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L'eroismo dei Carabinieri

Dopo la Terza guerra d'indipendenza, Garibaldi tentò ancora di raggiungere Roma, ma senza riuscirvi. A Mentana i suoi volontari furono sconfitti dai francesi che erano accorsi a dare manforte ai soldati papalini. L'ultima, e decisiva, opportunità per risolvere la Questione romana fu offerta, nel settembre del 1870, dalla sconfitta di Napoleone III (al fianco del quale Vittorio Emanuele avrebbe voluto scendere in guerra contro i prussiani) a Sedan. E i bersaglieri poterono finalmente entrare nella Capitale

Archimede Tranzi, Mentana (Genova, Museo del Risorgimento)

Le tre guerre d'indipendenza non offrirono all'orgoglio nazionale grandi vittorie sul campo, ma consentirono - soprattutto per vie diplomatiche - di raggiungere comunque la sospirata unità. Mancava ancora Roma, mancavano il Trentino e Trieste. Il Risorgimento non fu guerra di popolo, ma il popolo vi aderì con entusiasmo, come dimostrarono i risultasti dei vari referendum che si svolsero nella Penisola. Il Risorgimento fu un grande successo politico, ma non fu una conquista del Piemonte: fu un successo corale. La diagnosi militare può essere lasciata alla penna del più illustre storico del settore, Piero Pieri: «L'esame dei caratteri e degli sviluppi delle guerre del Risorgimento e della rivoluzione italiana, ha mostrato deficienze e lacune numerose, ma anche una capacità combattiva, un eroismo, un'abnegazione diffuse, da fare della rivoluzione italiana, con le due fasi luminose del 1848-1849 e del 1860, una singolare caratteristica della storia europea del XIX secolo. Certo l'Italia non ha avuto nel Risorgimento una sua grande guerra, come quella della Prussia nel 1866 e nel 1870, né una grande insurrezione come quella dell'America, della Spagna e della Grecia. La grande guerra si ebbe nel 1915-18, con i suoi 600mila morti e i 2 milioni di feriti, dopo cinquant'anni di vita unitaria; e dopo altri venticinque anni l'Italia ritrovò se stessa in una grande lotta in cui per la prima volta città e campagna, patrioti e clero si trovarono uniti, in cui la tenacia e lo spirito di sacrificio raggiunsero a volte le più alte vette. Ciò perché il secondo Risorgimento aveva accolto e sviluppato accanto alle antiche esigenze le nuove, con una concezione più ampia delle necessità di vita della nazione, ma che si legavano pur sempre all'esempio della prima grande prova».
Roma divenne capitale nel 1870 (ce ne occupiamo in questa puntata). Si unì all'Italia senza una vera campagna militare: i tempi per l'annessione erano maturati. Trento e Trieste dovettero attendere ancora mezzo secolo, la fine della Grande Guerra. Di quegli eventi ci occuperemo nella prossima puntata, l'ultima della serie.




O Roma o morte




Le guerre del Risorgimento erano finite, ma restava qualche conto in sospeso. Primo fra tutti la liberazione (annessione) di Roma, capitale designata del Regno, rimasta - insieme con il Lazio - come territorio residuale del potere temporale del papato. Il re e il governo, da Firenze Capitale, avevano deposto ogni aspirazione ufficiale, ma la rinuncia era solo formale, dettata dal desiderio di non incrinare i rapporti con l'alleato più importante, Napoleone III, che s'era impegnato a difendere l'indipendenza dello Stato della Chiesa. La contraddizione fra la scelta imposta dalla diplomazia e dagli scenari internazionali (non ancora maturi) e il desiderio di completare il disegno unitario produsse equivoci e disastri, com'era già accaduto nel 1862, con lo scontro sull'Aspromonte. Lo scenario si ripresentò tale e quale, e con gli stessi protagonisti, nel 1867. Garibaldi - testardo e leale - non intendeva tradire l'appello e il proclama di alcuni anni prima: "O Roma, o morte!". S'aggrappava a ogni segnale, anche minimo, di complicità delle autorità costituite, per tentare il colpo di mano. Capo del governo era Rattazzi, come cinque anni prima. Gli affidamenti (sussurrati) arrivarono, come cinque anni prima. Finì con un nuovo arresto, a Sinalunga. Rattazzi, come cinque anni prima, fu costretto a dimettersi. Garibaldi, come allora, riconquistò rapidamente libertà di manovra. E ci provò di nuovo, con un'azione avventata, spingendosi ben dentro il territorio pontificio, fino a pochissimi chilometri dalla periferia nord di Roma.




