|
Il
Risorgimento si completò nel 1918. Cinquantadue anni dopo la
Terza guerra d'indipendenza, quarantotto anni dopo l'ingresso
dei bersaglieri a Roma. Erano rimasti irrisolti due problemi:
Trento e Trieste. A rammentarlo alla coscienza degli italiani
provvide l'irredentismo. Il 20 dicembre 1882, fu impiccato un
patriota, Guglielmo Oberdan. Studente di ingegneria, nato a
Tieste nel 1858, Oberdan era fuggito dalla sua città nel 1878,
dopo essere stato richiamato alle armi dall'Austria che si
apprestava ad occupare la Bosnia. Rifugiato in Italia, aveva
aderito ai movimenti irredentisti. Dopo la firma della
Triplice Alleanza, che legava l'Italia alla Germania e
all'Austria, Oberdan partì per la sua città natale,
accompagnato dall'istriano Donato Ragosa, intenzionato a
uccidere l'imperatore Francesco Giuseppe, che vi era andato in
visita. Denunciato da due spie che s'erano infiltrate fra gli
irredentisti, Oberdan fu arrestato a Ronchi, processato per
direttissima e giustiziato nel cortile interno della Caserma
grande di Trieste. Prima di morire gridò: «Viva l'Italia! Viva
Trieste italiana!». Giosuè Carducci tuonò contro l'imperatore
«degli impiccati». Felice Cavallotti, leader della sinistra
radicale, tenace oppositore di Francesco Crispi (che aveva
voluto l'alleanza con Austria e Germania), affermò che «con la
salma del pallido martire, penzola dal capestro l'onore
italiano».
L'irredentismo ebbe i suoi eroi
anche durante la Grande Guerra. Cesare Battisti, trentino, deputato
socialista al parlamento di Vienna fra il 1911 e il 1914, allo
scoppio della Prima guerra mondiale si trasferì a Milano.
Arruolatosi nell'esercito italiano, fu fatto prigioniero sul Monte
Corno. Condannato a morte dalla Corte marziale austriaca, fu
impiccato nel Castello del Buon Consiglio di Trento il 12 luglio
1916. Insieme con lui salì sul patibolo Fabio Filzi. Lo stesso anno
fu giustiziato Nazario Sauro, istriano di Capodistria, catturato
dagli austriaci quando il sommergibile italiano sul quale era
imbarcato si incagliò mentre tentava di penetrare nel porto di
Fiume.
La Grande Guerra
Nel 1882 l'Italia s'era legata, con
un trattato militare (la Triplice Alleanza) all'Austria e alla
Germania. A molti quella decisione era apparsa come una rinuncia
alle rivendicazioni su Trento e Trieste, rimaste sotto il dominio
imperiale di Vienna dopo la Terza guerra d'indipendenza. Le guerre
coloniali non avevano distratto l'opinione pubblica dall'obiettivo
prioritario di completare l'unità. Nel 1913 - quando già si
addensavano pesanti nubi sull'orizzonte - l'allora presidente del
Consiglio Giolitti aveva chiarito con le cancellerie di Vienna e
Berlino che il trattato aveva un carattere esclusivamente
difensivo. Se fossero stati gli imperi centrali ad aprire il
conflitto (come poi accadde), il nostro Paese si sarebbe sentito
svincolato da ogni obbligo.
Dopo l'attentato di Sarajevo (la
scintilla che fece esplodere il conflitto), la diplomazia italiana
- guidata inizialmente dal marchese di San Giuliano e, dopo la sua
morte, da Sidney Sonnino - cercò la sponda migliore con cui
trattare l'intervento (o la neutralità): la posta in gioco era il
completamento dell'unità nazionale con l'annessione di Trento e
Trieste.
