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Maastricht. Parametri. Convergenza.
Patto di stabilità e di crescita. Rapporto deficit-pil. Parole
nuove eppur antiche, che ogni tanto tornano alla ribalta delle
cronache, conquistano le prime pagine e i dibattiti dei
politici.
Soprattutto, sono parole di cui
oggi, a molti di noi, sfugge il significato, anche se tutti - o
quasi - continuiamo ad usarle: la nostra vita, infatti, è più che
mai fatta di questi rapporti e queste convergenze. Se l'euro è quel
che è lo si deve ad un patto e a tutto ciò che da quel patto è
nato. Ecco allora la necessità di riandare un po' indietro con la
memoria. Vi ricordate?
Siamo nel febbraio del 1992. I
ministri degli Esteri e delle Finanze della futura Ue firmano a
Maastricht il trattato che cambierà i destini e le tasche dei
cittadini europei. Allora Maastricht era solo un sogno; un percorso
disegnato sulla carta verso il traguardo della moneta unica. Dopo
un decennio, fra crisi valutarie e sacrifici individuali e
collettivi, l'euro entra nei portafogli (e nei borsellini nuovi di
zecca) di 305 milioni di persone in 12 Paesi europei.
Ma tutto nasce lì, in quella
cittadina olandese al confine con il Belgio, con la solenne firma
di un trattato attraverso il quale la Cee sancisce gli obiettivi
monetari e politici decisi due mesi prima. «È la più profonda
trasformazione della Comunità nei suoi 35 anni di vita», dice il
primo ministro portoghese Anibal Cavaco Silva, presidente di turno.
Per l'Italia firmano il ministro degli Esteri Gianni De Michelis e
quello delle Finanze Guido Carli. Un'orchestrina sta suonando
Mozart. Sono le 18.05.
Il Trattato - trecentoventi pagine
di modifiche agli accordi di Roma - è un compendio articolato delle
norme già approvate separatamente. Norme che tracciano il cammino
verso la moneta unica entro il 1999 e che, accelerando il processo
d'integrazione europea, toccano temi ancora in evoluzione, come:
politica estera e di sicurezza, politica di difesa, ma anche
riforme istituzionali (i nuovi poteri del Parlamento europeo, per
esempio). In particolare, nel trattato si stabilisce il cammino che
i Paesi dovranno compiere per approdare alle fasi successive.
LE QUATTRO REGOLE. Eccoli
qui, i famosi parametri di convergenza di cui ogni tanto si sente
parlare. Prima regola di Maastricht: stabilità dei prezzi.
L'inflazione non deve superare dell'1,5% la media dei tre Paesi a
inflazione più bassa. Seconda regola: sostenibilità della posizione
finanziaria pubblica. Il Paese non deve avere un disavanzo
"eccessivo". Il giudizio si basa su una serie di criteri ben
precisi: il rapporto tra il deficit pubblico (differenza tra
entrate e uscite) e il prodotto interno lordo (Pil) non deve
superare la soglia del 3%, il rapporto tra il debito pubblico e il
prodotto interno lordo non deve superare il 60% (a meno che non si
stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini alla soglia
con ritmo adeguato). Terza regola: stabilità del cambio. Il Paese
deve rispettare i normali margini di fluttuazione degli accordi
europei di cambio senza gravi tensioni per almeno due anni prima
dell'esame e non deve aver svalutato di sua iniziativa la propria
valuta nell'ambito dell'accordo di cambio. Quarta e ultima: tassi
d'interesse bassi che riflettano l'aspettativa di una durevole
convergenza. Il tasso nominale a lungo termine non deve superare di
oltre il 2% la media del tasso di interesse dei tre Paesi più
virtuosi in materia di inflazione. Insomma, solo chi avrà i numeri
in ordine potrà andare in Europa. I parametri diventano la bussola
dei governi.
PATTO DI STABILITÀ E DI
CRESCITA. Il Trattato, a sua volta, cinque anni dopo, si
completa con il Patto di stabilità e di crescita che - approvato
dal Consiglio europeo di Amsterdam nel giugno 1997 - prevede una
serie di obblighi collegati alla disciplina di bilancio. Primo tra
tutti: le banche centrali nazionali non possono concedere credito
di nessun tipo ai governi, agli enti locali, alle istituzioni
comunitarie e ad altre autorità pubbliche. Secondo poi, il settore
pubblico non può ottenere credito dalle istituzioni finanziarie, a
condizioni diverse da quelle di mercato.
Questo Patto, che si applica nella
sua interezza solo ai Paesi che adottano l'euro, prevede che ogni
Stato membro presenti un piano di finanza pubblica, allo scopo di
raggiungere, nel medio termine, un pareggio o un attivo del
bilancio e stabilisce delle precise modalità per l'applicazione di
sanzioni ai Paesi aderenti all'euro che presentano disavanzi
eccessivi. La nuova Europa si va modellando.
TAPPA STORICA. È la
mezzanotte del 31 dicembre 1999. Qualche lettore sicuramente
ricorderà. Assieme alla lira italiana anche il franco francese, il
marco tedesco, la peseta spagnola, l'escudo portoghese, il franco
belga, quello lussemburghese, il fiorino olandese, la sterlina
irlandese, la marka finlandese e lo scellino austriaco si fondono
in una sola valuta. Ciascuna di esse resterà inchiodata nel suo
valore rispetto all'euro dal tasso di conversione che la
Commissione europea ha calcolato in base alle rilevazioni delle
banche centrali e che i ministri dell'Economia e delle Finanze
degli Undici hanno approvato poche ore prima.
Ma l'euro, benché nato, è ancora una
moneta virtuale. È la moneta ufficiale degli Undici, ma non si può
maneggiare fisicamente, anche se si può utilizzare nelle
transazioni elettroniche. Solo due anni dopo la moneta si
materializza. E siamo ai giorni nostri. Con l'euro nei portafogli e
nei borsellini e la lira che è solo un ricordo. E con quelle regole
e quei parametri di cui ogni tanto si sente parlare e di cui, ora,
forse anche noi sappiamo un po' di più. |