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Le tre guerre d'indipendenza non
offrirono all'orgoglio nazionale grandi vittorie sul campo, ma
consentirono - soprattutto per vie diplomatiche - di raggiungere
comunque la sospirata unità. Mancava ancora Roma, mancavano il
Trentino e Trieste. Il Risorgimento non fu guerra di popolo, ma il
popolo vi aderì con entusiasmo, come dimostrarono i risultasti dei
vari referendum che si svolsero nella Penisola. Il Risorgimento fu
un grande successo politico, ma non fu una conquista del Piemonte:
fu un successo corale. La diagnosi militare può essere lasciata
alla penna del più illustre storico del settore, Piero Pieri:
«L'esame dei caratteri e degli sviluppi delle guerre del
Risorgimento e della rivoluzione italiana, ha mostrato deficienze e
lacune numerose, ma anche una capacità combattiva, un eroismo,
un'abnegazione diffuse, da fare della rivoluzione italiana, con le
due fasi luminose del 1848-1849 e del 1860, una singolare
caratteristica della storia europea del XIX secolo. Certo l'Italia
non ha avuto nel Risorgimento una sua grande guerra, come quella
della Prussia nel 1866 e nel 1870, né una grande insurrezione come
quella dell'America, della Spagna e della Grecia. La grande guerra
si ebbe nel 1915-18, con i suoi 600mila morti e i 2 milioni di
feriti, dopo cinquant'anni di vita unitaria; e dopo altri
venticinque anni l'Italia ritrovò se stessa in una grande lotta in
cui per la prima volta città e campagna, patrioti e clero si
trovarono uniti, in cui la tenacia e lo spirito di sacrificio
raggiunsero a volte le più alte vette. Ciò perché il secondo
Risorgimento aveva accolto e sviluppato accanto alle antiche
esigenze le nuove, con una concezione più ampia delle necessità di
vita della nazione, ma che si legavano pur sempre all'esempio della
prima grande prova».
Roma divenne capitale nel 1870 (ce ne occupiamo in questa puntata).
Si unì all'Italia senza una vera campagna militare: i tempi per
l'annessione erano maturati. Trento e Trieste dovettero attendere
ancora mezzo secolo, la fine della Grande Guerra. Di quegli eventi
ci occuperemo nella prossima puntata, l'ultima della serie.
O Roma o morte
Le guerre del Risorgimento erano finite, ma restava qualche conto
in sospeso. Primo fra tutti la liberazione (annessione) di Roma,
capitale designata del Regno, rimasta - insieme con il Lazio - come
territorio residuale del potere temporale del papato. Il re e il
governo, da Firenze Capitale, avevano deposto ogni aspirazione
ufficiale, ma la rinuncia era solo formale, dettata dal desiderio
di non incrinare i rapporti con l'alleato più importante, Napoleone
III, che s'era impegnato a difendere l'indipendenza dello Stato
della Chiesa. La contraddizione fra la scelta imposta dalla
diplomazia e dagli scenari internazionali (non ancora maturi) e il
desiderio di completare il disegno unitario produsse equivoci e
disastri, com'era già accaduto nel 1862, con lo scontro
sull'Aspromonte. Lo scenario si ripresentò tale e quale, e con gli
stessi protagonisti, nel 1867. Garibaldi - testardo e leale - non
intendeva tradire l'appello e il proclama di alcuni anni prima: "O
Roma, o morte!". S'aggrappava a ogni segnale, anche minimo, di
complicità delle autorità costituite, per tentare il colpo di mano.
Capo del governo era Rattazzi, come cinque anni prima. Gli
affidamenti (sussurrati) arrivarono, come cinque anni prima. Finì
con un nuovo arresto, a Sinalunga. Rattazzi, come cinque anni
prima, fu costretto a dimettersi. Garibaldi, come allora,
riconquistò rapidamente libertà di manovra. E ci provò di nuovo,
con un'azione avventata, spingendosi ben dentro il territorio
pontificio, fino a pochissimi chilometri dalla periferia nord di
Roma.
Mentana
La sera del 14 ottobre Garibaldi era fuggito da Caprera, il 19 era
sbarcato in Toscana, a Vada, pochi chilometri sopra Cecina. Non era
uomo che passasse inosservato. Il giorno successivo, a Firenze, era
stato festeggiato dalla popolazione. Le forze dell'ordine non erano
intervenute: da parte sua era dunque legittimo ritenere che il
governo avesse approvato la sua fuga, e fosse pronto ad avallare
una sua spedizione armata. La situazione precipitò nei giorni
seguenti, e Garibaldi peccò forse di leggerezza nel non tener conto
dei segnali negativi (o, forse, la sua coerenza di combattente non
gli permise di tirarsi indietro). Il 22 ottobre lanciò un proclama:
«L'Italia spera da noi che ognuno faccia il suo dovere».
