|
Alti, svettanti, carichi di neve, si
stagliano compatti su un cielo invernale blu cobalto, e a
decorarli, nella Notte Santa, bastano le stelle. Sono sicuramente
fra gli "alberi di Natale" più belli del mondo, gli abeti bianchi
che cingono in fitta corona l'eremo di Camaldoli, antica sede
dell'ordine religioso fondato da Romualdo attorno al 1012.
Ci troviamo in provincia di Arezzo,
nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, e siamo
giunti sin qui per ammirare una delle più estese e meglio
conservate foreste d'Europa di abete bianco (Abies alba o
pectinata), specie che, assieme all'abete rosso (Picea excelsa o
abies), entra ogni anno nelle nostre case nelle scintillanti vesti
natalizie.
Questa foresta, oltre all'eremo,
circonda in una fitta cortina verde anche tutto il monastero di
Camaldoli, situato più a valle, e copre un'estensione di circa
1.200 ettari. Ma le abetine, pure o in bosco misto, sono di casa
nell'Appennino tosco-romagnolo e occupano, oltre alla riserva
biogenetica di Camaldoli, anche quelle di Campigna e Badia
Prataglia, le foreste dell'Abetone, di Vallombrosa e della Verna
(altri nuclei di una certa importanza sono localizzati in Abruzzo,
Basilicata e Calabria).
Furono i monaci - non solo i
camaldolesi, ma anche i vallombrosani e i certosini - a iniziare in
Italia la tradizionale coltura delle abetine allevate in purezza.
Monaci che oggi definiremmo ecologisti e verdi, i quali
trasformarono "selve intonse", costituite da boschi misti naturali
di abeti bianchi, faggi, aceri e altre latifoglie, in vere e
proprie cattedrali gotiche verdi a cielo aperto, con solo abeti al
posto delle colonne (e che colonne... alte fino a 50 metri!), a
sottolineare il senso dell'elevatezza dello spirito. Altrettante
cittadelle divine calate nella natura.

E fu proprio grazie ai monaci, e
all'ombra dell'abetina, che si può dire sia nata la scienza
forestale italiana. Un esempio per tutti: la Regola di vita
eremitica che Paolo Giustiniani fece stampare nel monastero di
Camaldoli nel 1520 e che, riunendo in sé tutte le disposizioni in
materia forestale adottate dai monaci fin dalla creazione
dell'ordine, fu detta anche "Codice forestale". In essa, vita
eremitica e cura della foresta si identificano: "Se saranno gli
eremiti studiosi veramente della solitudine", vi si legge,
"bisognerà che abbiano grandissima cura, et diligenza, che i
boschi, i quali sono intorno all'eremo, non siano scemati, ne
diminuiti in niun modo, ma più tosto allargati, et cresciuti".
Particolare attenzione è rivolta al
taglio degli abeti, soprattutto a quelli che cingono l'eremo. "E la
corona, la quale si estenda sempre cinquanta braccia almeno, sia
sempre inviolabilmente conservata, di maniera che, ne per licenza
di Capitolo ne per altra, se ne possa mai tagliare alcun abeto, se
già non fusse in tutto seccho". Il divieto fu sempre rispettato con
reverenziale timore, a tal punto che si arrivò a demandare alla
Santa Sede qualsiasi decisione di taglio. Soltanto nel 1810,
durante l'occupazione napoleonica, si procedette ad un taglio
totale della corona, perché gli abeti erano decisamente mal
ridotti. Furono ripiantati nel 1844 e da allora mai sostituiti.
«Il leit-motiv abete/monaco è
talmente radicato nella storia di Camaldoli», spiega Don Salvatore
Frigerio, «che nel 1866, alla vigilia della legge di soppressione
degli ordini religiosi già decretata, per cui la foresta sta per
diventare proprietà dello Stato italiano, i monaci respingono
l'offerta di ben 1.000.000 di vecchie lire fatta da un ricco ebreo
di Livorno per un vasto taglio di abeti: sanno che la foresta sarà
loro tolta, però rifiutano ugualmente di sfruttarla. Ma neppure
dopo questa data fatidica i religiosi usciranno di scena, perché lo
Stato, vistosi di fronte un enorme patrimonio ingovernabile,
chiederà ai monaci "soppressi" di continuare il lavoro come suoi
dipendenti».