Mentana




La sera del 14 ottobre Garibaldi era fuggito da Caprera, il 19 era sbarcato in Toscana, a Vada, pochi chilometri sopra Cecina. Non era uomo che passasse inosservato. Il giorno successivo, a Firenze, era stato festeggiato dalla popolazione. Le forze dell'ordine non erano intervenute: da parte sua era dunque legittimo ritenere che il governo avesse approvato la sua fuga, e fosse pronto ad avallare una sua spedizione armata. La situazione precipitò nei giorni seguenti, e Garibaldi peccò forse di leggerezza nel non tener conto dei segnali negativi (o, forse, la sua coerenza di combattente non gli permise di tirarsi indietro). Il 22 ottobre lanciò un proclama: «L'Italia spera da noi che ognuno faccia il suo dovere».

In tutti quegli anni aveva maturato un odio sordo nei confronti del papa («il prete nemico del genere umano», lo avrebbe definito nelle Memorie, nelle pagine dedicate alla sconfitta di Mentana) e un risentimento astioso nei riguardi di Urbano Rattazzi («gli uomini che sì indegnamente governano l'Italia»), colpevole di averlo discretamente incoraggiato e poi tradito.

Gerolamo Induno, Vittorio Emanuele II riceve Garibaldi al Quirinale (Bergamo, Museo del Risorgimento).

Il 23 ottobre fallì miseramente (e tragicamente) a Roma il tentativo insurrezionale promosso dai fratelli Cairoli. Il generale Cialdini, incaricato da Vittorio Emanuele di formare il nuovo governo dopo le dimissioni di Rattazzi, tentò di indurre Garibaldi a rinunciare all'azione. «Ad onta di ciò», racconta Piero Pieri nella Storia militare del Risorgimento, «Garibaldi decideva l'avanzata generale su Roma: Acerbi a destra, Menotti al centro, Nicotera a sinistra. In tutti non sono più di ottomila uomini, male armati, quasi senza artiglierie e quasi senza cavalleria». Il 24 ottobre si diresse verso Monterotondo, che era una fortezza papalina ben munita. Il 26 Monterotondo fu conquistata. Il 27, fallito il tentativo di Cialdini, fu nominato presidente del Consiglio Luigi Menabrea, un uomo che non aveva alcuna intenzione di urtare i francesi i quali, lo stesso giorno, sbarcarono a Civitavecchia per dare manforte agli zuavi del papa. Contemporaneamente, la Gazzetta Ufficiale pubblicava un proclama del re di aperta sconfessione di Garibaldi: «Schiere di volontari, eccitati e sedotti dall'opera di un partito, senza autorizzazione mia né del mio governo, hanno violato le frontiere dello Stato». Il documento si concludeva con una frase che non si prestava ad equivoci: «Depositario del diritto della pace e della guerra, non posso tollerare l'usurpazione».

Il 31 Garibaldi si spinse in perlustrazione fino alle porte di Roma, ma quando si rese conto che non vi era sentore di un'insurrezione nella città, decise di rinunciare. «Persuaso che nulla si faceva in Roma, e meno si sarebbe fatto coll'arrivo dei francesi già annunciato, e realizzato in quei giorni», scrisse nelle Memorie, «io disposi la ritirata su Monterotondo, lasciando molti fuochi accesi in tutte le posizioni da noi occupate, per ingannare il nemico».

Numerosi volontari protestarono, irritati e delusi per il fallimento della spedizione. Duemila disertarono. Ma Garibaldi non era ancora intenzionato ad arrendersi. Decise di dirigere i propri uomini verso Tivoli. Il 3 novembre i volontari furono intercettati a Mentana dai francesi di De Failly (seimila uomini bene armati) che si sommavano ai cinquemila mercenari dello Stato Pontificio comandati da Hermann Kanzler. «A differenza di Monterotondo», sottolinea Piero Pieri, «Mentana si trovava in un avvallamento dominato dai poggi circostanti: bisognava dunque occupare le posizioni avanti al villaggio o portarsi dietro; e questa parve sulle prime l'opinione dominante; ma Menotti assicurò di poter tenere la posizione avanzata. Garibaldi subito dispose perché i volontari si spiegassero alla destra, e quivi infatti l'avversario attaccava sulle prime; ma poi l'azione si andò estendendo al centro e alla sinistra, e da questa parte s'andò intensificando lo sforzo del nemico. La sinistra finì col cedere, e Mentana parve per un momento perduta».