In tutti quegli anni aveva maturato
un odio sordo nei confronti del papa («il prete nemico del genere
umano», lo avrebbe definito nelle Memorie, nelle pagine dedicate
alla sconfitta di Mentana) e un risentimento astioso nei riguardi
di Urbano Rattazzi («gli uomini che sì indegnamente governano
l'Italia»), colpevole di averlo discretamente incoraggiato e poi
tradito.

Il 23 ottobre fallì miseramente (e
tragicamente) a Roma il tentativo insurrezionale promosso dai
fratelli Cairoli. Il generale Cialdini, incaricato da Vittorio
Emanuele di formare il nuovo governo dopo le dimissioni di
Rattazzi, tentò di indurre Garibaldi a rinunciare all'azione. «Ad
onta di ciò», racconta Piero Pieri nella Storia militare del
Risorgimento, «Garibaldi decideva l'avanzata generale su Roma:
Acerbi a destra, Menotti al centro, Nicotera a sinistra. In tutti
non sono più di ottomila uomini, male armati, quasi senza
artiglierie e quasi senza cavalleria». Il 24 ottobre si diresse
verso Monterotondo, che era una fortezza papalina ben munita. Il 26
Monterotondo fu conquistata. Il 27, fallito il tentativo di
Cialdini, fu nominato presidente del Consiglio Luigi Menabrea, un
uomo che non aveva alcuna intenzione di urtare i francesi i quali,
lo stesso giorno, sbarcarono a Civitavecchia per dare manforte agli
zuavi del papa. Contemporaneamente, la Gazzetta Ufficiale
pubblicava un proclama del re di aperta sconfessione di Garibaldi:
«Schiere di volontari, eccitati e sedotti dall'opera di un partito,
senza autorizzazione mia né del mio governo, hanno violato le
frontiere dello Stato». Il documento si concludeva con una frase
che non si prestava ad equivoci: «Depositario del diritto della
pace e della guerra, non posso tollerare l'usurpazione».
Il 31 Garibaldi si spinse in
perlustrazione fino alle porte di Roma, ma quando si rese conto che
non vi era sentore di un'insurrezione nella città, decise di
rinunciare. «Persuaso che nulla si faceva in Roma, e meno si
sarebbe fatto coll'arrivo dei francesi già annunciato, e realizzato
in quei giorni», scrisse nelle Memorie, «io disposi la ritirata su
Monterotondo, lasciando molti fuochi accesi in tutte le posizioni
da noi occupate, per ingannare il nemico».
Numerosi volontari protestarono,
irritati e delusi per il fallimento della spedizione. Duemila
disertarono. Ma Garibaldi non era ancora intenzionato ad
arrendersi. Decise di dirigere i propri uomini verso Tivoli. Il 3
novembre i volontari furono intercettati a Mentana dai francesi di
De Failly (seimila uomini bene armati) che si sommavano ai
cinquemila mercenari dello Stato Pontificio comandati da Hermann
Kanzler. «A differenza di Monterotondo», sottolinea Piero Pieri,
«Mentana si trovava in un avvallamento dominato dai poggi
circostanti: bisognava dunque occupare le posizioni avanti al
villaggio o portarsi dietro; e questa parve sulle prime l'opinione
dominante; ma Menotti assicurò di poter tenere la posizione
avanzata. Garibaldi subito dispose perché i volontari si
spiegassero alla destra, e quivi infatti l'avversario attaccava
sulle prime; ma poi l'azione si andò estendendo al centro e alla
sinistra, e da questa parte s'andò intensificando lo sforzo del
nemico. La sinistra finì col cedere, e Mentana parve per un momento
perduta».
Per quanto sfiduciato e consapevole
dell'inferiorità dei suoi, Garibaldi era sempre Garibaldi. Ordinò
una carica alla baionetta. Ci fu un momento di orgoglio. Che si
scontrò con la preponderanza delle forze nemiche e con i micidiali
fucili Chassepots a retrocarica e a tiro rapido sperimentati in
quella occasione dai francesi. Qualche ora dopo De Failly avrebbe
telegrafato a Parigi: «Les Chassepots ont fait merveilles», hanno
fatto meraviglie. Un memorialista, Giuseppe Guerzoni, osservò che
si trattava ormai di «un combattimento tra gente che fuggiva e
gente che non avanzava». L'unico a non rassegnarsi fu, ancora una
volta, Garibaldi. «Venite a morire con me!», incitava i suoi
uomini: «Avete paura di venire a morire con me?». Un luogotenente
(che era anche suo genero), Stefano Canzio, gli si parò davanti,
afferrando le redini del cavallo: «Per chi vuole farsi ammazzare,
generale, per chi?».
