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I martiri dell'irredentismo

Il Risorgimento si completò nel 1918 - alla fine della Prima guerra mondiale - quando l'Italia ottenne Trento e Trieste come compenso per la vittoria ottenuta sul campo. Il nostro Paese pagò un pesante tributo di sangue: 650mila soldati caduti in battaglia, quasi un milione di feriti, un numero impressionante di prigionieri e dispersi. Fu un conflitto durissimo: sul fronte dell'Isonzo prima e, poi, dopo la drammatica sconfitta di Caporetto, alla fine del 1917, sulla linea del Piave, che segnò il momento più alto di orgoglio nazionale

L'attentato di SarajevoIl Risorgimento si completò nel 1918. Cinquantadue anni dopo la Terza guerra d'indipendenza, quarantotto anni dopo l'ingresso dei bersaglieri a Roma. Erano rimasti irrisolti due problemi: Trento e Trieste. A rammentarlo alla coscienza degli italiani provvide l'irredentismo. Il 20 dicembre 1882, fu impiccato un patriota, Guglielmo Oberdan. Studente di ingegneria, nato a Tieste nel 1858, Oberdan era fuggito dalla sua città nel 1878, dopo essere stato richiamato alle armi dall'Austria che si apprestava ad occupare la Bosnia. Rifugiato in Italia, aveva aderito ai movimenti irredentisti. Dopo la firma della Triplice Alleanza, che legava l'Italia alla Germania e all'Austria, Oberdan partì per la sua città natale, accompagnato dall'istriano Donato Ragosa, intenzionato a uccidere l'imperatore Francesco Giuseppe, che vi era andato in visita. Denunciato da due spie che s'erano infiltrate fra gli irredentisti, Oberdan fu arrestato a Ronchi, processato per direttissima e giustiziato nel cortile interno della Caserma grande di Trieste. Prima di morire gridò: «Viva l'Italia! Viva Trieste italiana!». Giosuè Carducci tuonò contro l'imperatore «degli impiccati». Felice Cavallotti, leader della sinistra radicale, tenace oppositore di Francesco Crispi (che aveva voluto l'alleanza con Austria e Germania), affermò che «con la salma del pallido martire, penzola dal capestro l'onore italiano».

L'irredentismo ebbe i suoi eroi anche durante la Grande Guerra. Cesare Battisti, trentino, deputato socialista al parlamento di Vienna fra il 1911 e il 1914, allo scoppio della Prima guerra mondiale si trasferì a Milano. Arruolatosi nell'esercito italiano, fu fatto prigioniero sul Monte Corno. Condannato a morte dalla Corte marziale austriaca, fu impiccato nel Castello del Buon Consiglio di Trento il 12 luglio 1916. Insieme con lui salì sul patibolo Fabio Filzi. Lo stesso anno fu giustiziato Nazario Sauro, istriano di Capodistria, catturato dagli austriaci quando il sommergibile italiano sul quale era imbarcato si incagliò mentre tentava di penetrare nel porto di Fiume.

La Grande Guerra

Nel 1882 l'Italia s'era legata, con un trattato militare (la Triplice Alleanza) all'Austria e alla Germania. A molti quella decisione era apparsa come una rinuncia alle rivendicazioni su Trento e Trieste, rimaste sotto il dominio imperiale di Vienna dopo la Terza guerra d'indipendenza. Le guerre coloniali non avevano distratto l'opinione pubblica dall'obiettivo prioritario di completare l'unità. Nel 1913 - quando già si addensavano pesanti nubi sull'orizzonte - l'allora presidente del Consiglio Giolitti aveva chiarito con le cancellerie di Vienna e Berlino che il trattato aveva un carattere esclusivamente difensivo. Se fossero stati gli imperi centrali ad aprire il conflitto (come poi accadde), il nostro Paese si sarebbe sentito svincolato da ogni obbligo.

Dopo l'attentato di Sarajevo (la scintilla che fece esplodere il conflitto), la diplomazia italiana - guidata inizialmente dal marchese di San Giuliano e, dopo la sua morte, da Sidney Sonnino - cercò la sponda migliore con cui trattare l'intervento (o la neutralità): la posta in gioco era il completamento dell'unità nazionale con l'annessione di Trento e Trieste.

