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Annata
scarsa per l'olio di oliva. I raccolti non sono stati
favorevoli: la siccità dell'estate passata ha colpito duro gli
impianti. Ma se la produzione è stata limitata, in compenso la
qualità si è rivelata eccezionale, tanto che gli ulivicoltori
parlano di "annata grande". Ivan Rossi, esperto del settore,
risponde ad alcune domande sull'oro verde, che è alla base
della nostra dieta e che, a volte, subisce il torto di essere
comparato o confuso con altri oli vegetali. Agronomo, ha
diretto per 25 anni l'Ufficio Agricoltura della Provincia di
Taranto, è consulente di grandi aziende agricole in Italia e,
alla passione per l'agricoltura, unisce la specifica
esperienza che ha accumulato vivendo in seno ad una famiglia
contadina di stampo matriarcale.
«Prima di parlare dell'olio»,
esordisce, «vorrei sottolineare che le sostanze grasse sono state
sempre di primaria importanza per l'alimentazione umana e animale,
per la medicina e la cosmesi, per creare luce e calore: fonti di
ricchezza tanto preziose da essere offerte agli dèi in tutte le
religioni. L'uomo primordiale ha utilizzato dapprima i grassi
animali, i più facili da trovare allo stato naturale nell'organismo
di ovini, bovini, suini (ma anche, nei Paesi nordici, di renne,
balene e altri cetacei superiori), oppure si è nutrito con i grassi
derivati dal latte, come il burro. Una delle prime e più importanti
scoperte dell'antichità è stata poi l'estrazione dei grassi dai
vegetali: si tratta di grassi più nobili e duttili, perché hanno la
capacità di conservarsi nel tempo, di non irrancidire in fretta, a
differenza di quelli animali, che possiedono una carica batterica
talmente elevata da essere necessario trattarli con sale o
spezie».
Quale è stata l'evoluzione
tecnica dell'olio di oliva?
«L'ulivo è una delle piante più
antiche che si conoscano, forse la più antica: basti pensare
all'Orto del Getsemani, ove ancora esiste un olivastro. Da questo e
dall'oliastro, due piante da sempre presenti nella macchia
mediterranea, proviene l'ulivo moderno. Lavorando e innestando tali
piante, nel tempo l'uomo è riuscito a migliorarle. Ha scoperto che
la pianta selvatica, impollinata con una proveniente da altre zone,
dava origine ad un frutto particolarmente pregiato e produttivo.
L'olivastro in seguito ha preso il sopravvento per la sua qualità e
la tendenza a diventare albero: e oggi è presente in tutti i Paesi
del Mediterraneo».
Come si pone l'Italia in questo
contesto?
«È la più grande produttrice al
mondo di olio di oliva, mentre la Spagna ha il primato mondiale
delle olive da mensa, settore in cui, negli anni
Cinquanta-Sessanta, ha seguito una politica di programmazione e
specializzazione. Noi ci siamo specializzati nelle olive da olio:
in tutto il territorio, dal lago di Garda fino a Pantelleria, sono
presenti gli uliveti, ma in maggior parte in Puglia e Calabria.
Proprio in queste regioni negli ultimi trent'anni l'olio è
migliorato moltissimo, perché è stato rinnovato completamente il
sistema di allevamento, lavorazione e potatura delle piante».
Mentre la raccolta delle olive è
rimasta sempre la stessa...
«Sì, viene ancora fatta a mano.
Oppure, come nel Salento, ove gli alberi sono così grandi e alti da
sembrare monumenti e tali da rendere antieconomica la raccolta a
mano, si attende che le olive cadano da sole per scoparle sul
terreno e portarle alla molitura».
Quante olive sono necessarie per
produrre un chilo di olio?
«Per un ottimo extravergine ne
occorrono circa 20 chili: sane, raccolte a mano, trattate con
molitura o frangitura "a freddo"».
Perché "a freddo"?
«Per l'olio il massimo della bontà
si ottiene ancora con la separazione naturale della massa grassa
dall'acqua di vegetazione. Ma questa è ricca di zuccheri e batteri
che tendono a fermentare se la temperatura sale durante
l'operazione di molitura, comunicando al prodotto, molto sensibile
e delicato, un profumo sgradevole. Oggi il problema si evita con la
"catena del freddo", ovvero con contenitori in acciaio inox
refrigerati nella parte bassa, ove si raccoglie l'acqua di
vegetazione, per cui la flora batterica non si sviluppa e si ha
tutto il tempo utile affinché avvenga la separazione
dell'olio».
Qual è il costo
dell'olio?
«Se un quintale di olive viene
venduto da 30 a 37 euro e se ne ricavano circa cinque chili di olio
extravergine, ognuno di essi vale 6-7 euro. Ma a questo costo vanno
addizionati gli altri: personale, imbottigliamento, trasporto,
valore aggiunto. Per cui un chilo di olio non si può vendere al di
sotto dei 10 euro. Noi che vendiamo olio, lo acquistiamo al chilo
direttamente al frantoio e, attenzione, lo proponiamo al pubblico
in lattine da un litro, sfruttando e guadagnando esclusivamente su
quei 100 grammi di differenza esistenti fra chilo e litro».
