
Col Philadelphia Inquirer ha
definito la Costituzione provvisoria irachena, approvata l'8 marzo
scorso dal Consiglio di governo, «la migliore notizia dall'Iraq da
quando gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente».
«Immaginate», ha scritto il giornale, dopo aver elencato i diritti
di cui essi godranno d'ora in poi, «quanto queste libertà possano
suonare dolci agli orecchi degli iracheni che per troppo tempo
hanno udito solo il clamore persecutorio del dittatore». Il
professor Chibli Mallat ha scritto per il New York Times che «il
documento è un testo importante per il mondo intero; in esso
l'Oriente e l'Occidente si incontrano in un modo senza precedenti;
esso incorpora infatti l'omaggio alla legge dell'Islam con
l'adozione del federalismo occidentale e dei diritti individuali
dei cittadini». Nessuno si fa, però, eccessive illusioni e - come
ha scritto il Los Angeles Times - «può confondere questo successo
come qualcosa di più di un piccolo passo lungo la strada verso un
Iraq dal futuro sicuro». «Per ora», aggiunge il Philadelphia
Inquirer, «è solo un sogno». Per quanto dolce.
Affinché diventi qualcosa di più -
dicono gli stessi esperti americani - occorrerà che gli Stati Uniti
non approfittino del passaggio delle consegne fra la Coalizione
militare che essi guidano e che ha liberato il Paese e il governo
provvisorio iracheno, per ritirarsi anticipatamente; occorrerà che
essi, pur continuando a mantenere per qualche anno un forte
contingente a presidio della stabilità e della sicurezza del "nuovo
Iraq", coinvolgano le Nazioni Unite, che godono presso la
popolazione di una credibilità maggiore; occorrerà procedere al
disarmo delle milizie autonome, in particolare di quelle curde, che
non lo hanno fatto e sono restie a farlo, per trasferire al governo
nazionale il compito della difesa esterna e della sicurezza
interna.
La Costituzione appena approvata non
dovrà restare in vigore oltre il 31 dicembre 2005. Essa prevede due
fasi lungo il cammino che porterà alla nascita dell'Iraq pienamente
indipendente e democratico. La prima, il 30 giugno, con il
passaggio della sovranità al governo provvisorio. La seconda, con
le elezioni, da non tenersi oltre il 31 gennaio 2005, per
l'Assemblea nazionale, che dovrà redigere la Costituzione
definitiva.
Il sistema politico prefigurato
dalla Costituzione provvisoria, e che sarà sanzionato in quella
definitiva, è repubblicano, federale, democratico, pluralista.
Spettano al governo centrale la politica estera, quella fiscale e
della difesa. Il federalismo si fonda su basi geografiche, storiche
e sul principio della divisione dei poteri; non su considerazioni
etniche. La transizione sarà gestita dal Consiglio di presidenza
della Repubblica, dal Consiglio dei ministri e dal suo presidente.
Il Consiglio di presidenza - le cui decisioni saranno prese
all'unanimità - comprenderà un presidente e due vice-presidenti
eletti dall'Assemblea. L'Assemblea nazionale, a sua volta, sarà
eletta con un sistema elettorale che preveda una presenza femminile
almeno pari a un quarto dei suoi membri. Sarà creata una Corte
suprema con compiti di giurisdizione costituzionale analoga a
quelle occidentali.
Sono previste due clausole di
salvaguardia. Prima: se almeno in tre delle diciotto province i due
terzi dei votanti respingessero la Costituzione permanente, il
documento non potrebbe essere adottato, il parlamento sarebbe
sciolto e sarebbero indette nuove elezioni. Seconda: sono proibiti
emendamenti alla Costituzione provvisoria senza l'approvazione di
tre quarti del parlamento e il consenso del presidente e dei suoi
due vice.
La Costituzione provvisoria
contempla la libertà di pensiero, di coscienza, di espressione, di
raduno e di associazione; il diritto a una giustizia rapida che
riconosca la presunzione di innocenza; quello di voto in elezioni
libere, corrette, periodiche e competitive; il diritto di ricorrere
contro i pubblici ufficiali che violassero tali libertà e tali
diritti. È proibita qualsiasi forma di discriminazione nei
confronti del cittadino sulla base del genere (maschile o
femminile), della nazionalità, della religione e delle sue origini.
