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Spesso la
conoscenza di un personaggio è data dall'approfondimento della
realtà storica e del territorio in cui egli è vissuto, in
quanto questi possono rivelarsi condizionanti della sua
esistenza. Ma a volte accade il contrario: sono gli uomini a
connotare, a dar luce, a un determinato momento della vita di
una città e della società di cui fanno parte. È questo il caso
di Julius Kugy.
Seconda metà dell'Ottocento. Siamo a
Trieste, florida città di mare che guarda anche alla montagna, la
quarta per popolazione di tutto l'impero austro-ungarico, sbocco
sul Mediterraneo dei Paesi danubiani, centro di cultura in cui
convivono diversi gruppi etnici e linguistici: l'austriaco,
l'italiano, lo sloveno. A nord della città vi sono le Alpi Giulie e
Carniche, baricentro di confini mutanti nel pendolo della storia,
punto di passaggio del commercio, cerniera verso il mare, area di
morte durante la Prima guerra mondiale. Della radice e cultura
mitteleuropea di tale territorio Julius Kugy risulta essere
l'"icona" ideale.
Nasce a Gorizia il 19 luglio 1858
(all'epoca a Trieste - ove risiedeva la sua famiglia - infuria una
epidemia di colera); si trasferisce temporaneamente in Carinzia,
per stabilirsi poi, ancora adolescente, a Trieste insieme ai
genitori, un fratello e quattro sorelle. Appartenente ad una
famiglia agiata borghese (il padre è titolare di un'avviata impresa
di import-export), frequenta il ginnasio tedesco della città;
acquisisce una cultura umanistica ed una educazione musicale,
essendo stato avviato, tra l'altro, allo studio del pianoforte
prima e dell'organo poi. Organizzerà e dirigerà, in età più matura,
il Coro Palestriniano. Studia i Lieder, la più alta espressione
musicale del romanticismo tedesco, quello che meglio ne esprime
l'anima popolare. Entusiasta di Wagner, ama la musica di Schubert,
Bach e Pierluigi da Palestrina; di Bach farà conoscere ai triestini
alcune opere grandiose, del da Palestrina la Missa Papae
Marcelli.
È studioso ed appassionato di
botanica; la ricerca di un fiore, la "Scabiosa trenta", che non
troverà (risulterà essere, infatti, la "Scabiosa leucantha", che
vive nei pendii erbosi esposti al sole sotto i 1.000 metri e non
nelle regioni alpine), lo porterà ad intraprendere l'attività
alpinistica. La sua ricerca, infatti, gli fa esplorare valli
meravigliose, salire monti selvaggi. Nasce così in lui l'amore per
gli spazi liberi e per gli orizzonti sconfinati: una montagna di
sogni, carica di "riflessioni", di sentimenti, di mistero e di
magie.
In verità il primo contatto con i
monti Kugy lo ha nella fanciullezza, durante i soggiorni estivi con
la famiglia: sin da allora potrà ammirare le Alpi Giulie, che
l'attrarranno indissolubilmente per tutta la vita, nella loro
maestà e magnificenza.
Tipico uomo dell'Ottocento per
formazione culturale, educazione e spiritualità romantica, Kugy ha
una notevole preparazione letteraria tedesca ed italiana. Il
segreto dell'immenso suo patrimonio spirituale sta nella sconfinata
serenità delle sue impressioni e nell'eccezionale sensibilità del
carattere. Dopo essersi laureato a pieni voti in Giurisprudenza a
Vienna, entra nell'azienda paterna e riesce a far convivere il
lavoro, la musica e la montagna. Del resto, proprio il lavoro ed il
relativo benessere economico gli consentiranno di seguitare a
frequentare la montagna che, con il tempo, sarà il suo scopo
prioritario: «...ho sentito un richiamo e l'ho sempre seguito. Non
potevo farne a meno».
Kugy diverrà alpinista esperto, con
una invidiabile attività lungo gran parte dell'arco alpino, anche
se il suo nome resta legato principalmente alle "Giulie". È lui a
scoprirle, a valorizzarle, a farle conoscere anche attraverso i
suoi scritti, le sue conferenze, così da esserne definito "il
Cantore". Egli si fa guidare nella esplorazione dalla bellezza dei
monti e, soprattutto, dalla felicità che lo spinge verso le
cime.
A solo 17 anni è
sul Tricorno, e dal 1877 inizia l'esplorazione dei monti della
Val Trenta. Si spinge lungo tutto il territorio, non con
frenesia ma con amore; di lui si può ben dire che sia stato un
"contemplatore". Con la rappresentazione che egli fa degli
alti paesaggi e delle vette, la "sosta" è più lunga e meditata
e il "dialogo" ha ascolti lenti: si ha piacere per la
grandezza di un fiore, si colgono segnali della natura e del
prodigio di ogni vita. Egli, infatti, non è solo esploratore
di "vie" alle vette ma anche poeta, scrittore dei monti:
riesce ad inserire, nell'avventura del quotidiano, spiragli
radiosi e sublimi attraverso visioni esaltanti della
natura.