La battaglia era finita. Garibaldi
diede l'ordine della ritirata. Scrisse Alberto Mario: «Cavalcava in
testa alla lugubre processione, taciturno e solo. Nessuno parlava;
non udivasi che la cadenza di passi lenti, e cielo color di piombo
formava l'aria appropriata di questo quadro». I volontari avevano
lasciato sul terreno a Monterotondo circa 200 fra morti e feriti, e
a Mentana 150 morti e 240 feriti (oltre a 1.600 prigionieri). Le
perdite dei pontifici erano state minime (30 morti e 103 feriti),
quelle dei francesi praticamente nulle (appena 2 morti).
«Il giorno appresso», è ancora il
racconto di Pieri, «salito Garibaldi in ferrovia col proposito di
tornarsene a Caprera, giunto a Figline (fra Arezzo e Firenze), il
convoglio fu fatto arrestare, e l'eroe fatto ripartire in stato di
arresto con il solo Canzio; molti vagoni di bersaglieri precedevano
e seguivano il treno. Condotto al Varignano, presso La Spezia, vi
rimaneva per tre settimane, e la sera del 26 novembre era imbarcato
per Caprera. Nell'uscire dal suo secondo carcere, aveva scritto:
"Addio Roma, addio Campidoglio. Chissà chi e quando a te
penserà!"». Quella di Mentana fu l'ultima battaglia combattuta da
Garibaldi in Italia.
Porta Pia
In tutt'altre faccende affaccendato, il governo italiano sembrò
dimenticare il problema di Roma. C'era da risanare il bilancio,
c'era la necessità di riorganizzare la pubblica amministrazione,
adeguandola alla nuova realtà nazionale. Occorreva anche
ripristinare un minimo di fiducia nel potere politico, che
vacillava proprio a causa della debolezza mostrata sulla Questione
romana. Le cancellerie europee si domandavano se l'Italia sarebbe
riuscita a sopravvivere come Stato unitario e si domandavano anche
se la monarchia non corresse il pericolo di essere sostituita da
una repubblica. Vittorio Emanuele, sostiene uno storico autorevole
(Denis Mack Smith), «sperava nuovamente in un grande conflitto
europeo nel quale poter far pendere la bilancia a suo favore
gettandosi dalla parte del vincitore, perché una guerra vittoriosa
avrebbe risollevato il suo prestigio personale e consolidato
l'unità nazionale dopo le sconfitte del 1866». L'ambasciatore
inglese a Firenze, Augustus Paget, descrisse il re come un uomo
«che ha la testa sempre piena di ricordi delle vecchie battaglie o
della prospettiva di battaglie future nelle quali egli si immagina
alla testa dei suoi soldati».
Il sovrano era convinto che - in
vista di un imminente conflitto tra la Francia e la Prussia - fosse
opportuno per l'Italia confermare l'alleanza con Napoleone III, e
(senza neppure informare il primo ministro Menabrea) avviò la
trattativa con l'imperatore e con il governo austriaco, naturale
alleato - in quel momento - di Parigi.
Vittorio Emanuele promise 200mila
uomini per la guerra contro la Prussia. In cambio chiese alcune
rettifiche territoriali (compresa la restituzione di Nizza) e,
naturalmente, il ritiro del contingente francese nello Stato
Pontificio. Napoleone III replicò che non poteva impegnarsi in quel
senso con un documento ufficiale, per non mettersi apertamente
contro il papa e i cattolici francesi. Quando finalmente Vittorio
Emanuele informò il governo delle proprie intenzioni, gli fu
risposto che l'opinione pubblica italiana non avrebbe accettato
quell'alleanza senza un preventivo ritiro delle truppe francesi da
Roma e dal Lazio.