Per quanto sfiduciato e consapevole dell'inferiorità dei suoi, Garibaldi era sempre Garibaldi. Ordinò una carica alla baionetta. Ci fu un momento di orgoglio. Che si scontrò con la preponderanza delle forze nemiche e con i micidiali fucili Chassepots a retrocarica e a tiro rapido sperimentati in quella occasione dai francesi. Qualche ora dopo De Failly avrebbe telegrafato a Parigi: «Les Chassepots ont fait merveilles», hanno fatto meraviglie. Un memorialista, Giuseppe Guerzoni, osservò che si trattava ormai di «un combattimento tra gente che fuggiva e gente che non avanzava». L'unico a non rassegnarsi fu, ancora una volta, Garibaldi. «Venite a morire con me!», incitava i suoi uomini: «Avete paura di venire a morire con me?». Un luogotenente (che era anche suo genero), Stefano Canzio, gli si parò davanti, afferrando le redini del cavallo: «Per chi vuole farsi ammazzare, generale, per chi?».

La battaglia era finita. Garibaldi diede l'ordine della ritirata. Scrisse Alberto Mario: «Cavalcava in testa alla lugubre processione, taciturno e solo. Nessuno parlava; non udivasi che la cadenza di passi lenti, e cielo color di piombo formava l'aria appropriata di questo quadro». I volontari avevano lasciato sul terreno a Monterotondo circa 200 fra morti e feriti, e a Mentana 150 morti e 240 feriti (oltre a 1.600 prigionieri). Le perdite dei pontifici erano state minime (30 morti e 103 feriti), quelle dei francesi praticamente nulle (appena 2 morti).

«Il giorno appresso», è ancora il racconto di Pieri, «salito Garibaldi in ferrovia col proposito di tornarsene a Caprera, giunto a Figline (fra Arezzo e Firenze), il convoglio fu fatto arrestare, e l'eroe fatto ripartire in stato di arresto con il solo Canzio; molti vagoni di bersaglieri precedevano e seguivano il treno. Condotto al Varignano, presso La Spezia, vi rimaneva per tre settimane, e la sera del 26 novembre era imbarcato per Caprera. Nell'uscire dal suo secondo carcere, aveva scritto: "Addio Roma, addio Campidoglio. Chissà chi e quando a te penserà!"». Quella di Mentana fu l'ultima battaglia combattuta da Garibaldi in Italia.




Porta Pia




In tutt'altre faccende affaccendato, il governo italiano sembrò dimenticare il problema di Roma. C'era da risanare il bilancio, c'era la necessità di riorganizzare la pubblica amministrazione, adeguandola alla nuova realtà nazionale. Occorreva anche ripristinare un minimo di fiducia nel potere politico, che vacillava proprio a causa della debolezza mostrata sulla Questione romana. Le cancellerie europee si domandavano se l'Italia sarebbe riuscita a sopravvivere come Stato unitario e si domandavano anche se la monarchia non corresse il pericolo di essere sostituita da una repubblica. Vittorio Emanuele, sostiene uno storico autorevole (Denis Mack Smith), «sperava nuovamente in un grande conflitto europeo nel quale poter far pendere la bilancia a suo favore gettandosi dalla parte del vincitore, perché una guerra vittoriosa avrebbe risollevato il suo prestigio personale e consolidato l'unità nazionale dopo le sconfitte del 1866». L'ambasciatore inglese a Firenze, Augustus Paget, descrisse il re come un uomo «che ha la testa sempre piena di ricordi delle vecchie battaglie o della prospettiva di battaglie future nelle quali egli si immagina alla testa dei suoi soldati».

Il sovrano era convinto che - in vista di un imminente conflitto tra la Francia e la Prussia - fosse opportuno per l'Italia confermare l'alleanza con Napoleone III, e (senza neppure informare il primo ministro Menabrea) avviò la trattativa con l'imperatore e con il governo austriaco, naturale alleato - in quel momento - di Parigi.

Vittorio Emanuele promise 200mila uomini per la guerra contro la Prussia. In cambio chiese alcune rettifiche territoriali (compresa la restituzione di Nizza) e, naturalmente, il ritiro del contingente francese nello Stato Pontificio. Napoleone III replicò che non poteva impegnarsi in quel senso con un documento ufficiale, per non mettersi apertamente contro il papa e i cattolici francesi. Quando finalmente Vittorio Emanuele informò il governo delle proprie intenzioni, gli fu risposto che l'opinione pubblica italiana non avrebbe accettato quell'alleanza senza un preventivo ritiro delle truppe francesi da Roma e dal Lazio.