Kugy ama la montagna in tutta la sua
complessità e ne osserva ogni cosa; la ama ancor più della musica,
che è la sua seconda passione. Attraverso quest'ultima "rivisita"
le bellezze alpine ed anche l'azione della scalata. Accosta le
partiture alle cime: sul Monte Leone, ad esempio, sente «un inno di
lode e di indescrivibili magnificenze salire dalle valli e dalle
vette»: è il Te Deum di Mendelssohn. Scendendo dal Monte Disgrazia
gli risuona all'orecchio il "Sanctus" a sei voci della Missa
Assumpta in Coelum di Pierluigi da Palestrina...
Le zone che hanno ispirato le pagine
più intense dei suoi scritti sono i monti della Val Trenta, la
catena del Jôf Fuart e del Jôf Montasio: se quest'ultimo è la vetta
più regale, lo Jôf Fuart è la cima più alta e centrale di uno dei
massicci più belli ed imponenti delle Alpi Giulie; qui Kugy ha
compiuto il suo capolavoro d'alpinismo, tracciando ben dieci "vie"
nuove che passano per tutti i versanti.
Nella vita di Kugy vi sono due
momenti che avrebbero potuto farlo desistere dal praticare
l'alpinismo, venendo così meno il suo rapporto con la montagna;
egli, tuttavia, con grande forza d'animo riesce a superarli. Uno di
questi è all'inizio del secolo, quando all'improvviso gli muore il
padre e successivamente si ammala il fratello. Saranno per lui mesi
di lungo sacrificio alla guida dell'azienda; riesce comunque a
conciliare il commercio con la sua passione: inizia le ascensioni
il pomeriggio del sabato dalla Stazione Centrale di Trieste e le
termina nello stesso luogo al mattino presto del lunedì, in tempo
per riprendere il lavoro.
Kugy ha avuto una notevole
importanza in quel determinato periodo della storia dell'alpinismo,
tenuto conto che l'esplorazione nella estrema zona orientale delle
Alpi era di tre, quattro lustri in ritardo rispetto al resto
dell'arco alpino. Eppure le "Giulie" manifestavano da sempre tutto
il loro fascino: montagne selvagge, severe, immerse in una natura
intatta ed incontaminata. Una realtà a lungo ignorata, confinata ai
margini di quegli interessi alpinistici che nel XVIII e XIX secolo
si concentrarono nelle Alpi Occidentali e nelle Dolomiti.
Così lo Jôf Montasio, lo Jôf Fuart,
il Canin ed il Mongart, con le loro pareti vertiginose, non
conobbero per lungo tempo che il passaggio primitivo di cacciatori
e di pochi valligiani. Dopotutto la cartografia del territorio era
lacunosa e imprecisa, o per lo meno in fase di elaborazione. Solo
nella seconda metà dell'Ottocento inizierà l'esplorazione
scientifica (latu sensu geografica) ed alpinistica delle
"Giulie".
Anche in Friuli, come in Piemonte,
l'alpinismo ha il suo nucleo di origine tra le classi dirigenti e
dell'alta borghesia: figura rilevante è Giovanni Marinelli,
professore di Geografia all'Università di Padova e di Firenze, che
trasmetterà ai giovani friulani, oltre alla passione per la
montagna, l'approccio scientifico allo studio per il
territorio.
Nel 1874 a Tolmezzo nasce la Sezione
locale del Club Alpino Italiano che, nel 1880 - con il pretesto
della istituzione di un osservatorio meteorologico voluto da
insigni scienziati, quali il succitato Marinelli e Torquato
Tomaselli -, si trasferisce ad Udine, per divenire l'anno seguente
Sezione autonoma del Cai con il nome di Società Alpina Friulana. La
Saf, prima ancora di promuovere l'attività alpinistica, si afferma
come luogo di cultura, curando, in particolare, gli studi
geografici, altimetrici, toponomastici ed etnografici.
Kugy è l'altra figura
rappresentativa dell'epoca; con lui si avrà, infatti, un alpinismo
diverso da quello incarnato dai soci della Saf. Egli sviluppa un
approccio con la montagna più moderno: salite le cime principali,
salite quelle secondarie, si dedica allo studio dei versanti
apparentemente inaccessibili. È lui a risolvere i problemi delle
pareti nord del Jôf Montasio e del Jôf Fuart ed è a lui che si deve
la maggior parte degli itinerari aperti in questa fase. Si
distingue non solo per la mole impressionante dell'attività, ma,
soprattutto, per la motivazione, la consapevolezza e la dedizione
assoluta che l'hanno caratterizzata.