Il 9 dicembre 1914 il ministro degli
Esteri italiano Sidney Sonnino inviò una nota riservatissima al
governo austriaco con la richiesta di compensi territoriali a
favore del nostro Paese in cambio della neutralità nella guerra
iniziata da cinque mesi. Alle richieste di Sonnino, Francesco
Giuseppe oppose un rifiuto. Temeva (con qualche ragione) che,
cedendo alle pretese italiane avrebbe incoraggiato le
rivendicazioni serbe, polacche, cecoslovacche e rumene, finendo per
smembrare l'impero. Quello del dicembre 1914 fu l'ultimo contatto
diplomatico fra Roma e Vienna. Il primo ministro Salandra si stava
convincendo che si sarebbe potuto avviare - con maggior profitto -
un negoziato con le potenze dell'Intesa. L'opinione pubblica, che
aveva inizialmente accolto con sollievo la notizia della
neutralità, si stava progressivamente spostando, sotto la spinta
degli irredentisti, a favore di un cambio di alleanze. I più
prudenti erano proprio gli uomini di governo, che temevano che le
forze armate non fossero sufficientemente preparate al conflitto.
Il capo di Stato Maggiore Cadorna (che non aveva avuto molto tempo
per prepararsi, essendo stato nominato soltanto nel mese di luglio,
dopo la morte del suo predecessore, Alberto Pollio) premeva perché
si attendesse la primavera successiva, in quanto mancavano perfino
le uniformi invernali. Il 26 aprile 1915 fu firmato il Patto di
Londra. Il 24 maggio l'Italia entrò in guerra. Cadorna si era
trovato ad affrontare il complesso compito di ribaltare tutte le
strategie predisposte inizialmente, quando sembrava che saremmo
scesi in campo contro quelli che poi divennero i nostri
alleati.
Il fronte dell'Isonzo
Gran parte del conflitto fu
combattuto dalle truppe italiane sulla linea dell'Isonzo. Tra la
fine del mese di giugno del 1915 e l'inizio di novembre del 1917 vi
si svolsero dodici sanguinose battaglie, in una logorante guerra di
posizione che non permise né ai nostri soldati né ai nostri nemici
apprezzabili conquiste territoriali.
Nel primo anno di guerra uno dei
compiti principali affidati all'esercito italiano fu quello di
tenere impegnata una parte consistente delle forze nemiche mentre
infuriavano i combattimenti sul fronte francese.
Fra l'inizio di agosto e l'inizio di
novembre del 1916 gli scontri furono quattro. Il primo (la sesta
battaglia dell'Isonzo) fu il più glorioso per l'esercito italiano
che conquistò il Monte San Michele e riuscì a issare il tricolore
sulla città di Gorizia (8 agosto). Le tre successive spallate non
ottennero risultati concreti. Ma si trattò, comunque, di episodi
fondamentali nei delicatissimi equilibri bellici. Gli austriaci si
resero conto che il fronte italiano non era più tenero di quelli
dell'Europa Centrale. Le truppe imperiali furono spesso costrette a
ripiegare su posizioni arretrate per evitare di essere schiacciate
dal nostro esercito. È quel che accadde anche nell'ottava battaglia
- fra il 10 e il 12 ottobre del 1916 - quando gli austro-ungarici
dovettero retrocedere verso la seconda linea. Teatro dello scontro
fu la pianura a sud di Gorizia, dove erano concentrati il 26° e
l'8° Corpo d'armata italiani, e sulle pendici del Carso, dove
operavano il 7°, l'11° e il 13° Corpo d'armata.
Complessivamente, nella campagna
d'autunno - che si concluse con la nona battaglia dell'Isonzo (il 4
novembre) - sia gli italiani sia gli austriaci lasciarono sul
terreno circa settantamila uomini. Fra i caduti italiani ci fu
anche l'eroico bersagliere ciclista Enrico Toti, privo di una
gamba, che - prima di morire - lanciò la stampella contro il
nemico, in un estremo atto di sfida (6 agosto). Le ultime tre
battaglie dell'Isonzo si svolsero fra l'estate e l'autunno del
1917. La dodicesima è tristemente nota perché si concluse con la
ritirata di Caporetto.
Caporetto
Il 9 novembre
1917 ebbe termine la più drammatica battaglia della Prima
guerra mondiale, la dodicesima combattuta a ridosso
dell'Isonzo, passata alla storia come battaglia di Caporetto.
