor dell'ingiuriata donna, impeto di nobil animo, o
altissimo pensiero di dar via al riscatto. I forti esempi, più che
ragione o parola, i popoli infiammano. Si destaron quegli schiavi
dal lungo servaggio: "Muoiano, muoiano i francesi!", gridarono; e
il grido, come voce di Dio, dicon le storie de' tempi, echeggiò per
tutta la campagna, penetrò tutti i cuori. Cadon su Droetto vittime
dell'una e dell'altra gente: e la moltitudine si scompiglia, si
spande, si serra; i nostri con sassi, bastoni e coltelli
disperatamente abbaruffavansi con gli armati da capo a pie';
cercavanli; incalzavanli; e seguiano orribili casi tra gli
apparecchi festivi, e le rovesciate mense macchiate di sangue. La
forza del popolo spiegossi, e soperchiò. Breve indi la zuffa:
grossa la strage de' nostri: ma eran dugento i francesi, e ne
caddero dugento».
CICIRI, NON KIKIRI.
Esplosione spontanea di rabbia, non disegno preordinato. Movimento
popolare, su questo punto tutti gli storici concordano. Su altri si
dividono. Michele Amari si preoccupò di confutare la tesi secondo
la quale "tutti" i francesi furono sterminati più o meno
simultaneamente dalla popolazione. Un canto popolare dice: «'nta
n'ura fu distrutta dda simenza», in un'ora fu distrutta quella
genia. Non andò così: il massacro degli occupanti fu compiuto
nell'arco di un mese circa, come dimostra un racconto tramandato
nei secoli. I francesi presenti nell'isola, rendendosi conto che
tirava un'aria brutta per loro, si mimetizzarono fra i siciliani,
indossando i loro vestiti. Vennero smascherati, uno per uno,
invitandoli a pronunciare la parola cìciri (ceci) che essi non
sapevano pronunciare, mancando della "c" palatale: dicevano kikiri
(o sisiri), tradendo le loro origini. Il difetto di pronuncia era
sufficiente per condannarli a morte.
Su un altro punto, non marginale,
gli storici hanno opinioni diverse. Sposando al cento per cento
l'idea di un'insurrezione spontanea, Michele Amari sostiene che non
ci fu un capo della rivolta. Altri storici ritengono invece che
l'incidente del martedì di Pasqua fu soltanto la scintilla per una
sollevazione che era stata preparata dai ghibellini, e che ebbe in
Giovanni da Procida il suo ispiratore e il suo capo.
Chi era costui? Lo racconta Gibbon:
«Fra i proscritti aderenti alla casa di Svevia, Giovanni da Procida
era stato spodestato e cacciato da un'isoletta di questo nome,
situata nella baia di Napoli. Di nobile famiglia e di grande
dottrina, alleviò la povertà dell'esilio praticando la medicina,
che aveva studiato nella scuola di Salerno. La fortuna non gli
aveva lasciato che la vita ed egli la disprezzava; e il disprezzo
della vita è la prima dote d'un ribelle. Possedeva inoltre l'arte
di negoziare, di far valere le proprie ragioni e di nascondere i
propri fini, e nei suoi vari contatti con popoli e singoli sapeva
persuadere tutti che agiva soltanto nel loro interesse. I nuovi
regni di Carlo erano tribolati da oppressioni fiscali e militari di
ogni specie, e la vita e i beni dei suoi sudditi italiani erano
sacrificati alla grandezza del loro padrone e alla licenza dei suoi
seguaci. L'odio dei napoletani era represso dalla sua presenza, ma
il licenzioso governo dei suoi vicerè eccitò il disprezzo e insieme
l'avversione dei siciliani. L'isola fu ridestata al sentimento di
libertà dall'eloquenza di Giovanni da Procida, che dimostrò a ogni
barone come fosse suo interesse difendere la causa comune.