Esploratore avventuroso ma anche,
come ricordato, poeta della montagna, i suoi scritti avranno una
connotazione culturale diversa da quella di tutti i suoi colleghi.
L'alpinismo di Kugy non consiste solo nel gesto fisico potente ed
armonioso che nobilita il corpo ma, principalmente, nel raggiungere
la felicità interiore attraverso le innumerevoli suggestioni che la
montagna sa offrire nella salita e nella conquista delle vette. Per
Kugy il significato della montagna è l'elevazione spirituale, ed in
tal senso egli, con poesia intensa e soffusa, esalta cime e
personaggi. Dalla montagna sente un continuo richiamo, al quale ha
sempre risposto: «…ancor mi sento chiamare dai monti. Sento il loro
richiamo quando sono desto e lo sento nei miei sogni desiosi…».
Questo richiamo e tali suggestioni
Kugy desidera condividerli con altri, con cui scambia impressioni
sia durante la salita, che all'arrivo in vetta, che nella discesa.
Egli non ammette un alpinismo solitario, lo ritiene inconcepibile.
Contrariamente a molti scalatori del tempo e ad altri che
seguiranno, ha un legame speciale con alcune guide che onorerà e
renderà celebri attraverso i suoi libri: Anton Tozbar, Josf e
Andrea Komac, Osvaldo Pesamosca e Anton Oitzinger, assieme ai quali
progetta e realizza le sue imprese.
L'alpinismo, poi, per Kugy - uomo
privo di gelosia (non ha mai avuto segreti riguardo ai propri
progetti ed ha piacere se altri avranno occasione di aprire una
"via" da lui precedentemente intuita) - non è solo fonte di
felicità ma anche momento intenso, vissuto con sentimento
nell'amicizia e nella generosità, in cui non vi è posto per la
competitività. Battezzerà luoghi visitati e "vie" percorse con nomi
della poesia alpina: "Madre dei camosci", "Cengia degli Dei"...
Rispettoso poi come è della natura,
Kugy ha in comune con altri due grandi alpinisti, Paul Press e
Guido Rey, anche la contrarietà a quell'innovativo che porterà
l'uso dei chiodi nelle ascensioni da parte delle nuove generazioni
(si è in epoca di transizione tra romanticismo e tecnicismo
dell'alpinismo). Eppure avrà una grande ammirazione per Emilio
Comici, anch'egli triestino, che realizzerà il proprio sogno e la
propria intuizione: il percorso completo della "Cengia degli Dei",
la "via infinita", l'itinerario ad anello che, fra i 2.200 ed i
2.300 metri, racchiude il Jôf Fuart e "La Madre dei Camosci". Un
circuito di circa sei chilometri, per completare il quale furono
indispensabili le doti acrobatiche di questo fortissimo
arrampicatore, primo ad aprire una via di VI grado.
Kugy frequenta principalmente le
Alpi Giulie nonché le Alpi Occidentali, trascurando le Dolomiti,
anche se sale sul Cristallo, sulla Grande di Lavaredo, sul Piz
Popera, sull'Antelao, sul Sorapis, sul Pelmo, sul Civetta e sulla
Marmolada. Sulle Alpi Occidentali effettua ascensioni al Cervino,
al Gran Paradiso e al Monviso, ma due monti gli saranno
particolarmente cari: il Bianco e il Rosa. A quest'ultimo dedicherà
un'opera, mentre il Bianco gli ispirerà alcune tra le pagine più
belle e suggestive: «…avanti a noi era apparso qualcosa che
riempiva lo sfondo della vallata. Non era una nube, non erano
rocce, non era ghiaccio: era tutto ad un tempo; un edificio che la
più sbrigliata fantasia non potrebbe inventare, più possente ed
impressionante, una cattedrale posata su immense colonne
granitiche, un altare radioso nella gloria dei cieli, una cupola
celeste e luminosa…».
Le sue ascensioni hanno inizio nel
1871 ed avranno ininterrottamente seguito sino all'inizio della
Prima guerra mondiale. Saranno numerose, come pure le nuove "vie"
che egli aprirà. L'esplorazione delle Alpi Giulie si protrarrà dal
1877 al 1912: non saranno meno di cinquanta le sue prime ascensioni
o traversate. Solo per citare alcune delle sue innumerevoli
imprese: nel 1881 scopre la "via" della Val Trenta al Tricorno, che
porterà il suo nome. Nel 1886 compie la traversata del Monte Rosa:
ne resterà affascinato irresistibilmente per tutta la vita. L'anno
dopo è sugli sterminati ghiacciai del Monte Bianco, del Gran
Paradiso e del Monviso. Nel 1891 percorre una "via" ovest del Jôf
Fuart ed è il primo ad essere sul piccolo Mongart. Nel 1895 supera
per la prima volta la parete nord del Canin; nel 1902 scopre la
direttissima nord del Montasio e compie la prima salita invernale
al Canin. Nel 1905 effettua la prima salita invernale al Montasio.