Fu un passaggio molto difficile per il giovane Regno d'Italia. La Corona si trovò in contrasto con il governo, che pure era guidato da un galantuomo come Menabrea, conservatore, filofrancese e fedele servitore di Casa Savoia. I contrasti con il parlamento resero inevitabile una crisi di governo che - dopo vari passaggi - si concluse con la formazione di un nuovo governo presieduto da Giovanni Lanza. Ministro degli Esteri fu nominato il marchese Emilio Visconti Venosta. Lanza offriva la garanzia di un ritorno a un regime che tenesse in maggior considerazione il parlamento (era stato presidente della Camera, e non intendeva governare contro i suoi ex colleghi). Ma il re insistette nel condurre i negoziati con Parigi e Vienna senza tenerne informati i propri ministri: giunse addirittura a raccomandare ai propri interlocutori di non informare Visconti Venosta delle trattative in corso. Soltanto il 9 luglio del 1870, il sovrano mise al corrente i ministri della promessa fatta a Napoleone III di entrare in guerra, chiedendo loro di non creare difficoltà. Dieci giorni dopo l'imperatore dichiarò guerra alla Prussia. Lanza riuscì a imporre la neutralità italiana nel conflitto, evitando una sconfitta che avrebbe messo in pericolo le sorti della monarchia e compromesso l'unità nazionale.

Nei colloqui riservati con i francesi, Vittorio Emanuele li accusò di non averlo appoggiato a sufficienza per liberarsi di quell'"imbecille" di Lanza. Sperava ancora di spuntarla lui, e di riuscire a entrare in guerra con l'appoggio dell'opinione pubblica. Un ruolo importante fu svolto da Quintino Sella, futuro presidente del Consiglio e valente economista, il quale mise in guardia il Senato dal diffidare delle manovre che i militari stavano compiendo per imporre una guerra che avrebbe comportato spese enormi, con un inevitabile aumento delle tasse, in un momento nel quale l'Italia aveva bisogno di pace e di una riduzione del carico fiscale per rendere più prospero il Paese e tenere sotto controllo il malcontento sociale.

A risolvere il braccio di ferro provvidero i prussiani, che sconfissero i francesi a Sedan, il 1° settembre, facendo prigioniero Napoleone III. A Parigi fu proclamata la repubblica. La strada per la conquista di Roma si era spianata da sola.

Il 20 settembre del 1870 i bersaglieri entrarono nella città attraverso la breccia di Porta Pia. Pare che, alla vigilia, Vittorio Emanuele II - ancora urtato per come erano andate le cose - si lasciò sfuggire un'esclamazione in dialetto: «Anca custa balussada am fan fa» ("Anche questa sciocchezza mi fanno fare"). Qualche giorno prima aveva fatto pervenire al papa una lettera nella quale lo supplicava «con affetto di figlio e fede di cattolico» di non opporre resistenza all'esercito italiano che s'apprestava a raggiungere Roma. Pio IX replicò con un netto rifiuto. Ma il segretario di Stato cardinale Antonelli - uomo assennato - raccomandò al generale Kanzler, capo dell'esercito pontificio (che disponeva di appena 15mila uomini, contro i 50mila del contingente italiano, agli ordini del generale Raffaele Cadorna), di non andare oltre una resistenza dignitosa. Era un modo, quello, per evitare almeno inutili spargimenti di sangue. A Porta Pia rimasero sul terreno 49 morti fra gli italiani, 19 fra i pontifici, più 200 feriti fra le due parti. La cittadinanza (Roma all'epoca contava 230mila abitanti) accolse le truppe piemontesi con molto calore. Molti nobili chiusero i portoni dei loro palazzi in segno di lutto (li avrebbero riaperti soltanto nel 1929, all'indomani della firma dei Patti Lateranensi). Pochi giorni dopo fu indetto un plebiscito, che fornì un risultato schiacciante: oltre 40mila cittadini romani votarono a favore dell'annessione. I voti contrari furono 49. Vittorio Emanuele fece la sua prima visita a Roma tre mesi dopo, per accertarsi dei danni provocati dall'ennesimo straripamento del Tevere. Alloggiò al Quirinale, che fino a pochi giorni prima era stato la residenza del papa, ma per aprire il portone fu necessario l'intervento di un fabbro: nessuno sapeva dove si trovassero le chiavi. Vittorio Emanuele II entrò ufficialmente a Roma, capitale d'Italia, il 2 luglio 1870.

Il Risorgimento non poteva dirsi ancora completato. Restava aperto il problema di Trento e Trieste. Sarebbero trascorsi quasi cinquant'anni per risolverlo.

Max Remondino