Caporetto è, da allora, sinonimo di disfatta. Da due anni le
truppe erano impegnate in una terribile guerra di trincea, a
ridosso dell'Isonzo e dell'altopiano del Carso. I nostri
soldati erano allo stremo delle forze; gli austriaci non erano
in condizioni migliori, ma ricevettero consistenti rinforzi
dal comando tedesco, che spostò alcune divisioni dal fronte
russo a quello italiano, con l'obiettivo di vibrare un colpo
decisivo alla nostra resistenza e dedicare tutti gli sforzi al
fronte francese.
Alla vigilia dello scontro, il capo
di Stato Maggiore italiano, Luigi Cadorna, ostentava fiducia.
Appena poche ore più tardi, scrisse una lettera alla moglie, nella
quale si domandava quali sarebbero state le conseguenze della
sconfitta. Convinto che il nemico avrebbe attaccato
contemporaneamente sull'Isonzo e nel Trentino, Cadorna divise le
proprie truppe fra i due fronti. Austriaci e tedeschi concentrarono
il loro sforzo soltanto sull'Isonzo, puntando su Caporetto. La
battaglia durò due settimane. Le linee italiane furono sfondate per
una quindicina di chilometri di ampiezza. Alla fine l'esercito fu
costretto a una ritirata disastrosa. 250mila soldati furono fatti
prigionieri, altri 400mila disertarono (anche se questa cifra è
stata contestata). Cadorna tentò di organizzare una linea di difesa
sul Tagliamento, ma non vi riuscì e l'esercito indietreggiò fino al
Piave. Non si trattò, comunque, di una fuga, ma di un ripiegamento
sufficientemente ordinato. Il che permise, in pochissimi giorni, di
organizzare la difesa.
Il Piave
Il 23 dicembre 1917, un mese e mezzo
dopo la disfatta di Caporetto, l'esercito italiano riuscì a
bloccare l'offensiva austriaca sul Piave. Fu quella la svolta
decisiva - sul fronte italiano - della Grande Guerra. L'8 novembre
- mentre ancora le nostre truppe stavano completando la ritirata -
in un vertice a Peschiera, con gli inglesi e i francesi (per il
nostro Paese erano presenti il re e i ministri Orlando, Sonnino e
Bissolati) era stata decisa la sostituzione di Luigi Cadorna, al
comando supremo dell'esercito italiano, con il generale Armando
Diaz. Gli austriaci e i tedeschi, convinti di avere la vittoria in
pugno, non si presero un giorno di riposo.
Il 10 novembre, la X e l'XI Armata,
al comando del generale Conrad, attaccarono sull'altopiano di
Asiago, puntando verso Bassano; due giorni dopo il generale
Boroevic fece avanzare le sue truppe a sud del Montello cercando di
respingere l'Armata del duca d'Aosta verso il Brenta. Il giorno 15
entrò in azione sul Grappa il gruppo comandato dal generale Krauss,
con l'appoggio di undici divisioni della XIV Armata di von Below.
Cadorna aveva studiato con cura la ritirata verso il Piave, che
giudicava un fronte più difendibile. Diaz si attenne ai piani del
suo predecessore. In quella dura battaglia furono impegnati per la
prima volta i "ragazzi del 99", i diciottenni chiamati alla leva in
quel momento di autentica emergenza nazionale. Si fecero onore. Il
fronte resse l'urto del nemico, che sperava di ricacciare i nostri
uomini oltre l'Adige prima che potessero arrivare i rinforzi
alleati. Il piano austro-tedesco fallì. La resistenza italiana,
passata alla storia con il nome di prima battaglia del Piave (la
seconda si sarebbe combattuta nell'estate dell'anno successivo), si
concluse con successo alla vigilia di Natale.
