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Abbiamo approfittato della
disponibilità del professor Francesco Sabatini, presidente
dell'Accademia della Crusca, per una conversazione leggera, nello
stile della primitiva Accademia, quando, nel decennio 1570-1580,
ancora si chiamava "brigata dei crusconi" e i suoi membri si
prendevano gioco delle paludate istituzioni fiorentine dell'epoca.
Ovviamente il tema non poteva che essere la lingua italiana. Le
posizioni dello studioso appaiono estremamente aperte, scevre da
dogmatismi, da purismi assoluti e, per fortuna nostra e di chi
legge questo articolo, da tecnicismi di sorta.
Nato in Abruzzo, a Pescocostanzo,
nel 1931, Francesco Sabatini insegna Storia della lingua italiana
all'Università Roma Tre. Precedentemente ha insegnato a Lecce,
Genova e Napoli. Si è occupato delle origini della nostra lingua,
della stabilizzazione della norma linguistica italiana, del
rapporto con i dialetti e della diffusione dell'Italiano in Europa
e nel mondo. È il primo presidente non fiorentino dell'Accademia
della Crusca. Un curriculum del genere (di cui abbiamo dato solo
una sintesi) suscita molte curiosità, più che un timore
reverenziale subito fugato dall'estrema cordialità.
Professor Sabatini, il fatto che
sia stato eletto lei, non fiorentino, al vertice di un'istituzione
tradizionalmente legata a Firenze cosa significa?
«Non è un fatto di rilievo. Il
collegio degli accademici ha voluto innovare un'antica prassi,
scegliendo inopinatamente il sottoscritto. Ma direi che ogni
linguista italianista si sente cittadino di Firenze. Il legame
dell'Accademia con la città resta fortissimo».
Qual è il compito odierno
dell'Accademia? Continua ad essere un "granaio" del sapere?
«Sarebbe più calzante parlare di
mulino... Con spirito scientifico analizziamo i mutamenti che
caratterizzano gli usi attuali dell'italiano e cerchiamo di capire
quali problemi si porranno nell'immediato futuro. Il patrimonio di
esperienza accumulato nei secoli e le nostre competenze sono poi a
disposizione delle istituzioni per fornire pareri qualificati. Per
quanto dotati di risorse limitate, cerchiamo di rivolgerci a un
pubblico vasto. Per questo pubblichiamo una rivista, La crusca per
voi, dove trattiamo temi legati all'uso odierno della lingua».
L'importanza e l'attualità di
questa istituzione e del lavoro che fa sono stati sottolineati da
una recente visita del Presidente Ciampi all'Accademia. Nel suo
discorso di saluto lei ha parlato al riguardo di "Festa della
lingua italiana".
«Quella di Ciampi è stata la prima
visita - nella storia dell'Accademia - di un Capo di Stato
italiano, monarca o presidente che fosse. La sua presenza tra noi
testimonia l'attenzione che egli dedica ai simboli dell'unità
nazionale come la bandiera, l'inno o, appunto, la lingua».
Passiamo dunque alla lingua,
partendo dalla investitura di Genova come "Capitale europea della
cultura" per il 2004. La Città della Lanterna ha scelto il tema del
"viaggio" come uno dei propri simboli. L'italiano continua ad
essere un valido mezzo per intraprendere questo viaggio?
«La nostra lingua ha sempre diffuso
grandi contenuti culturali all'estero oltre che all'interno del
Paese. L'italiano, fin dal XIV secolo, si è fatto conoscere in
Europa, dapprima in Francia e Inghilterra, un po' dopo in Germania,
con i grandi nomi di Dante, Petrarca e Boccaccio, ma non solo:
Firenze, Genova e Venezia, e gli altri centri dove erano attivi i
primi istituti bancari, le grandi realtà commerciali o, dalla metà
del Quattrocento, importanti "industrie editoriali", hanno avuto un
ruolo propulsivo ed essenziale per l'affermazione dell'italiano (in
qualche caso anche dei dialetti italiani) nel bacino del
Mediterraneo e nel resto d'Europa. E la lingua italiana continua a
viaggiare anche oggi. Deve fare i conti con una concorrenza
maggiore rispetto a sette secoli fa, però i mezzi per esprimere e
trasmettere compiutamente anche le idee più complesse nei campi
della ricerca, della cultura, della scienza, del volontariato e del
lavoro li ha. Di questo dobbiamo avere la giusta coscienza, per
evitare di abbandonarci a sproposito, per snobismo o esibizionismo,
a volte anche inconsapevolmente, ai forestierismi. A tal proposito
è stata segnalata una pubblicità che parla di "Morbid line
salotti", col chiaro intento di sottolineare la comodità di certi
divani e poltrone. Peccato che in inglese la parola morbid
significhi "morboso" e non "morbido"...».
Messaggio ricevuto. Si ricorre
alle lingue straniere, e all'inglese in particolare, per apparire
professionali e autorevoli. L'effetto conseguito a volte è comico e
grottesco. E con i nostri dialetti come sono i rapporti?
«L'esistenza di un sostrato
dialettale è un dato importante nella storia dell'italiano, che
convive con questo e di per sé non lo ostacola. È evidente tuttavia
che i dialetti non possono assolvere lo stesso compito
dell'italiano all'interno del Paese. Essi continuano ad essere un
serbatoio importante di esperienze linguistiche e una testimonianza
delle tante storie locali».
Sembra che altri pericoli per la
lingua derivino dalle nuove tecnologie. Gli Sms uccideranno
l'italiano?
«Non esageriamo. Anzi, potrebbero
perfino essere un utile stimolo a scrivere e a riflettere sulla
lingua e ad usarla meglio. Inoltre, lo scopo di abbreviare proprio
di questi mezzi di comunicazione era comune nel Medioevo, quando si
cercava di risparmiare spazio sulla pergamena».
Si dice che la lingua italiana di
per sé sia complicata. Se la sentirebbe di sottoscrivere un appello
a favore dell'abolizione del trapassato remoto o del congiuntivo
imperfetto?
«Scherzosamente le rispondo che alla
lingua non si comanda a volontà. E non sono neanche d'accordo sul
fatto che la lingua italiana sia così complicata. Ogni lingua ha le
sue caratteristiche e i suoi problemi. Certo, ci sono degli aspetti
dell'italiano che richiedono precisione. Il sistema verbale è ben
più articolato di quello dell'inglese. Comunque, per accontentarla
dico che si può non essere scandalizzati dalla riduzione di alcuni
usi del congiuntivo a favore dell'indicativo, che continuano una
tendenza antica (già da Dante!) alla semplificazione: la stessa
tendenza che si è pienamente affermata nel francese e nello
spagnolo, lingue più "parlate" della nostra. Ma, per il momento,
nulla di più. I processi linguistici, d'altronde, si consolidano
col passare del tempo. L'evoluzione della lingua è costante fin
dalle origini. Dal latino di Cicerone siamo arrivati all'italiano
di Dante».
In sintesi, come diceva il
Tabarrini, "il trasformarsi è legge universale delle cose
viventi".
«Conosce lo storico Marco Tabarrini,
membro dell'Accademia della Crusca?».
No. Ho letto questa frase nel
vostro sito… |