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L'arresto a
Sinalunga
La leggenda vuole che uno dei carabinieri incaricati di arrestarlo
svenisse per l'emozione. Garibaldi era un mito, oltre che un eroe.
La spedizione dei Mille lo aveva reso popolare in tutto il mondo,
non soltanto in Italia. Già una volta (nel 1862, sull'Aspromonte)
il governo gli aveva voltato le spalle, dopo averlo incoraggiato
discretamente all'azione. Nel 1867, il generale si convinse che
fosse maturato il momento per la conquista di Roma. Il 24 settembre
fu arrestato a Sinalunga, in Toscana. Stava organizzando l'ennesima
spedizione di volontari. Il re e il capo del governo (che era, di
nuovo, Urbano Rattazzi) sembravano inclini a lasciargli via libera,
ma una protesta ufficiale di Parigi (che, da tempo, s'era assunta
il ruolo di difensore del papa) li indusse a mutare atteggiamento.
L'eroe racconta così l'arresto, nelle Memorie: «Nello stesso tempo
che si preparava il moto al settentrione, chiedevasi il concorso
degli amici dell'Italia meridionale per operare simultaneamente su
Roma. Io avea però fatto il conto senza l'oste, ed una bella notte,
giunto a Sinalunga, ove fui gentilmente accolto ed ospitato, venni
arrestato per ordine del governo italiano, e condotto nella
cittadella d'Alessandria». Da Alessandria, dopo quarantott'ore, lo
rispedirono a Caprera: agli arresti domiciliari, si direbbe oggi.
Ma non sarebbe rimasto esiliato nell'isola per molto tempo.
I fratelli
Cairoli
Enrico e Giovanni Cairoli - in coincidenza con l'azione militare di
Garibaldi a Monterotondo e a Mentana - raggiunsero Roma (il 22
ottobre 1867) a capo di settanta volontari, con l'obiettivo di
alimentare una rivolta di popolo contro il governo papalino. Il 23
ottobre, a Villa Glori, furono assaliti dagli zuavi pontifici e
sopraffatti dopo un aspro combattimento. Enrico Cairoli fu ucciso,
insieme a molti suoi compagni. Giovanni, ferito, fu catturato, e
morì due anni dopo in seguito alle ferite riportate. Enrico e
Giovanni facevano parte di una famiglia che offrì un contributo
straordinario al Risorgimento italiano. Avevano tre fratelli:
Benedetto, Ernesto e Luigi. Ernesto era morto con i Cacciatori
delle Alpi nel 1859 negli scontri che avevano preceduto la
battaglia di Solferino. Luigi morì l'anno successivo a Cosenza, per
una febbre tifoidea, mentre partecipava alla spedizione dei Mille.
Benedetto - che era rimasto ferito a Palermo, insieme con Giovanni,
dopo lo sbarco delle Camicie rosse in Sicilia - sarebbe stato il
solo dei fratelli a morire nel proprio letto. Nel marzo 1878 fu
nominato presidente del Consiglio: a novembre di quell'anno fece
scudo con il proprio corpo a Umberto I, aggredito con un coltello
da un attentatore, Giuseppe Passanante: Cairoli si prese una
coltellata in una coscia, ma salvò il re.
Luigi
Menabrea
Nei giorni di Mentana il presidente del Consiglio italiano era
Luigi Menabrea, succeduto a Rattazzi, costretto alle dimissioni
dopo le proteste internazionali per l'arresto di Garibaldi a
Sinalunga. Menabrea era un politico sui generis. Nato a Chambéry
nel 1808, era un ingegnere, specializzato in scienza delle
costruzioni, materia alla quale offrì un contributo importante
elaborando un teorema sull'elasticità dei materiali. Era anche un
militare, e aveva partecipato alla Prima guerra d'Indipendenza. Si
era poi dedicato alla politica: inizialmente liberale, aveva
assunto in seguito posizioni più conservatrici. Il re gli affidò
l'incarico di formare il governo perché era uno degli uomini più
graditi a Napoleone III, che si era assunto il ruolo di protettore
dello Stato della Chiesa. Menabrea non riuscì a impedire lo scontro
di Mentana.