Come mai, allora, nei
supermercati si trova l'olio extravergine a 4 euro?
«È in corso una battaglia
politico-economica tra i vari Stati all'interno della Comunità
Europea e anche extracomunitari: noi abbiamo costi di lavorazione e
raccolta elevatissimi, spese di gestione molto forti, mentre in
Turchia, in Grecia, in Libano, fino al Marocco, le olive sono
raccolte a costo zero. Vengono trasportate con le navi in Puglia,
ove esistono grandi oleifici, ed ecco l'olio extravergine a basso
costo: che però non raggiunge il grado di purezza del nostro.
Nonostante tutti gli sforzi compiuti a livello comunitario, siamo
riusciti solo a pretendere che sulla confezione venga scritta la
provenienza delle olive».
Comunque, l'olio extravergine
prodotto da olive italiane porta il marchio Dop, denominazione di
origine protetta...
«Il nostro Paese si distingue
nell'alimentazione mediterranea su tre grandi dorsali: olio di
oliva, pasta e vino. Ultimamente, poi, siamo diventati i numero uno
in campo mondiale per le conserve di pomodoro e i sottoli. L'Italia
è il Paese d'Europa in cui negli opifici alimentari si lavora con
la maggiore accuratezza e le norme d'igiene da trent'anni sono le
più rigide del mondo. Non per nulla i Nuclei Antisofisticazione dei
Carabinieri, i famosi Nas, lavorano in collaborazione con le
Regioni e le Asl».
E l'olio di semi, è vero che è
più delicato?
«Intorno agli anni Sessanta abbiamo
avuto l'invasione degli oli vegetali da piante oleaginose,
arachidi, girasole, mais, soia, sostenuta da forte pubblicità; è
nata allora la convinzione che l'olio di semi fosse più leggero di
quello di oliva, ma non è così. L'olio di oliva è il grasso più
nobile esistente in natura, non contiene gli acidi saturi, che
vengono assorbiti dall'organismo e provocano l'accumulo di
colesterolo negativo, con conseguenti placche arteriosclerotiche, e
proprio la loro mancanza ne fa il migliore per antonomasia. L'olio
di semi allo stato crudo può avere un senso di delicatezza, ma
quando si cuoce scatena una quantità di acidi saturi. In Italia
oggi l'olio più usato e venduto al 90 per cento è quello di oliva,
e dagli anni Novanta per quello di semi è rimasto un margine di
vendita del 10 per cento, che ogni anno diminuisce
sensibilmente».
Che mercato ha, allora, l'olio di
semi?
«Un mercato assai ristretto. Anche i
più forti produttori di piante oleaginose, come Germania, Francia e
Paesi dell'Est, non lo consumano sic et simpliciter, ma lo
utilizzano in massima parte per l'industria alimentare e dolciaria,
dato il suo potere conservante. Negli Usa le abitudini alimentari
orientate verso molti prodotti cotti o fritti con olio di semi -
patatine, popcorn, cipster, più le varie stecchette di latte e
cioccolato - hanno provocato problemi di obesità: ne sono afflitte
cinque persone su dieci».
Quale è comunque il
migliore?
«Quello di girasole, e anche quello
di soia: il primo, data la sua peculiarità, viene utilizzato per la
conservazione di alimenti, pesce, carne, ortaggi. La soia è
ricercata per la sua duttilità, non permette l'accumulo di grassi,
ma ha un sapore molto accentuato. In ogni caso, è un olio che ha
sfamato per millenni le popolazioni dell'Estremo Oriente, e nella
scala dell'alimentazione mondiale si pone al secondo posto».
Perché i prezzi degli oli di semi
sono così ridotti rispetto a quello dell'olio extravergine di
oliva?
«Le piante oleaginose hanno costi di
produzione bassissimi, la raccolta è meccanica, non manuale.
Essendo piante vegetali annuali sono a basso rischio; se una
coltivazione di soia o di girasole viene investita da una gelata o
da una parassitosi, la produzione dell'anno successivo permette di
recuperare i costi di gestione. L'ulivo, invece, pianta arborea e
secolare, deve essere messo a dimora in un terreno, entra in
produzione dopo molti anni e, se subisce una gelata, o muore
subito, o ha bisogno di diversi anni per tornare a produrre. Pensi
che stiamo ancora scontando i danni della gelata del 1983...».
Quali ambizioni ha ancora
l'Italia in campo alimentare?
«Dobbiamo portarci all'avanguardia
con i nostri prodotti e, considerata la loro qualità, ne rivendico
tutto il diritto, perché questo significa aprire nuove vie di
sviluppo, non solo nel campo alimentare e della grande industria,
ma anche nel terziario avanzato». |