CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2004 > Aprile > Economia

Tutto cominciò a Maastricht

L'introduzione dell'euro è uno degli eventi più importanti nella storia economica d'Italia e, con la creazione del mercato unico, il passo in avanti più rilevante del processo di integrazione europea. Ritorniamo al febbraio di dodici anni fa...

Maastricht vista in una vignetta

Maastricht. Parametri. Convergenza. Patto di stabilità e di crescita. Rapporto deficit-pil. Parole nuove eppur antiche, che ogni tanto tornano alla ribalta delle cronache, conquistano le prime pagine e i dibattiti dei politici.

Soprattutto, sono parole di cui oggi, a molti di noi, sfugge il significato, anche se tutti - o quasi - continuiamo ad usarle: la nostra vita, infatti, è più che mai fatta di questi rapporti e queste convergenze. Se l'euro è quel che è lo si deve ad un patto e a tutto ciò che da quel patto è nato. Ecco allora la necessità di riandare un po' indietro con la memoria. Vi ricordate?

Siamo nel febbraio del 1992. I ministri degli Esteri e delle Finanze della futura Ue firmano a Maastricht il trattato che cambierà i destini e le tasche dei cittadini europei. Allora Maastricht era solo un sogno; un percorso disegnato sulla carta verso il traguardo della moneta unica. Dopo un decennio, fra crisi valutarie e sacrifici individuali e collettivi, l'euro entra nei portafogli (e nei borsellini nuovi di zecca) di 305 milioni di persone in 12 Paesi europei.

Ma tutto nasce lì, in quella cittadina olandese al confine con il Belgio, con la solenne firma di un trattato attraverso il quale la Cee sancisce gli obiettivi monetari e politici decisi due mesi prima. «È la più profonda trasformazione della Comunità nei suoi 35 anni di vita», dice il primo ministro portoghese Anibal Cavaco Silva, presidente di turno. Per l'Italia firmano il ministro degli Esteri Gianni De Michelis e quello delle Finanze Guido Carli. Un'orchestrina sta suonando Mozart. Sono le 18.05.

Il Trattato - trecentoventi pagine di modifiche agli accordi di Roma - è un compendio articolato delle norme già approvate separatamente. Norme che tracciano il cammino verso la moneta unica entro il 1999 e che, accelerando il processo d'integrazione europea, toccano temi ancora in evoluzione, come: politica estera e di sicurezza, politica di difesa, ma anche riforme istituzionali (i nuovi poteri del Parlamento europeo, per esempio). In particolare, nel trattato si stabilisce il cammino che i Paesi dovranno compiere per approdare alle fasi successive.

LE QUATTRO REGOLE. Eccoli qui, i famosi parametri di convergenza di cui ogni tanto si sente parlare. Prima regola di Maastricht: stabilità dei prezzi. L'inflazione non deve superare dell'1,5% la media dei tre Paesi a inflazione più bassa. Seconda regola: sostenibilità della posizione finanziaria pubblica. Il Paese non deve avere un disavanzo "eccessivo". Il giudizio si basa su una serie di criteri ben precisi: il rapporto tra il deficit pubblico (differenza tra entrate e uscite) e il prodotto interno lordo (Pil) non deve superare la soglia del 3%, il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo non deve superare il 60% (a meno che non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini alla soglia con ritmo adeguato). Terza regola: stabilità del cambio. Il Paese deve rispettare i normali margini di fluttuazione degli accordi europei di cambio senza gravi tensioni per almeno due anni prima dell'esame e non deve aver svalutato di sua iniziativa la propria valuta nell'ambito dell'accordo di cambio. Quarta e ultima: tassi d'interesse bassi che riflettano l'aspettativa di una durevole convergenza. Il tasso nominale a lungo termine non deve superare di oltre il 2% la media del tasso di interesse dei tre Paesi più virtuosi in materia di inflazione. Insomma, solo chi avrà i numeri in ordine potrà andare in Europa. I parametri diventano la bussola dei governi.

PATTO DI STABILITÀ E DI CRESCITA. Il Trattato, a sua volta, cinque anni dopo, si completa con il Patto di stabilità e di crescita che - approvato dal Consiglio europeo di Amsterdam nel giugno 1997 - prevede una serie di obblighi collegati alla disciplina di bilancio. Primo tra tutti: le banche centrali nazionali non possono concedere credito di nessun tipo ai governi, agli enti locali, alle istituzioni comunitarie e ad altre autorità pubbliche. Secondo poi, il settore pubblico non può ottenere credito dalle istituzioni finanziarie, a condizioni diverse da quelle di mercato.

Questo Patto, che si applica nella sua interezza solo ai Paesi che adottano l'euro, prevede che ogni Stato membro presenti un piano di finanza pubblica, allo scopo di raggiungere, nel medio termine, un pareggio o un attivo del bilancio e stabilisce delle precise modalità per l'applicazione di sanzioni ai Paesi aderenti all'euro che presentano disavanzi eccessivi. La nuova Europa si va modellando.

TAPPA STORICA. È la mezzanotte del 31 dicembre 1999. Qualche lettore sicuramente ricorderà. Assieme alla lira italiana anche il franco francese, il marco tedesco, la peseta spagnola, l'escudo portoghese, il franco belga, quello lussemburghese, il fiorino olandese, la sterlina irlandese, la marka finlandese e lo scellino austriaco si fondono in una sola valuta. Ciascuna di esse resterà inchiodata nel suo valore rispetto all'euro dal tasso di conversione che la Commissione europea ha calcolato in base alle rilevazioni delle banche centrali e che i ministri dell'Economia e delle Finanze degli Undici hanno approvato poche ore prima.

Ma l'euro, benché nato, è ancora una moneta virtuale. È la moneta ufficiale degli Undici, ma non si può maneggiare fisicamente, anche se si può utilizzare nelle transazioni elettroniche. Solo due anni dopo la moneta si materializza. E siamo ai giorni nostri. Con l'euro nei portafogli e nei borsellini e la lira che è solo un ricordo. E con quelle regole e quei parametri di cui ogni tanto si sente parlare e di cui, ora, forse anche noi sappiamo un po' di più.

Arturo Saitta