L'Islam è religione di Stato, ma è riconosciuta libertà di culto
per le altre religioni. Altri provvedimenti, non previsti dalla
Costituzione, sono all'ordine del giorno.
Dopo l'alluvione di giornali e di
reti televisive seguita alla caduta del regime di Saddam Hussein,
sarà costituita una commissione provvisoria sui media per regolare
la materia. La commissione conferirà le licenze alle reti
televisive, stilerà un sistema di regole per la stampa. Una seconda
legge creerà una "corporation" televisiva di informazione
indipendente analoga all'americana Pbs. «Questi cambiamenti», ha
scritto David Hoffman sul New York Times, «daranno all'Iraq la
legge sui media più dettagliata e avanzata di ogni altro Paese in
via di sviluppo».

Per il Los Angeles Times al testo
della Costituzione fanno difetto tre elementi: la chiarezza, la
legittimità, la sicurezza. Il documento, scrive il giornale, non
dice nulla circa il processo per stabilire il governo provvisorio
che assumerà i pieni poteri il 30 giugno (deficit di chiarezza).
Gli Stati Uniti non hanno ancora deciso sul da farsi e l'Onu non
vuole andare a rimorchio degli Usa. Il popolo iracheno non ha
contribuito in alcun modo alla stesura della Costituzione, che pure
stabilisce la forma di governo e i diritti individuali (deficit di
legittimità). Infine, il documento non dice nulla sulla sicurezza,
cioè sul futuro ruolo che avrà la coalizione militare capeggiata
dagli americani e su come saranno disarmate le milizie autonome
(deficit di sicurezza).
Per il giornale occorrerebbe,
dunque, chiarire che cosa accadrà dopo il 30 giugno; occorrerebbe
che gli iracheni fossero interpellati per scegliersi il governo
provvisorio; occorrerebbe fornire una parvenza di legittimità alla
Costituzione almeno attraverso una campagna di comunicazione che
convinca sciiti, sunniti e curdi, nonché quanto rimane del partito
Baath, ad accettarla; occorrerebbe un coinvolgimento, in questo
senso, anche del Consiglio di sicurezza e, infine, dopo averlo
ottenuto, che gli Stati Uniti assicurassero la loro presenza nel
Paese per gli anni a venire, non solo fino al completamento del
processo di democratizzazione, ma fino alla completa
stabilizzazione del Paese.
Ciò che preoccupa - aggiunge il New
York Times - è l'incertezza della lunga fase di transizione a un
governo permanente e democraticamente eletto. La sovranità torna
agli iracheni il 30 giugno, ma non ci saranno elezioni quest'anno e
nessun referendum sulla Costituzione finale fino al 2006. Si chiede
il giornale americano: come sarà gestito l'interim? La Costituzione
provvisoria parla inoltre di larghe consultazioni per far emergere
il nuovo governo. Questo dovrà adottare una serie di leggi per la
creazione dell'Assemblea nazionale di 275 membri, che dovrà essere
eletta entro il 31 gennaio 2005 e che dovrà scrivere la nuova
Costituzione. Ma non specifica come sarà la legge elettorale.
L'articolo 37, nel quale si dice che
il Consiglio di presidenza deciderà all'unanimità, prefigura non
solo la possibile paralisi decisionale per il futuro, ma già ha
prodotto le reazioni negative del Gran Ayatollah Alì al Sistani,
che, pur avendo contribuito in modo decisivo all'approvazione del
testo costituzionale, ci vede, attraverso il diritto di veto di
sunniti e curdi, un ostacolo al governo della maggioranza sciita
(pari al 65 per cento della popolazione). Infine, raccomanda il New
York Times, sarebbe stato meglio prevedere, dopo il 30 giugno, la
permanenza in carica, ancora almeno per un anno, del Consiglio di
governo e dei suoi ministri, che invece sarà sciolto con il
passaggio della piena sovranità al
governo. |