Fu un passaggio molto difficile per
il giovane Regno d'Italia. La Corona si trovò in contrasto con il
governo, che pure era guidato da un galantuomo come Menabrea,
conservatore, filofrancese e fedele servitore di Casa Savoia. I
contrasti con il parlamento resero inevitabile una crisi di governo
che - dopo vari passaggi - si concluse con la formazione di un
nuovo governo presieduto da Giovanni Lanza. Ministro degli Esteri
fu nominato il marchese Emilio Visconti Venosta. Lanza offriva la
garanzia di un ritorno a un regime che tenesse in maggior
considerazione il parlamento (era stato presidente della Camera, e
non intendeva governare contro i suoi ex colleghi). Ma il re
insistette nel condurre i negoziati con Parigi e Vienna senza
tenerne informati i propri ministri: giunse addirittura a
raccomandare ai propri interlocutori di non informare Visconti
Venosta delle trattative in corso. Soltanto il 9 luglio del 1870,
il sovrano mise al corrente i ministri della promessa fatta a
Napoleone III di entrare in guerra, chiedendo loro di non creare
difficoltà. Dieci giorni dopo l'imperatore dichiarò guerra alla
Prussia. Lanza riuscì a imporre la neutralità italiana nel
conflitto, evitando una sconfitta che avrebbe messo in pericolo le
sorti della monarchia e compromesso l'unità nazionale.
Nei colloqui riservati con i
francesi, Vittorio Emanuele li accusò di non averlo appoggiato a
sufficienza per liberarsi di quell'"imbecille" di Lanza. Sperava
ancora di spuntarla lui, e di riuscire a entrare in guerra con
l'appoggio dell'opinione pubblica. Un ruolo importante fu svolto da
Quintino Sella, futuro presidente del Consiglio e valente
economista, il quale mise in guardia il Senato dal diffidare delle
manovre che i militari stavano compiendo per imporre una guerra che
avrebbe comportato spese enormi, con un inevitabile aumento delle
tasse, in un momento nel quale l'Italia aveva bisogno di pace e di
una riduzione del carico fiscale per rendere più prospero il Paese
e tenere sotto controllo il malcontento sociale.
A risolvere il braccio di ferro
provvidero i prussiani, che sconfissero i francesi a Sedan, il 1°
settembre, facendo prigioniero Napoleone III. A Parigi fu
proclamata la repubblica. La strada per la conquista di Roma si era
spianata da sola.
Il 20 settembre del 1870 i
bersaglieri entrarono nella città attraverso la breccia di Porta
Pia. Pare che, alla vigilia, Vittorio Emanuele II - ancora urtato
per come erano andate le cose - si lasciò sfuggire un'esclamazione
in dialetto: «Anca custa balussada am fan fa» ("Anche questa
sciocchezza mi fanno fare"). Qualche giorno prima aveva fatto
pervenire al papa una lettera nella quale lo supplicava «con
affetto di figlio e fede di cattolico» di non opporre resistenza
all'esercito italiano che s'apprestava a raggiungere Roma. Pio IX
replicò con un netto rifiuto. Ma il segretario di Stato cardinale
Antonelli - uomo assennato - raccomandò al generale Kanzler, capo
dell'esercito pontificio (che disponeva di appena 15mila uomini,
contro i 50mila del contingente italiano, agli ordini del generale
Raffaele Cadorna), di non andare oltre una resistenza dignitosa.
Era un modo, quello, per evitare almeno inutili spargimenti di
sangue. A Porta Pia rimasero sul terreno 49 morti fra gli italiani,
19 fra i pontifici, più 200 feriti fra le due parti. La
cittadinanza (Roma all'epoca contava 230mila abitanti) accolse le
truppe piemontesi con molto calore. Molti nobili chiusero i portoni
dei loro palazzi in segno di lutto (li avrebbero riaperti soltanto
nel 1929, all'indomani della firma dei Patti Lateranensi). Pochi
giorni dopo fu indetto un plebiscito, che fornì un risultato
schiacciante: oltre 40mila cittadini romani votarono a favore
dell'annessione. I voti contrari furono 49. Vittorio Emanuele fece
la sua prima visita a Roma tre mesi dopo, per accertarsi dei danni
provocati dall'ennesimo straripamento del Tevere. Alloggiò al
Quirinale, che fino a pochi giorni prima era stato la residenza del
papa, ma per aprire il portone fu necessario l'intervento di un
fabbro: nessuno sapeva dove si trovassero le chiavi. Vittorio
Emanuele II entrò ufficialmente a Roma, capitale d'Italia, il 2
luglio 1870.
Il Risorgimento non poteva dirsi
ancora completato. Restava aperto il problema di Trento e Trieste.
Sarebbero trascorsi quasi cinquant'anni per
risolverlo. |