Giovanni
Lanza
Fu il primo presidente del Consiglio italiano a esercitare la
propria funzione a Roma, la nuova - e definitiva - capitale
italiana. Nominato nel 1869, come successore di Menabrea, avrebbe
conservato l'incarico fino al 1873. Giovanni Lanza era, in quegli
anni, uno dei tre leader della destra parlamentare (insieme con
Quintino Sella e Marco Minghetti). Ma aveva caratteristiche umane
molto diverse rispetto a tutti gli altri esponenti della destra:
proveniva da una famiglia piccolo borghese (il padre era un
fabbro). Si era laureato (con molti sacrifici) in medicina. Era
stato presidente della Camera dall'aprile 1860 al marzo 1861 (nei
mesi della proclamazione dell'Unità) e poi ancora fra il 1867 e il
1868 e dalla fine del 1869 fino a quando Vittorio Emanuele gli
affidò la composizione del governo. Come presidente del Consiglio,
adottò una linea di rigorosa neutralità nel conflitto
franco-prussiano. Pochi mesi dopo Porta Pia, e prima che la
capitale fosse trasferita a Roma, fece approvare dal parlamento la
legge sulle Guarentigie, che avrebbe regolato i rapporti con la
Santa Sede fino ai Patti Lateranensi del 1929. Allievo di Cavour,
Lanza si ispirò alla formula della "libera Chiesa in libero Stato".
In 20 articoli, la legge fissava le prerogative in favore del papa,
riconosceva al clero libertà di riunione, esentava i vescovi dal
giuramento al re, garantiva ai Palazzi del Vaticano e del Laterano,
alla Cancelleria e alla villa di Castelgandolfo un regime di
extra-territorialità.
La resistenza di Pio
IX
Subì gli avvenimenti, Pio IX. Non aveva la forza per opporvisi, ma
fece il possibile per ritardarli. Un giorno disse: «Tutto è
cambiato intorno a me, il mio sistema e la mia politica hanno fatto
il loro tempo, ma io sono troppo vecchio per mutare indirizzo: sarà
l'opera del mio successore». Nel settembre del 1861 il primo
ministro italiano, Bettino Ricasoli, aveva formulato una proposta
organica per la soluzione della Questione romana, che il papa aveva
rifiutato con decisione. Nel 1864 Pio IX diede alle stampe il
Sillabo, documento di condanna dei principali errori del tempo,
primo fra tutti il liberalismo. Nel 1868 proibì ai cattolici
italiani di partecipare alle elezioni con il celebre Non expedit
che sarebbe rimasto in vigore fino al 1904. E, persino dopo la
Breccia di Porta Pia, continuò a combattere una battaglia senza
esclusione di colpi contro gli "invasori" italiani. Scomunicò
Vittorio Emanuele II e tutti coloro che avevano preso parte
all'azione militare. Giudicò la Legge delle Guarentigie un
«mostruoso prodotto della giurisprudenza rivoluzionaria». Minacciò
di trasferire altrove la sede del cristianesimo, chiedendo aiuto a
tutti i governanti d'Europa, compreso Bismarck, che gliel'offrì a
condizione che il papa si trasferisse in Germania, nella culla del
luteranesimo.
Raffaele
Cadorna
Era un cattolico osservante il generale Raffaele Cadorna,
incaricato di comandare la spedizione armata per la conquista di
Roma e la sottrazione al papa del potere temporale. Il suo animo
era combattuto fra la devozione al Santo Padre e l'orgoglio del
comando di un'impresa che non comportò particolari accorgimenti
tattici e strategici (ma, in precedenza, il generale aveva avuto
altre occasioni per mettere in luce le sue capacità). Forse per
bilanciare gli stati d'animo di Cadorna, il ministro della Guerra
scelse come suoi vice due garibaldini, Nino Bixio ed Enrico Cosenz.
La famiglia piemontese dei Cadorna (che vantava già una precedente
tradizione soldatesca al servizio dei Savoia, nel Regno di
Sardegna) ha lasciato un segno importante nella storia militare di
un secolo. Il figlio di Raffaele, Luigi (il più criticato e
contestato della dinastia), fu il comandante supremo delle Forze
Armate italiane nella Prima guerra mondiale fino alla sconfitta di
Caporetto, che comportò la sua rimozione dall'incarico, per
lasciare il posto ad Armando Diaz. Il figlio di Luigi, Raffaele (lo
stesso nome del nonno), era a Roma nel 1943 come comandante della
Divisione corazzata Ariete. Dopo l'8 settembre prese parte alla
Resistenza. Il governo Bonomi lo incaricò di coordinare e dirigere
al Nord la lotta partigiana, e assunse il comando del Corpo
Volontari della libertà. Dal maggio 1945 fino al gennaio 1947 fu
capo di Stato Maggiore dell'Esercito italiano, nell'ultimo periodo
del Regno e nella prima fase della Repubblica.