Il 9 dicembre 1914 il ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino inviò una nota riservatissima al governo austriaco con la richiesta di compensi territoriali a favore del nostro Paese in cambio della neutralità nella guerra iniziata da cinque mesi. Alle richieste di Sonnino, Francesco Giuseppe oppose un rifiuto. Temeva (con qualche ragione) che, cedendo alle pretese italiane avrebbe incoraggiato le rivendicazioni serbe, polacche, cecoslovacche e rumene, finendo per smembrare l'impero. Quello del dicembre 1914 fu l'ultimo contatto diplomatico fra Roma e Vienna. Il primo ministro Salandra si stava convincendo che si sarebbe potuto avviare - con maggior profitto - un negoziato con le potenze dell'Intesa. L'opinione pubblica, che aveva inizialmente accolto con sollievo la notizia della neutralità, si stava progressivamente spostando, sotto la spinta degli irredentisti, a favore di un cambio di alleanze. I più prudenti erano proprio gli uomini di governo, che temevano che le forze armate non fossero sufficientemente preparate al conflitto. Il capo di Stato Maggiore Cadorna (che non aveva avuto molto tempo per prepararsi, essendo stato nominato soltanto nel mese di luglio, dopo la morte del suo predecessore, Alberto Pollio) premeva perché si attendesse la primavera successiva, in quanto mancavano perfino le uniformi invernali. Il 26 aprile 1915 fu firmato il Patto di Londra. Il 24 maggio l'Italia entrò in guerra. Cadorna si era trovato ad affrontare il complesso compito di ribaltare tutte le strategie predisposte inizialmente, quando sembrava che saremmo scesi in campo contro quelli che poi divennero i nostri alleati.

Il fronte dell'Isonzo

Gran parte del conflitto fu combattuto dalle truppe italiane sulla linea dell'Isonzo. Tra la fine del mese di giugno del 1915 e l'inizio di novembre del 1917 vi si svolsero dodici sanguinose battaglie, in una logorante guerra di posizione che non permise né ai nostri soldati né ai nostri nemici apprezzabili conquiste territoriali.

Nel primo anno di guerra uno dei compiti principali affidati all'esercito italiano fu quello di tenere impegnata una parte consistente delle forze nemiche mentre infuriavano i combattimenti sul fronte francese.

Fra l'inizio di agosto e l'inizio di novembre del 1916 gli scontri furono quattro. Il primo (la sesta battaglia dell'Isonzo) fu il più glorioso per l'esercito italiano che conquistò il Monte San Michele e riuscì a issare il tricolore sulla città di Gorizia (8 agosto). Le tre successive spallate non ottennero risultati concreti. Ma si trattò, comunque, di episodi fondamentali nei delicatissimi equilibri bellici. Gli austriaci si resero conto che il fronte italiano non era più tenero di quelli dell'Europa Centrale. Le truppe imperiali furono spesso costrette a ripiegare su posizioni arretrate per evitare di essere schiacciate dal nostro esercito. È quel che accadde anche nell'ottava battaglia - fra il 10 e il 12 ottobre del 1916 - quando gli austro-ungarici dovettero retrocedere verso la seconda linea. Teatro dello scontro fu la pianura a sud di Gorizia, dove erano concentrati il 26° e l'8° Corpo d'armata italiani, e sulle pendici del Carso, dove operavano il 7°, l'11° e il 13° Corpo d'armata.

Complessivamente, nella campagna d'autunno - che si concluse con la nona battaglia dell'Isonzo (il 4 novembre) - sia gli italiani sia gli austriaci lasciarono sul terreno circa settantamila uomini. Fra i caduti italiani ci fu anche l'eroico bersagliere ciclista Enrico Toti, privo di una gamba, che - prima di morire - lanciò la stampella contro il nemico, in un estremo atto di sfida (6 agosto). Le ultime tre battaglie dell'Isonzo si svolsero fra l'estate e l'autunno del 1917. La dodicesima è tristemente nota perché si concluse con la ritirata di Caporetto.

