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Commovente e tangibile, l'emozione
che si percepiva nelle parole di Vittoria Garibaldi, sovrintendente
ai Beni Culturali dell'Umbria, al momento di presentare alla stampa
la grande mostra su Pietro Vannucci, il Perugino. In quel momento,
quando i giochi erano fatti e deroghe non ce ne potevano più
essere, le fatiche, le speranze e l'apprensione che,
inevitabilmente, hanno accompagnato un progetto di queste
dimensioni, si sono fatte sentire.
Perché la straordinaria
manifestazione (sei mostre in contemporanea e dodici itinerari
sparsi su tutto il territorio: dalla Basilica di Santa Maria degli
Angeli a Foligno, a Spello, a Panicale) ha richiesto dieci anni di
preparazione durante i quali sono state tante le sorprese e gli
aspetti inediti che sono venuti alla luce sull'opera dell'illustre
maestro soprannominato "Divino" da Giovanni Santi, padre di
Raffaello, e che anche per il severo Vasari «tanto piacque al suo
tempo che vennero molti di Francia, di Spagna, d'Alemagna e d'altre
province per imparare i segreti della sua preziosa arte».
Per portare a termine questo
progetto è stata necessaria una campagna di interventi che ha
coinvolto i rappresentanti di tutto il territorio, dal Comune alla
Provincia, dall'Università - con il professor Francesco Federico
Mancini, l'altro curatore della mostra insieme a Vittoria Garibaldi
-, alla Regione, i quali hanno lavorato con grande tenacia,
supportando insieme alle istituzioni private lo sforzo economico,
che è stato significativo.
Ma ne valeva la pena, perché il
risultato è a dir poco... sontuoso. E Perugino il divin pittore si
colloca tra le più importanti manifestazioni artistiche e culturali
realizzate in Italia negli ultimi anni.
Pietro Vannucci nasce intorno al
1450 a Città della Pieve, che allora faceva parte dei domini di
Perugia. Nel 1472 entra nella bottega del Verrocchio e la sua lunga
consuetudine con l'ambiente fiorentino lo influenza tanto
profondamente che i contemporanei finiranno per considerarlo
"maestro toscano". Il padre di Raffaello, sottolinea la sua
affinità di temperamento con Leonardo da Vinci, anche lui
frequentatore della bottega del Verrocchio; un anonimo
corrispondente del duca di Milano, Gian Galeazzo Sforza, definisce
il Perugino «maestro singolare, et maxime in muro», aggiungendo che
«le sue cose hanno aria angelica e molto dolce». Agostino Chigi lo
ricorda (1500) come «il meglio mastro d'Italia». Molte le opere da
lui eseguite per committenti fiorentini: il ritratto di Francesco
delle Opere, la Crocifissione ad affresco nella chiesa di Santa
Maria Maddalena dei Pazzi, la grande Pala di Vallombrosa, il
Polittico dell'Annunziata. Ma altrettanto numerosi furono i lavori
che gli vennero dai committenti umbri: la Pala dei Decemviri, i
Polittici di San Pietro e Sant'Agostino, lo Sposalizio della
Vergine e soprattutto gli affreschi nella Sala dell'Udienza del
Collegio del Cambio, un ciclo di straordinario interesse che
sviluppa un complesso programma iconografico dettato dall'umanista
Francesco Maturanzio.
Il Perugino realizzerà poi
moltissime altre opere per Bettona, Città della Pieve, Corciano,
Foligno, Fontignano, Montefalco, Panicale, Spello, Santa Maria
degli Angeli, Trevi (tutti capolavori che i visitatori potranno
ammirare nell'ambito delle mostre o degli itinerari), dove la
grazia, l'eleganza e la perfezione formale delle sue immagini
esercitarono un'attrazione irresistibile su molti maestri che,
soprattutto in area umbra, ne imitarono lo stile, dando vita a quel
vasto fenomeno derivativo che Roberto Longhi definì efficacemente
«editoriale peruginesca». Ma il contributo della sua arte
cristallina, ricca di trasparenze e armonie di colori e di luci,
con quelle "sante figure" piene di grazia e melanconia, inserite in
prospettive sapienti, ebbe un seguace di eccezione: quel giovane
Raffaello Sanzio, suo allievo, che in un certo senso fu, a
posteriori, la sua sfortuna. Infatti, il grande maestro
rinascimentale venne ricordato nei secoli successivi non tanto per
le sue indubbie capacità quanto per aver edotto un così tanto
discepolo (come accadde prima di lui al Cimabue).
