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Kugy, il Cantore delle Alpi Giulie

Scalatore esperto, il cui nome resta legato principalmente alle vette friulane, si spinge in realtà lungo tutto l'arco alpino. Con grande amore, ma soprattutto con impareggiabile senso poetico

Julius Kugy negli ultimi anni della sua vita. Nato a Gorizia da famiglia triestina, morirà a Trieste, la sua città, sessant'anni orsono: il 4 febbraio 1944.Spesso la conoscenza di un personaggio è data dall'approfondimento della realtà storica e del territorio in cui egli è vissuto, in quanto questi possono rivelarsi condizionanti della sua esistenza. Ma a volte accade il contrario: sono gli uomini a connotare, a dar luce, a un determinato momento della vita di una città e della società di cui fanno parte. È questo il caso di Julius Kugy.

Seconda metà dell'Ottocento. Siamo a Trieste, florida città di mare che guarda anche alla montagna, la quarta per popolazione di tutto l'impero austro-ungarico, sbocco sul Mediterraneo dei Paesi danubiani, centro di cultura in cui convivono diversi gruppi etnici e linguistici: l'austriaco, l'italiano, lo sloveno. A nord della città vi sono le Alpi Giulie e Carniche, baricentro di confini mutanti nel pendolo della storia, punto di passaggio del commercio, cerniera verso il mare, area di morte durante la Prima guerra mondiale. Della radice e cultura mitteleuropea di tale territorio Julius Kugy risulta essere l'"icona" ideale.

Nasce a Gorizia il 19 luglio 1858 (all'epoca a Trieste - ove risiedeva la sua famiglia - infuria una epidemia di colera); si trasferisce temporaneamente in Carinzia, per stabilirsi poi, ancora adolescente, a Trieste insieme ai genitori, un fratello e quattro sorelle. Appartenente ad una famiglia agiata borghese (il padre è titolare di un'avviata impresa di import-export), frequenta il ginnasio tedesco della città; acquisisce una cultura umanistica ed una educazione musicale, essendo stato avviato, tra l'altro, allo studio del pianoforte prima e dell'organo poi. Organizzerà e dirigerà, in età più matura, il Coro Palestriniano. Studia i Lieder, la più alta espressione musicale del romanticismo tedesco, quello che meglio ne esprime l'anima popolare. Entusiasta di Wagner, ama la musica di Schubert, Bach e Pierluigi da Palestrina; di Bach farà conoscere ai triestini alcune opere grandiose, del da Palestrina la Missa Papae Marcelli.

È studioso ed appassionato di botanica; la ricerca di un fiore, la "Scabiosa trenta", che non troverà (risulterà essere, infatti, la "Scabiosa leucantha", che vive nei pendii erbosi esposti al sole sotto i 1.000 metri e non nelle regioni alpine), lo porterà ad intraprendere l'attività alpinistica. La sua ricerca, infatti, gli fa esplorare valli meravigliose, salire monti selvaggi. Nasce così in lui l'amore per gli spazi liberi e per gli orizzonti sconfinati: una montagna di sogni, carica di "riflessioni", di sentimenti, di mistero e di magie.

In verità il primo contatto con i monti Kugy lo ha nella fanciullezza, durante i soggiorni estivi con la famiglia: sin da allora potrà ammirare le Alpi Giulie, che l'attrarranno indissolubilmente per tutta la vita, nella loro maestà e magnificenza.

Tipico uomo dell'Ottocento per formazione culturale, educazione e spiritualità romantica, Kugy ha una notevole preparazione letteraria tedesca ed italiana. Il segreto dell'immenso suo patrimonio spirituale sta nella sconfinata serenità delle sue impressioni e nell'eccezionale sensibilità del carattere. Dopo essersi laureato a pieni voti in Giurisprudenza a Vienna, entra nell'azienda paterna e riesce a far convivere il lavoro, la musica e la montagna. Del resto, proprio il lavoro ed il relativo benessere economico gli consentiranno di seguitare a frequentare la montagna che, con il tempo, sarà il suo scopo prioritario: «...ho sentito un richiamo e l'ho sempre seguito. Non potevo farne a meno».

Kugy diverrà alpinista esperto, con una invidiabile attività lungo gran parte dell'arco alpino, anche se il suo nome resta legato principalmente alle "Giulie". È lui a scoprirle, a valorizzarle, a farle conoscere anche attraverso i suoi scritti, le sue conferenze, così da esserne definito "il Cantore". Egli si fa guidare nella esplorazione dalla bellezza dei monti e, soprattutto, dalla felicità che lo spinge verso le cime.