Caporetto

Achille Beltrame, La partenza del reggimento per il fronteIl 9 novembre 1917 ebbe termine la più drammatica battaglia della Prima guerra mondiale, la dodicesima combattuta a ridosso dell'Isonzo, passata alla storia come battaglia di Caporetto. Caporetto è, da allora, sinonimo di disfatta. Da due anni le truppe erano impegnate in una terribile guerra di trincea, a ridosso dell'Isonzo e dell'altopiano del Carso. I nostri soldati erano allo stremo delle forze; gli austriaci non erano in condizioni migliori, ma ricevettero consistenti rinforzi dal comando tedesco, che spostò alcune divisioni dal fronte russo a quello italiano, con l'obiettivo di vibrare un colpo decisivo alla nostra resistenza e dedicare tutti gli sforzi al fronte francese.

Alla vigilia dello scontro, il capo di Stato Maggiore italiano, Luigi Cadorna, ostentava fiducia. Appena poche ore più tardi, scrisse una lettera alla moglie, nella quale si domandava quali sarebbero state le conseguenze della sconfitta. Convinto che il nemico avrebbe attaccato contemporaneamente sull'Isonzo e nel Trentino, Cadorna divise le proprie truppe fra i due fronti. Austriaci e tedeschi concentrarono il loro sforzo soltanto sull'Isonzo, puntando su Caporetto. La battaglia durò due settimane. Le linee italiane furono sfondate per una quindicina di chilometri di ampiezza. Alla fine l'esercito fu costretto a una ritirata disastrosa. 250mila soldati furono fatti prigionieri, altri 400mila disertarono (anche se questa cifra è stata contestata). Cadorna tentò di organizzare una linea di difesa sul Tagliamento, ma non vi riuscì e l'esercito indietreggiò fino al Piave. Non si trattò, comunque, di una fuga, ma di un ripiegamento sufficientemente ordinato. Il che permise, in pochissimi giorni, di organizzare la difesa.

Il Piave

Il 23 dicembre 1917, un mese e mezzo dopo la disfatta di Caporetto, l'esercito italiano riuscì a bloccare l'offensiva austriaca sul Piave. Fu quella la svolta decisiva - sul fronte italiano - della Grande Guerra. L'8 novembre - mentre ancora le nostre truppe stavano completando la ritirata - in un vertice a Peschiera, con gli inglesi e i francesi (per il nostro Paese erano presenti il re e i ministri Orlando, Sonnino e Bissolati) era stata decisa la sostituzione di Luigi Cadorna, al comando supremo dell'esercito italiano, con il generale Armando Diaz. Gli austriaci e i tedeschi, convinti di avere la vittoria in pugno, non si presero un giorno di riposo.

Il 10 novembre, la X e l'XI Armata, al comando del generale Conrad, attaccarono sull'altopiano di Asiago, puntando verso Bassano; due giorni dopo il generale Boroevic fece avanzare le sue truppe a sud del Montello cercando di respingere l'Armata del duca d'Aosta verso il Brenta. Il giorno 15 entrò in azione sul Grappa il gruppo comandato dal generale Krauss, con l'appoggio di undici divisioni della XIV Armata di von Below. Cadorna aveva studiato con cura la ritirata verso il Piave, che giudicava un fronte più difendibile. Diaz si attenne ai piani del suo predecessore. In quella dura battaglia furono impegnati per la prima volta i "ragazzi del 99", i diciottenni chiamati alla leva in quel momento di autentica emergenza nazionale. Si fecero onore. Il fronte resse l'urto del nemico, che sperava di ricacciare i nostri uomini oltre l'Adige prima che potessero arrivare i rinforzi alleati. Il piano austro-tedesco fallì. La resistenza italiana, passata alla storia con il nome di prima battaglia del Piave (la seconda si sarebbe combattuta nell'estate dell'anno successivo), si concluse con successo alla vigilia di Natale.