Confidando nell'aiuto straniero, egli visitò successivamente le
corti dell'imperatore di Costantinopoli e di Pietro, re d'Aragona,
che possedeva le regioni marittime di Valenza e della Catalogna». A
Pietro, erede di Manfredi, offrì la corona di Sicilia; a Paleologo
argomentò che sarebbe stato opportuno distrarre il suo nemico Carlo
d'Angiò con una ribellione all'interno del suo regno, in modo di
avere campo libero nel Mediterraneo. Gibbon sostiene che Giovanni
dedicò due anni all'opera diplomatica: «Travestito da frate, o da
mendicante, l'instancabile missionario della rivolta correva da
Costantinopoli a Roma, e dalla Sicilia a Saragozza». Ergo, «è
lecito dubitare se la subitanea esplosione di Palermo fosse
accidentale o premeditata».
Uno storico autorevolissimo del
Medioevo, Steven Runciman (che pure ha fatto propria la versione di
Amari), ammette che «nella primavera del 1282 l'intero mondo
mediterraneo sapeva che una crisi era vicina», mentre i siciliani
«scontenti, infiammati dagli emissari aragonesi e arricchiti dagli
agenti di Costantinopoli, continuavano segretamente a complottare
la rivolta».
Altre fonti storiche hanno
accreditato l'ipotesi che Giovanni da Procida si fosse mosso per
vendetta, in quanto una sua figlia «si era suicidata nel giorno
stesso delle nozze, per non subire l'onta dello jus primae noctis
da parte di un capitano francese che alloggiava nella sua casa e
che per giunta era fedifrago perché aveva finto di dare il suo
consenso a quelle nozze».
UN ROMANZO. Sessantacinque
anni fa una scrittrice, Clara Falcone, ha dedicato a Giovanni da
Procida un romanzo storico. Nella trama, Giovanni - dopo aver
ordito la tela delle alleanze - è presente anche sulla scena del
"fattaccio" del 30 marzo 1282. «Giovanni raggiava. Era l'ora della
sua vittoria. Impugnato un alare di ferro, tremendo, si mischiava
nella lotta, aizzava i cittadini. Dirigeva i figli. Alla luce
illanguidita del Vespro ora tutti i duecento francesi che erano
presso Santo Spirito giacevano morti nel loro sangue».
Accompagnato dai figli (Francesco, e
Tommaso), l'eroe del Vespro capeggia la sommossa. «La città fu in
breve invasa. I francesi, presi alla sprovvista, non avevano
neanche il tempo di difendersi che, a gruppi, gli insorti erano
loro addosso. Per le vie insanguinate la gazzarra diveniva
indescrivibile. Si uccidevano uomini, donne, vecchi e bambini,
senza pietà, purché fossero francesi. Dalle finestre delle case
devastate, invase, erano buttate giù tutte le suppellettili e armi
che potessero trovarsi utili ai siciliani per la lotta. A volte
veniva snidato ancora qualche angioino su, nella soffitta, e allora
il corpo, precipitato abbasso insieme ai ferri, andava a
fracassarsi sul selciato». S'era fatto notte, nel frattempo. «Per
androni e segrete, gruppi di uomini andavano esplorando a lume di
torce. A volte traevano ancora qualcuno da un nascondiglio. "Dì, dì
ciceri", gli urlavano sul viso. La pronuncia francese stentava
nell'accento sdrucciolo della parola, nella durezza italiana della
"c". Un colpo di pugnale, il tonfo di un morto a terra, e via».
Romanzo, ma rigorosamente
documentato nelle fonti storiche: un genere (in voga nella prima
metà del Novecento) passato di moda, sostituito dai film
d'ambientazione storica, o dagli sceneggiati televisivi.
Pochi giorni dopo (nel racconto
della Falcone) Giovanni si recò sulle coste tunisine, dove si
trovava la flotta aragonese, per incontrare Pietro d'Aragona.
«Signore, Iddio vi dia lunga vita: eccovi le lettere di tutte le
città e luoghi di Sicilia che tutti sono pronti ad obbedirvi per
signore e per re. Il re «alzò gli occhi al cielo, adunò i baroni:
"Se piace a Iddio e a voi altri", dichiarò, "pensiamo d'andare con
la grazia di Dio; e nella sua custodia e della Madonna Santa Maria
andiamo in Sicilia". In tre giorni il campo fu tolto. Come a una
crociata, i soldati si segnavano e baciavano la terra».