Veduta panoramica di quelle stesse Alpi, in cui lo scalatore ha tracciato dieci nuove vie che passano per tutti i versantiA solo 17 anni è sul Tricorno, e dal 1877 inizia l'esplorazione dei monti della Val Trenta. Si spinge lungo tutto il territorio, non con frenesia ma con amore; di lui si può ben dire che sia stato un "contemplatore". Con la rappresentazione che egli fa degli alti paesaggi e delle vette, la "sosta" è più lunga e meditata e il "dialogo" ha ascolti lenti: si ha piacere per la grandezza di un fiore, si colgono segnali della natura e del prodigio di ogni vita. Egli, infatti, non è solo esploratore di "vie" alle vette ma anche poeta, scrittore dei monti: riesce ad inserire, nell'avventura del quotidiano, spiragli radiosi e sublimi attraverso visioni esaltanti della natura.

Kugy ama la montagna in tutta la sua complessità e ne osserva ogni cosa; la ama ancor più della musica, che è la sua seconda passione. Attraverso quest'ultima "rivisita" le bellezze alpine ed anche l'azione della scalata. Accosta le partiture alle cime: sul Monte Leone, ad esempio, sente «un inno di lode e di indescrivibili magnificenze salire dalle valli e dalle vette»: è il Te Deum di Mendelssohn. Scendendo dal Monte Disgrazia gli risuona all'orecchio il "Sanctus" a sei voci della Missa Assumpta in Coelum di Pierluigi da Palestrina...

Le zone che hanno ispirato le pagine più intense dei suoi scritti sono i monti della Val Trenta, la catena del Jôf Fuart e del Jôf Montasio: se quest'ultimo è la vetta più regale, lo Jôf Fuart è la cima più alta e centrale di uno dei massicci più belli ed imponenti delle Alpi Giulie; qui Kugy ha compiuto il suo capolavoro d'alpinismo, tracciando ben dieci "vie" nuove che passano per tutti i versanti.

Nella vita di Kugy vi sono due momenti che avrebbero potuto farlo desistere dal praticare l'alpinismo, venendo così meno il suo rapporto con la montagna; egli, tuttavia, con grande forza d'animo riesce a superarli. Uno di questi è all'inizio del secolo, quando all'improvviso gli muore il padre e successivamente si ammala il fratello. Saranno per lui mesi di lungo sacrificio alla guida dell'azienda; riesce comunque a conciliare il commercio con la sua passione: inizia le ascensioni il pomeriggio del sabato dalla Stazione Centrale di Trieste e le termina nello stesso luogo al mattino presto del lunedì, in tempo per riprendere il lavoro.

Kugy ha avuto una notevole importanza in quel determinato periodo della storia dell'alpinismo, tenuto conto che l'esplorazione nella estrema zona orientale delle Alpi era di tre, quattro lustri in ritardo rispetto al resto dell'arco alpino. Eppure le "Giulie" manifestavano da sempre tutto il loro fascino: montagne selvagge, severe, immerse in una natura intatta ed incontaminata. Una realtà a lungo ignorata, confinata ai margini di quegli interessi alpinistici che nel XVIII e XIX secolo si concentrarono nelle Alpi Occidentali e nelle Dolomiti.

Così lo Jôf Montasio, lo Jôf Fuart, il Canin ed il Mongart, con le loro pareti vertiginose, non conobbero per lungo tempo che il passaggio primitivo di cacciatori e di pochi valligiani. Dopotutto la cartografia del territorio era lacunosa e imprecisa, o per lo meno in fase di elaborazione. Solo nella seconda metà dell'Ottocento inizierà l'esplorazione scientifica (latu sensu geografica) ed alpinistica delle "Giulie".

Anche in Friuli, come in Piemonte, l'alpinismo ha il suo nucleo di origine tra le classi dirigenti e dell'alta borghesia: figura rilevante è Giovanni Marinelli, professore di Geografia all'Università di Padova e di Firenze, che trasmetterà ai giovani friulani, oltre alla passione per la montagna, l'approccio scientifico allo studio per il territorio.

Nel 1874 a Tolmezzo nasce la Sezione locale del Club Alpino Italiano che, nel 1880 - con il pretesto della istituzione di un osservatorio meteorologico voluto da insigni scienziati, quali il succitato Marinelli e Torquato Tomaselli -, si trasferisce ad Udine, per divenire l'anno seguente Sezione autonoma del Cai con il nome di Società Alpina Friulana. La Saf, prima ancora di promuovere l'attività alpinistica, si afferma come luogo di cultura, curando, in particolare, gli studi geografici, altimetrici, toponomastici ed etnografici.

Kugy è l'altra figura rappresentativa dell'epoca; con lui si avrà, infatti, un alpinismo diverso da quello incarnato dai soci della Saf. Egli sviluppa un approccio con la montagna più moderno: salite le cime principali, salite quelle secondarie, si dedica allo studio dei versanti apparentemente inaccessibili. È lui a risolvere i problemi delle pareti nord del Jôf Montasio e del Jôf Fuart ed è a lui che si deve la maggior parte degli itinerari aperti in questa fase. Si distingue non solo per la mole impressionante dell'attività, ma, soprattutto, per la motivazione, la consapevolezza e la dedizione assoluta che l'hanno caratterizzata.