Vittorio Veneto
Il 24 ottobre 1918 - esattamente un
anno dopo la disfatta di Caporetto - l'esercito italiano sferrò
l'attacco decisivo contro gli austriaci, che condusse in pochi
giorni all'armistizio di Villa Giusti e alla vittoria. La sconfitta
dell'anno precedente era stata salutare: aveva scosso il morale e
l'orgoglio nazionale. Cessarono gli scioperi, e le fabbriche di
munizioni ripresero a lavorare a pieno ritmo. I soldati non furono
più uomini dimenticati al fronte, ed ebbero generi di prima
necessità, armi ed equipaggiamenti. Nel frattempo, l'Impero
Austro-Ungarico era in pieno disfacimento. I cechi, gli slavi
meridionali e i polacchi dichiararono la loro indipendenza e si
schierarono al fianco degli alleati. Lo stesso fecero, nell'ultimo
momento utile, i rumeni. Persino gli ungheresi proclamarono la
repubblica. L'esercito che combatteva ancora contro gli italiani
non era più sorretto alle spalle da uno Stato. Non si sapeva più in
nome di chi combattesse, e per che cosa. Quando Armando Diaz decise
di sviluppare la sua offensiva dal Piave in direzione di Vittorio
Veneto, le sorti della guerra potevano apparire già segnate. In
quattro giorni il fronte austriaco fu sfondato. Interi reggimenti
austriaci disertarono. Il 2 novembre la repubblica ungherese
richiamò in patria le sue truppe. Cechi e croati avevano già
lasciato il fronte. Gli italiani fecero 300mila prigionieri nelle
file nemiche.
Il comandante supremo austriaco, von
Arz, non prese neppure contatto con il proprio governo prima di
firmare, il 3 novembre, l'armistizio, che divenne operante il
giorno successivo. Caporetto era vendicata. L'Italia avrebbe avuto
un posto fra i vincitori nel tavolo della pace.
L'armistizio
Il 3 novembre
1918, a Villa Giusti, vicino Padova, gli austriaci firmarono
l'armistizio con l'Italia, che pose fine - per quanto ci
riguardava direttamente - alla Prima guerra mondiale. La
Vittoria nella Grande Guerra è stata celebrata per decenni nel
nostro Paese il 4 novembre perché le due parti decisero, di
comune accordo, che la notizia della resa austriaca sarebbe
stata comunicata il giorno dopo. Nel resto d'Europa la pace
arrivò una settimana più tardi, con l'armistizio di Compiègne,
che pose fine al conflitto sul fronte occidentale.
Il Bollettino della Vittoria -
firmato dal comandante supremo delle Forze Armate italiane,
generale Armando Diaz, e ancora scolpito su molti edifici pubblici
del nostro Paese - si conclude così: «L'Esercito austro-ungarico è
annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita
resistenza dei primi giorni di lotta e nell'inseguimento; ha
perduto quantità ingentissime di materiali d'ogni sorta e pressoché
per intero i suoi magazzini e i depositi; ha lasciato finora nelle
nostre mani circa 300mila prigionieri con interi Stati Maggiori e
non meno di 5mila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più
potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza
le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza».
Dal Trattato di pace, firmato il 29
giugno 1919, l'Italia ottenne meno di quel che si attendeva e -
soprattutto - meno di quel che le era stato promesso all'inizio
della guerra, nel Trattato di Londra, proprio allo scopo di
convincerla a schierarsi con le potenze dell'Intesa, contro Austria
e Germania. Ebbe Trento e Trieste, ma le furono negate Fiume e la
Dalmazia. Si chiuse così, in modo definitivo (sia pure con qualche
strascico di amarezza), la pagina del Risorgimento, aperta settanta
anni prima con le guerre d'indipendenza.
Il 12 novembre 1920, a Rapallo, fu firmato fra Italia e Jugoslavia
il trattato che risolse il contenzioso su Fiume, Istria e la
Dalmazia: Zara sarebbe tornata all'Italia e Fiume avrebbe avuto lo
status di città libera.
Il prezzo pagato per completare
l'unità nazionale fu altissimo. Nella Grande Guerra l'Italia ebbe
650mila caduti, 947mila feriti, 600mila fra prigionieri e dispersi.
Il costo del conflitto per l'Italia ammontò a oltre 12 miliardi di
dollari dell'epoca. |