Un po' retorico, secondo il gusto
corrente all'epoca in cui fu scritto.
CANCELLIERE. Quel che è
storicamente accertato è che Giovanni da Procida (nato a Salerno
nel 1210), fu il medico personale di Federico II di Svevia e
assistette all'agonia e alla morte dell'imperatore (nel 1250) che
gli donò varie terre nei dintorni di Napoli, compresa l'isola di
Procida. Fu poi un fedelissimo di Manfredi, coprendo la carica di
Cancelliere del regno. Secondo una leggenda era presente - il 29
ottobre 1268 - nella piazza del Mercato di Napoli alla
decapitazione di Corradino di Svevia, e fu proprio lui a
raccogliere il guanto che il nipote di Federico gettò fra la gente
perché qualcuno continuasse la lotta contro gli Angiò. Giovanni da
Procida morì a Roma, nel 1298, mentre ricopriva l'incarico di
Cancelliere alla corte aragonese.
Il suon di ogni
squilla
Dante Alighieri - che era un cronista di razza - aveva conosciuto a
Firenze, nel 1294, Carlo Martello, primogenito di Carlo II d'Angiò
(figlio di Carlo I), incoronato re d'Ungheria e destinato alla
successione anche come re di Sicilia. Morì, giovanissimo, nel 1295,
e non fece in tempo ad ereditare le altre corone a lui destinate.
Nell'VIII canto del Paradiso, il poeta lo usa come testimone
parlante delle malefatte degli Angiò: «Mi disse: "Il mondo m'ebbe /
giù poco tempo; e se più fossi stato, / molto sarà di mal, che non
sarebbe"». E, in particolare, la Sicilia «"avrebbe li suoi regi
ancora, / nati per me di Carlo e di Ridolfo, / se mala signoria,
che sempre accora / li popoli suggetti, non avesse / mosso Palermo
a gridar 'Mora, mora!'"». Per rendere comprensibili i versi,
occorre spiegare che Carlo e Rodolfo erano il nonno di Carlo
Martello e il suocero, Rodolfo d'Asburgo: lui avrebbe ereditato il
regno se il governo tirannico imposto in Sicilia non avesse spinto
i palermitani, nel Vespro, a gridare «Morte ai francesi».
Il resoconto fedele di un
contemporaneo conferma, con il massimo di autorevolezza, alcuni
particolari giunti fino ai giorni nostri. In realtà, pare che Carlo
non fosse un cattivo sovrano. A Napoli il ricordo non è negativo.
In Sicilia è odiato. Steven Runciman spiega (I Vespri Siciliani) le
ragioni di questa discordanza di sentimenti: «Carlo era un
governante abile e scrupoloso e trascorreva la maggior parte del
suo tempo a Napoli o nei dintorni, oppure in Puglia. Vi poteva così
soprintendere all'amministrazione e curare che i suoi funzionari
non vessassero i sudditi. Era probabile che napoletani e pugliesi
subissero con irritazione le forti tasse e la spietata efficienza
con cui avveniva l'esazione; era probabile che mal tollerassero la
scarsa importanza che veniva riconosciuta loro nel controllo del
Paese; ma Carlo era pronto a migliorare i loro porti e le loro
strade e ad incoraggiare i loro mercati. C'erano inoltre buone
occupazioni che gli italiani leali potevano ottenere negli altri
suoi domini, in Provenza, Albania o in Palestina. Diversa era la
condizione dell'isola di Sicilia. Carlo diffidava dei siciliani,
specialmente dopo la grande insurrezione ai tempi dell'invasione di
Corradino. Praticamente non fece nulla per favorire la loro
economia. Non visitò mai l'isola, eccetto quando vi passò per
recarsi alla crociata tunisina; personalmente non si curò mai della
sua amministrazione. La Sicilia era amministrata da alti funzionari
francesi, che avevano alle loro dipendenze italiani provenienti dal
continente. Non v'è quasi dubbio che questi amministratori fossero
boriosi, duri e rapaci, e quasi certamente corrotti. Le tasse erano
pesanti, e soltanto gli amici dei funzionari sfuggivano alle
estorsioni.