Hermann
Kanzler
Gentiluomo svizzero e generale tutto d'un pezzo, Hermann Kanzler
copriva già da alcuni anni la carica di comandante supremo delle
truppe pontificie quando si trovò ad affrontare un'impresa di gran
lunga superiore alle forze a sua disposizione: la difesa di Roma.
Tre anni prima aveva partecipato all'azione militare vittoriosa
(con l'ausilio determinante dei francesi) contro i garibaldini a
Mentana. Fosse stato per lui - ligio alle consegne e uomo d'onore -
a Porta Pia sarebbe andata in modo diverso, e più cruento. Lui non
era affatto favorevole alla resa: preferiva la sconfitta sul campo,
come gli avevano insegnato molti anni prima all'Accademia militare.
Fu il segretario di Stato, cardinale Giacomo Antonelli, a
dissuaderlo da un combattimento all'ultimo sangue. Antonelli era un
diplomatico e un uomo di buonsenso. Sapeva perfettamente che le
forze in campo erano troppo squilibrate. Cadorna aveva a
disposizione 50mila uomini, sufficientemente addestrati ed
equipaggiati. Kanzler aveva alle sue dipendenze una specie di
armata Brancaleone: 15mila uomini di diverse nazionalità che la
cosa migliore che avevano in dotazione erano le uniformi, colorate
e pittoresche. Non erano assolutamente in grado di impedire
l'occupazione, e Antonelli si adoperò perché non ci provassero
nemmeno, in modo di difendere l'onore del papa, evitando però il
bagno di sangue. I papalini uccisi furono appena 19, i feriti meno
di cinquanta. E tutta la popolazione, che accolse a braccia aperte
i vincitori, tirò un sospiro di sollievo vedendo che anche gli
sconfitti s'erano comportati dignitosamente.
Garibaldi,
l'irriducibile
Il vecchio generale aveva inseguito per molti anni il sogno della
conquista di Roma. Ma non ebbe l'opportunità di partecipare
all'azione decisiva. Si può comprendere il suo stato d'animo, e si
può capire quindi perché un mese dopo lasciò Caprera per offrire la
sua spada (e i suoi volontari) alla Repubblica francese, che stava
organizzando la resistenza contro la Germania dopo la caduta di
Napoleone III (l'uomo che lo aveva personalmente tradito facendosi
cedere dall'Italia Nizza, la sua città natale, dopo la guerra del
1859). Si spinse fino in Borgogna, dove impegnò i prussiani con
azioni di guerriglia, affidate per lo più al comando dei suoi
figli, Menotti e Ricciotti. Non mancarono i successi, che
costrinsero il nemico ad arretrare e lasciare le posizioni
precedentemente acquisite. Alla fine di gennaio - alla periferia di
Digione - i garibaldini, guidati da Ricciotti, strapparono al
nemico la bandiera del 61° reggimento di Pomerania (i francesi,
durante la guerra, riuscirono a impadronirsi soltanto di un altro
vessillo prussiano). Il ministro della Guerra Freycinet telegrafò a
Leon Gambetta (l'animatore della repubblica): «Garibaldi ha
conseguito un grandissimo successo. È veramente il nostro miglior
generale». Pochi giorni dopo l'Eroe fu fermato (come era accaduto
alla Bezzecca) da un messaggio di Gambetta: era stato firmato
l'armistizio con il nemico. Bismarck, in un accesso d'ira, esclamò
davanti al suo Stato maggiore: «Questo Garibaldi spero che si
riesca a prenderlo vivo. Lo metteremo in una gabbia e lo esporremo
a Berlino con un cartello: l'ingratitudine italiana». Nel 1866
tedeschi e italiani avevano combattuto dalla stessa parte.
Garibaldi aveva continuato a combattere dalla parte che, comunque,
riteneva giusta. |
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