Vittorio Veneto

Il 24 ottobre 1918 - esattamente un anno dopo la disfatta di Caporetto - l'esercito italiano sferrò l'attacco decisivo contro gli austriaci, che condusse in pochi giorni all'armistizio di Villa Giusti e alla vittoria. La sconfitta dell'anno precedente era stata salutare: aveva scosso il morale e l'orgoglio nazionale. Cessarono gli scioperi, e le fabbriche di munizioni ripresero a lavorare a pieno ritmo. I soldati non furono più uomini dimenticati al fronte, ed ebbero generi di prima necessità, armi ed equipaggiamenti. Nel frattempo, l'Impero Austro-Ungarico era in pieno disfacimento. I cechi, gli slavi meridionali e i polacchi dichiararono la loro indipendenza e si schierarono al fianco degli alleati. Lo stesso fecero, nell'ultimo momento utile, i rumeni. Persino gli ungheresi proclamarono la repubblica. L'esercito che combatteva ancora contro gli italiani non era più sorretto alle spalle da uno Stato. Non si sapeva più in nome di chi combattesse, e per che cosa. Quando Armando Diaz decise di sviluppare la sua offensiva dal Piave in direzione di Vittorio Veneto, le sorti della guerra potevano apparire già segnate. In quattro giorni il fronte austriaco fu sfondato. Interi reggimenti austriaci disertarono. Il 2 novembre la repubblica ungherese richiamò in patria le sue truppe. Cechi e croati avevano già lasciato il fronte. Gli italiani fecero 300mila prigionieri nelle file nemiche.

Il comandante supremo austriaco, von Arz, non prese neppure contatto con il proprio governo prima di firmare, il 3 novembre, l'armistizio, che divenne operante il giorno successivo. Caporetto era vendicata. L'Italia avrebbe avuto un posto fra i vincitori nel tavolo della pace.

L'armistizio

Avvicendamento di truppe italiane al fronte (foto dei reparti dei fotocinemaoperatori dell'esercito, Roma, Museo Centrale del Risorgimento)Il 3 novembre 1918, a Villa Giusti, vicino Padova, gli austriaci firmarono l'armistizio con l'Italia, che pose fine - per quanto ci riguardava direttamente - alla Prima guerra mondiale. La Vittoria nella Grande Guerra è stata celebrata per decenni nel nostro Paese il 4 novembre perché le due parti decisero, di comune accordo, che la notizia della resa austriaca sarebbe stata comunicata il giorno dopo. Nel resto d'Europa la pace arrivò una settimana più tardi, con l'armistizio di Compiègne, che pose fine al conflitto sul fronte occidentale.

Il Bollettino della Vittoria - firmato dal comandante supremo delle Forze Armate italiane, generale Armando Diaz, e ancora scolpito su molti edifici pubblici del nostro Paese - si conclude così: «L'Esercito austro-ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni di lotta e nell'inseguimento; ha perduto quantità ingentissime di materiali d'ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi; ha lasciato finora nelle nostre mani circa 300mila prigionieri con interi Stati Maggiori e non meno di 5mila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza».

Dal Trattato di pace, firmato il 29 giugno 1919, l'Italia ottenne meno di quel che si attendeva e - soprattutto - meno di quel che le era stato promesso all'inizio della guerra, nel Trattato di Londra, proprio allo scopo di convincerla a schierarsi con le potenze dell'Intesa, contro Austria e Germania. Ebbe Trento e Trieste, ma le furono negate Fiume e la Dalmazia. Si chiuse così, in modo definitivo (sia pure con qualche strascico di amarezza), la pagina del Risorgimento, aperta settanta anni prima con le guerre d'indipendenza.
Il 12 novembre 1920, a Rapallo, fu firmato fra Italia e Jugoslavia il trattato che risolse il contenzioso su Fiume, Istria e la Dalmazia: Zara sarebbe tornata all'Italia e Fiume avrebbe avuto lo status di città libera.

Il prezzo pagato per completare l'unità nazionale fu altissimo. Nella Grande Guerra l'Italia ebbe 650mila caduti, 947mila feriti, 600mila fra prigionieri e dispersi. Il costo del conflitto per l'Italia ammontò a oltre 12 miliardi di dollari dell'epoca.

Max Remondino