Napoli era la capitale del regno,
Palermo di una colonia. Sotto gli svevi era accaduto esattamente
l'inverso. Ed è logico, dunque, che gli isolani nutrissero
sentimenti di odio per quel re straniero.
GUERRA DI LOGORAMENTO. Queste
furono le cause profonde della ribellione siciliana. Carlo d'Angiò,
tuttavia, non si dette per vinto. Lui (e i suoi eredi) tentarono
per quasi un secolo di riappropriarsi della Sicilia, senza peraltro
riuscirvi. Un mese dopo i Vespri si ribellò anche Messina, che fu
sottoposta a un lungo assedio da parte dei soldati francesi. L'8
agosto di quell'anno furono due donne (Dina e Clarenza) ad
accorgersi dell'assalto del nemico e ad avvertire i difensori della
città. La leggenda vuole che intervenisse anche la Madonna,
protettrice di Messina, a mettere la città al riparo del proprio
mantello. Ci fu un tentativo di mediazione di un messo papale, il
cardinale Gerardo di Parma, per indurre i messinesi ad arrendersi.
Quando essi si resero conto che il cardinale agiva per conto di
Carlo, dissero che preferivano la morte al ritorno sotto il suo
dominio.
Pietro III d'Aragona (che i
siciliani consideravano il legittimo erede del trono avendo sposato
la figlia di re Manfredi) si trovava in quel momento in Tunisia
impegnato in una crociata. Un'ambasceria di siciliani lo raggiunse
per offrirgli la corona, che lui accettò. Il 30 agosto sbarcò a
Trapani, conquistando il regno senza lottare, grazie alla voluntas
Siculorum. Il 2 settembre, a Palermo, fu acclamato re dalla folla.
Un mese dopo entrò trionfalmente a Messina: Carlo aveva tolto
l'assedio alla città, rendendosi conto che non avrebbe potuto
difendere la posizione. Ebbe così inizio una guerra di logoramento
che si sarebbe protratta per novanta anni. Ma gli Angiò non
riuscirono più a prendere possesso dell'isola.
Tre anni dopo i Vespri, uscirono di
scena tutti i protagonisti della vicenda (con l'eccezione di
Giovanni da Procida). Carlo stava risalendo la penisola, avendo
rinunciato a un'azione immediata per la riconquista della Sicilia.
Morì a Foggia, a cinquantotto anni, il 7 gennaio 1285. Il 29 marzo
morì Martino IV, il papa che aveva indebolito il prestigio della
Chiesa a causa dell'ubbidienza mostrata al sovrano angioino. Il 10
novembre toccò a Pietro III d'Aragona.
I loro successori furono personaggi
di più modesta levatura. Il nuovo re, Giacomo II, successore di
Pietro, fu scomunicato dal successore di Martino, Onorio IV che
organizzò una nuova spedizione militare contro la Sicilia. Ruggero
di Lauria, comandante della flotta aragonese, sconfisse nel golfo
di Napoli gli Angioini, annientandone la flotta.
Si aprì una specie di "storia
infinita" che fece persino dimenticare ai siciliani le ragioni che
li avevano indotti alla sommossa del 1282. Di fatto l'isola - che
aveva combattuto la sua guerra d'indipendenza con quasi seicento
anni d'anticipo sul resto d'Italia - era finita sotto la
dominazione spagnola che sarebbe stata costretta a subire per
parecchi secoli. S'era trattato, comunque, di una grande prova
d'orgoglio che - soprattutto nell'Ottocento, negli anni del
Risorgimento - infiammò l'animo degli italiani, ansiosi di
liberarsi di ogni forma di indipendenza dagli stranieri, fossero
essi gli Asburgo d'Austria o i Borbone di Spagna, i Lorena di
Toscana, o gli altri rami dei Borbone che governavano Lucca e
Parma. Lo scrisse - con estrema chiarezza - Michele Amari nella
prefazione della sua Storia del Vespro: il libro «nacque dalle
passioni che ferveano in Sicilia innanzi il 1848».
Garibaldi doveva ancora
arrivare. |