Esploratore avventuroso ma anche, come ricordato, poeta della montagna, i suoi scritti avranno una connotazione culturale diversa da quella di tutti i suoi colleghi. L'alpinismo di Kugy non consiste solo nel gesto fisico potente ed armonioso che nobilita il corpo ma, principalmente, nel raggiungere la felicità interiore attraverso le innumerevoli suggestioni che la montagna sa offrire nella salita e nella conquista delle vette. Per Kugy il significato della montagna è l'elevazione spirituale, ed in tal senso egli, con poesia intensa e soffusa, esalta cime e personaggi. Dalla montagna sente un continuo richiamo, al quale ha sempre risposto: «…ancor mi sento chiamare dai monti. Sento il loro richiamo quando sono desto e lo sento nei miei sogni desiosi…».

Questo richiamo e tali suggestioni Kugy desidera condividerli con altri, con cui scambia impressioni sia durante la salita, che all'arrivo in vetta, che nella discesa. Egli non ammette un alpinismo solitario, lo ritiene inconcepibile. Contrariamente a molti scalatori del tempo e ad altri che seguiranno, ha un legame speciale con alcune guide che onorerà e renderà celebri attraverso i suoi libri: Anton Tozbar, Josf e Andrea Komac, Osvaldo Pesamosca e Anton Oitzinger, assieme ai quali progetta e realizza le sue imprese.

L'alpinismo, poi, per Kugy - uomo privo di gelosia (non ha mai avuto segreti riguardo ai propri progetti ed ha piacere se altri avranno occasione di aprire una "via" da lui precedentemente intuita) - non è solo fonte di felicità ma anche momento intenso, vissuto con sentimento nell'amicizia e nella generosità, in cui non vi è posto per la competitività. Battezzerà luoghi visitati e "vie" percorse con nomi della poesia alpina: "Madre dei camosci", "Cengia degli Dei"...

Rispettoso poi come è della natura, Kugy ha in comune con altri due grandi alpinisti, Paul Press e Guido Rey, anche la contrarietà a quell'innovativo che porterà l'uso dei chiodi nelle ascensioni da parte delle nuove generazioni (si è in epoca di transizione tra romanticismo e tecnicismo dell'alpinismo). Eppure avrà una grande ammirazione per Emilio Comici, anch'egli triestino, che realizzerà il proprio sogno e la propria intuizione: il percorso completo della "Cengia degli Dei", la "via infinita", l'itinerario ad anello che, fra i 2.200 ed i 2.300 metri, racchiude il Jôf Fuart e "La Madre dei Camosci". Un circuito di circa sei chilometri, per completare il quale furono indispensabili le doti acrobatiche di questo fortissimo arrampicatore, primo ad aprire una via di VI grado.

Kugy frequenta principalmente le Alpi Giulie nonché le Alpi Occidentali, trascurando le Dolomiti, anche se sale sul Cristallo, sulla Grande di Lavaredo, sul Piz Popera, sull'Antelao, sul Sorapis, sul Pelmo, sul Civetta e sulla Marmolada. Sulle Alpi Occidentali effettua ascensioni al Cervino, al Gran Paradiso e al Monviso, ma due monti gli saranno particolarmente cari: il Bianco e il Rosa. A quest'ultimo dedicherà un'opera, mentre il Bianco gli ispirerà alcune tra le pagine più belle e suggestive: «…avanti a noi era apparso qualcosa che riempiva lo sfondo della vallata. Non era una nube, non erano rocce, non era ghiaccio: era tutto ad un tempo; un edificio che la più sbrigliata fantasia non potrebbe inventare, più possente ed impressionante, una cattedrale posata su immense colonne granitiche, un altare radioso nella gloria dei cieli, una cupola celeste e luminosa…».

Le sue ascensioni hanno inizio nel 1871 ed avranno ininterrottamente seguito sino all'inizio della Prima guerra mondiale. Saranno numerose, come pure le nuove "vie" che egli aprirà. L'esplorazione delle Alpi Giulie si protrarrà dal 1877 al 1912: non saranno meno di cinquanta le sue prime ascensioni o traversate. Solo per citare alcune delle sue innumerevoli imprese: nel 1881 scopre la "via" della Val Trenta al Tricorno, che porterà il suo nome. Nel 1886 compie la traversata del Monte Rosa: ne resterà affascinato irresistibilmente per tutta la vita. L'anno dopo è sugli sterminati ghiacciai del Monte Bianco, del Gran Paradiso e del Monviso. Nel 1891 percorre una "via" ovest del Jôf Fuart ed è il primo ad essere sul piccolo Mongart. Nel 1895 supera per la prima volta la parete nord del Canin; nel 1902 scopre la direttissima nord del Montasio e compie la prima salita invernale al Canin. Nel 1905 effettua la prima salita invernale al Montasio. Edmondo De Amicis, che avrà modo di assistere ad una sua impresa sul Cervino, vi troverà spunto per una narrazione.