Ed è proprio per poter "riparare i
torti subiti" dal Perugino che è stata allestita nel suggestivo
Palazzo dei Priori, sede della Galleria Nazionale dell'Umbria, la
prima grande rassegna dedicata alla sua produzione artistica. La
selezione dei dipinti, collocati in un contesto sobrio ed
essenziale che ne esalta la bellezza, permette di ripercorrere le
tappe fondamentali del percorso umano e artistico del maestro
quattrocentesco che, insieme a Leonardo e Botticelli, ha rinnovato
il linguaggio artistico rinascimentale. I capolavori giovanili
permettono di cogliere le diverse componenti della sua formazione:
dal variegato contesto artistico perugino ai contatti con la
cultura figurativa di Piero della Francesca, del Verrocchio e dei
pittori fiamminghi.
Nella mostra troviamo un'accurata
analisi dei dipinti della Cappella Sistina e del periodo romano,
con lo straordinario Polittico Albani Torlonia: un prestito di
eccezionale importanza per la prima volta esposto al pubblico. In
questa sezione vengono presentate alcune significative
ricomposizioni. La predella della Pala Chigi è stata ricostruita
con i pannelli provenienti dal Metropolitan Museum di New York e
dal Museum of Fine Art di Chicago; la maestosa Pala d'altare
dipinta per la chiesa di Sant'Agostino a Perugia, riassemblata con
vari elementi arrivati da collezioni straniere. E poi opere
dall'incredibile perfezione formale, come la Madonna del Sacco e la
Maddalena della Galleria Palatina di Firenze, il San Sebastiano
dell'Ermitage, l'Annunciazione Ranieri e i grandi capolavori della
ritrattistica peruginesca, come il già citato Francesco delle Opere
della Galleria degli Uffizi e il Ritratto di uomo della Galleria
Borghese.
A supporto dei dipinti, una ricca
esposizione di disegni che ne furono gli studi preparatori, per far
meglio comprendere al visitatore le capacità grafiche del Vannucci.
Il percorso storico-artistico viene altresì integrato da una
sezione documentaria, curata dall'Archivio di Stato di Perugia, che
vuole dar voce agli aspetti della storia della città in epoca
contemporanea all'artista. Percorsi tematici contribuiranno alla
ricostruzione del contesto politico, sociale e culturale. In
particolare, preziosi esempi documentari tratti dagli archivi
cittadini focalizzeranno l'attenzione del visitatore su aspetti e
situazioni di particolare rilievo storico e artistico.
Lasciato Palazzo dei Priori, corre
l'obbligo di recarsi negli antichi sotterranei della Rocca Paolina
di Perugia, dove, in un suggestivo scenario, è stato allestito un
percorso che narra la percezione dell'opera del Perugino tra il XVI
secolo e gli inizi del XX, in particolar modo nella cultura
italiana e francese. Dipinti su tavola e tela, sculture, disegni,
incisioni, libri e intagli lignei. Un'accurata selezione di
testimonianze permette di approfondire la storia di opere del
maestro che verranno forzatamente "trasferite" in Francia durante
le incursioni napoleoniche. Vicende raccontate non solo per mezzo
dei documenti (alcuni inediti), ma anche attraverso pregevoli
copie.
Un'altra tappa del percorso è
rappresentata dalla Basilica benedettina di San Pietro, nella quale
è stata raccolta la miniatura umbra al tempo del Perugino. Accanto
al superbo Martirio di San Sebastiano, l'unica firmata dal maestro
e conservata nella British Library di Londra, sono presenti alcuni
capolavori di miniatori umbri e toscani particolarmente attenti
alle novità del linguaggio peruginesco.
Arriviamo infine da dove tutto è
iniziato: Città della Pieve, città natale del Perugino. Qui, nel
palazzo rinascimentale della Corgna, viene ospitata una mostra che
vuol riflettere sulla percezione (e quindi la rappresentazione) del
paesaggio tra il XV e il XVI secolo. L'affascinante tema Perugino e
il paesaggio, in particolare quello lacustre del Trasimeno, viene
evidenziato attraverso una selezione di opere che permettono di
percepire la progressiva trasformazione della rappresentazione del
paesaggio: dalle aspre e "irreali" descrizioni proprie della
cultura tardogotica, alla visione attenta e consapevole del
Vannucci e dei suoi seguaci, che al realismo della raffigurazione
associano le atmosfere dei pittori fiamminghi.
Per cinque mesi, dunque (dallo
scorso 28 febbraio al 18 luglio 2004), l'Umbria si trasforma in un
museo: ma la ricchezza artistica e culturale di questa regione non
finisce con il concludersi dell'evento. Perché, anche se sessanta
opere torneranno a casa loro, in Italia o all'estero, ne rimangono
ancora moltissime sul territorio: capolavori che hanno senz'altro
bisogno di essere tutelati. E chi può farlo meglio dei Carabinieri
del Comando Tutela Patrimonio
Culturale? |