Edmondo De Amicis, che avrà modo di assistere ad una sua impresa
sul Cervino, vi troverà spunto per una narrazione.
La vita di Kugy avrà una seconda
realtà dolorosa: lo scoppio della Prima guerra mondiale e tutte le
sue conseguenze. Arruolatosi come alpine referent non sparerà alcun
colpo e non verranno meno i suoi legami di amicizia con i tanti
italiani, alcuni dei quali irredentisti; dopotutto egli ama
l'Italia e la considera sua seconda patria.
Cessata la guerra torna alla sua
Trieste: «Ritornai dalla guerra a sessant'anni. Ero stanco. Non
m'ero accorto di non essere più ragazzo, ma un vecchio signore…».
La situazione economica generale è completamente mutata, la
svalutazione della moneta non facilita le antiche aziende ed anche
la sua è sull'orlo del fallimento. A Kugy appare la fine di un
mondo in cui aveva creduto. È prostrato, ma non si sente sconfitto;
forte d'animo come sempre, prende l'inevitabile decisione: liquida
l'azienda e tutte le altre pendenze.
Supera lo sconforto rivolgendosi
ancora alla montagna. Gli torna in mente la felicità provata nello
scrivere le sue memorie di alpinista qualche anno prima durante la
guerra, ritrovando anche allora quelle sensazioni a lui care. Vuol
tornare ai monti, ma è conscio di non poterlo più fare per l'età;
ripercorre così le salite alle vette attraverso il ricordo, con i
suoi scritti. E ritrova la gioia di un tempo.
Kugy porta a termine nel 1925 il suo
primo libro: Della vita di un alpinista, iniziato tra il Natale del
1916 ed il Capodanno del 1918. Un'opera ponderosa, che conta di due
parti: le "Alpi Giulie" e "Dalle Carniche alla Savoia". Non è una
elencazione tecnica di salite e di imprese, ma il racconto di
ascensioni esplorative di un'epoca in cui gli alpinisti potevano
ancora scoprire una vetta. Attraverso alcune pagine dedicate alle
Alpi Giulie ci sembra di intravedere il congedo dalla montagna a
cui ha dedicato l'esistenza per ben due volte, con la salita ed il
ricordo.
Non a caso possiamo dire che Kugy
abbia vissuto la sua prima parte di vita nella intensità delle
sensazioni e la seconda nella esaltazione dei sentimenti attraverso
le sue opere letterarie. Come, tra le altre: La mia vita nel
lavoro, per la musica, sui monti (1931), con descrizioni di
ambienti familiari e dove molte parti appaiono come il
completamento della prima opera. Ed ancora: Le Alpi Giulie
attraverso le immagini (1933), Anton Oitzinger, vita di una guida
alpina (1935), Cinque secoli sul Tricorno (1937), Nel sorriso
divino del Monte Rosa (1940) e Del tempo passato (1943), che ci
permette di accedere ad un "interno" triestino fine Ottocento-primo
Novecento, del quale si può respirare veramente l'autentico
profumo.
Attraverso le pagine degli scritti
di Kugy traspare un'etica dell'alpinismo in molte circostanze
diversa dalla consuetudine e dalla realtà odierna. La sua capacità
descrittiva è sensibile ed equilibrata; egli non si lascia mai
andare a forme di sentimentalismo, anzi a volte lascia trasparire
un fine umorismo. Uomo di profonda cultura, è stato un grande
scrittore, così che, a distanza di anni, le sue pagine riescono ad
essere ancora attuali e a coinvolgere anche i giovani. In
un'atmosfera incantata egli fa rivivere intensamente uno spaccato
di storia di un'epoca passata (sebbene la sua opera non sembri
essere legata al tempo ed allo spazio), e riesce a trasmettere al
lettore la sua stessa serenità; un alpinismo in cui non vi è
l'esasperazione di quel tecnicismo che oggi invade buona parte
della letteratura di montagna.
Dalle sue pagine, infine, il congedo
da Trieste e dalla vita: «Amo questa bella città, il chiaro sole di
Trieste, il cielo di Trieste, il vasto mare azzurro. In nessun
altro luogo potrei trovare una vera patria. Qui accanto è il Carso
e le Alpi Giulie stanno vicine. E come dai tempi della mia
fanciullezza, qui voglio essere quando il nostro sole tramonta con
tinte infuocate, ben lontane al di là del mare. Il sole di tutti i
giorni, fino al sole del mio ultimo giorno…».
Kugy muore nella sua città il 4
febbraio 1944: il ricordo di lui non appartiene ormai ai soli
triestini ma al mondo intero dell'alpinismo e della letteratura,
che non hanno confini. |