La vita di Kugy avrà una seconda realtà dolorosa: lo scoppio della Prima guerra mondiale e tutte le sue conseguenze. Arruolatosi come alpine referent non sparerà alcun colpo e non verranno meno i suoi legami di amicizia con i tanti italiani, alcuni dei quali irredentisti; dopotutto egli ama l'Italia e la considera sua seconda patria.

Cessata la guerra torna alla sua Trieste: «Ritornai dalla guerra a sessant'anni. Ero stanco. Non m'ero accorto di non essere più ragazzo, ma un vecchio signore…». La situazione economica generale è completamente mutata, la svalutazione della moneta non facilita le antiche aziende ed anche la sua è sull'orlo del fallimento. A Kugy appare la fine di un mondo in cui aveva creduto. È prostrato, ma non si sente sconfitto; forte d'animo come sempre, prende l'inevitabile decisione: liquida l'azienda e tutte le altre pendenze.

Supera lo sconforto rivolgendosi ancora alla montagna. Gli torna in mente la felicità provata nello scrivere le sue memorie di alpinista qualche anno prima durante la guerra, ritrovando anche allora quelle sensazioni a lui care. Vuol tornare ai monti, ma è conscio di non poterlo più fare per l'età; ripercorre così le salite alle vette attraverso il ricordo, con i suoi scritti. E ritrova la gioia di un tempo.

Kugy porta a termine nel 1925 il suo primo libro: Della vita di un alpinista, iniziato tra il Natale del 1916 ed il Capodanno del 1918. Un'opera ponderosa, che conta di due parti: le "Alpi Giulie" e "Dalle Carniche alla Savoia". Non è una elencazione tecnica di salite e di imprese, ma il racconto di ascensioni esplorative di un'epoca in cui gli alpinisti potevano ancora scoprire una vetta. Attraverso alcune pagine dedicate alle Alpi Giulie ci sembra di intravedere il congedo dalla montagna a cui ha dedicato l'esistenza per ben due volte, con la salita ed il ricordo.

Non a caso possiamo dire che Kugy abbia vissuto la sua prima parte di vita nella intensità delle sensazioni e la seconda nella esaltazione dei sentimenti attraverso le sue opere letterarie. Come, tra le altre: La mia vita nel lavoro, per la musica, sui monti (1931), con descrizioni di ambienti familiari e dove molte parti appaiono come il completamento della prima opera. Ed ancora: Le Alpi Giulie attraverso le immagini (1933), Anton Oitzinger, vita di una guida alpina (1935), Cinque secoli sul Tricorno (1937), Nel sorriso divino del Monte Rosa (1940) e Del tempo passato (1943), che ci permette di accedere ad un "interno" triestino fine Ottocento-primo Novecento, del quale si può respirare veramente l'autentico profumo.

Attraverso le pagine degli scritti di Kugy traspare un'etica dell'alpinismo in molte circostanze diversa dalla consuetudine e dalla realtà odierna. La sua capacità descrittiva è sensibile ed equilibrata; egli non si lascia mai andare a forme di sentimentalismo, anzi a volte lascia trasparire un fine umorismo. Uomo di profonda cultura, è stato un grande scrittore, così che, a distanza di anni, le sue pagine riescono ad essere ancora attuali e a coinvolgere anche i giovani. In un'atmosfera incantata egli fa rivivere intensamente uno spaccato di storia di un'epoca passata (sebbene la sua opera non sembri essere legata al tempo ed allo spazio), e riesce a trasmettere al lettore la sua stessa serenità; un alpinismo in cui non vi è l'esasperazione di quel tecnicismo che oggi invade buona parte della letteratura di montagna.

Dalle sue pagine, infine, il congedo da Trieste e dalla vita: «Amo questa bella città, il chiaro sole di Trieste, il cielo di Trieste, il vasto mare azzurro. In nessun altro luogo potrei trovare una vera patria. Qui accanto è il Carso e le Alpi Giulie stanno vicine. E come dai tempi della mia fanciullezza, qui voglio essere quando il nostro sole tramonta con tinte infuocate, ben lontane al di là del mare. Il sole di tutti i giorni, fino al sole del mio ultimo giorno…».

Kugy muore nella sua città il 4 febbraio 1944: il ricordo di lui non appartiene ormai ai soli triestini ma al mondo intero dell'alpinismo e della letteratura, che non hanno confini.

Giovanni Di Vecchia