«Oggi», continua Frigerio, «ad
occuparsi di questi boschi è la Forestale. Noi siamo solo ospiti,
graditi spero. Ma credo che la nostra presenza sia ancora molto
importante in questo momento di passaggio delle Casentinesi al
Parco Nazionale: una presenza culturale che ha anche un suo peso
ecologico, inteso come rapporto di pacificazione di tutta la natura
di cui l'uomo è responsabile».

L'abete bianco. La
storia dell'abete bianco in Casentino non è stata tracciata solo
dai monaci, ma anche dalla Repubblica Fiorentina che, a partire
dalla fine del Trecento, fece dono della Foresta Casentinese
all'Opera del Duomo di Santa Maria del Fiore. Il legname in un
primo tempo servì per il completamento della Fabbrica del Duomo, ma
in seguito alimentò un fiorentissimo commercio di travature e
alberi da nave. «I tronchi d'abete giungevano, dopo un faticoso
viaggio a strascico di buoi, fino all'Arno, al porto dell'Opera a
Pratovecchio e a quello dei Camaldolesi a Ponte a Poppi. Gli alberi
tondi da marina o i travi squadrati venivano legati insieme con
catene di legno di faggio, fasce di cuoio, corde e grosse vitalbe.
Si formavano così i "foderi", zattere costruite per trasportare se
stesse, oltre al "foderatore", un povero diavolo che, come una
specie di dantesco Caronte, affrontava l'Arno armato soltanto di
una lunga pertica e di remi di faggio. Il viaggio fino a Firenze
poteva durare una ventina di giorni, e altri cinque o sei se si
doveva raggiungere Pisa».
Nella prima metà dell'Ottocento le
foreste Casentinesi passarono nelle mani del granduca di Toscana
Leopoldo II, il quale chiamò al suo servizio il forestale boemo
Carlo Siemoni. Questi, in quarant'anni di mandato, trasformò in
abetine pure i pascoli di Badia Pratagli. Sostituì il faggio con
gli abeti a Pian del Varco e introdusse dal Tirolo e dalla Boemia
nuove specie forestali quali l'abete rosso. «Il mio avo», spiega
Nicola Siemoni, trisnipote di Carlo, «realizzò una vasta rete di
strade rotabili e introdusse il trasporto dei tronchi d'abete su
speciali carri matti che si potevano aggiogare da entrambe le parti
e che consentivano ampia possibilità di manovra». È anche grazie a
questo volitivo boemo se ancora oggi possiamo vantare alcune delle
abetine meglio conservate d'Europa.
L'abete bianco è una straordinaria
sentinella ambientale. Intorno agli anni Settanta è stato la prima
specie in assoluto, seguita a ruota dall'abete rosso, a manifestare
sintomi di malessere dovuti alle piogge acide. Probabilmente perché
è la conifera che trattiene per più tempo gli aghi (fino a 12 anni
di età), che quindi hanno una capacità enorme di accumulare gli
inquinanti. Risultato: la chioma comincia a svuotarsi dal basso
verso l'alto, presentando la caratteristica parte apicale a nido di
cicogna. Un campanello d'allarme che deve risvegliare al più presto
le nostre coscienze: quell'abete non potrà forse più regalarci un
altro Natale.
L'abete rosso. L'abete rosso
o peccio - il principe degli alberi di Natale - ha una diffusione
in Italia decisamente più vasta rispetto al fratello bianco:
secondo gli ultimi dati Istat disponibili, le fustaie pure di abete
rosso, le cosiddette pecciete, ammonterebbero a complessivi 140.000
ettari, mentre quelle di abete bianco, le abetine appunto, a soli
23.000.
Questa bella pianta natalizia vanta
diversi primati: è la conifera più diffusa in Italia, è il gigante
delle nostre foreste di montagna (fino a 50-60 metri di altezza), è
resistentissima al gelo (fino a -60°), ed è fra le specie più
utilizzate della nostra flora. Il suo legno possiede notevoli
qualità. È molto elastico, leggero e resistente ed ha una larga
valenza di impieghi: strutture costruttive di vario genere
(pavimenti, porte e finestre), paleria, falegnameria, imballaggi,
pasta per carta.
Un utilizzo molto particolare è
quello che si è sempre fatto in liuteria, nella costruzione delle
tavole armoniche di strumenti a corda e a pizzico (violino, viola,
violoncello, contrabbasso, mandolino, liuto, ghironda, pianoforte e
clavicembalo). Violini "storici" quali gli Stradivari, i Guarneri e
gli Amati hanno tutti tavole armoniche costruite con legno di abete
rosso. Di una qualità però, del tutto speciale, che solo certi
esemplari, i cosiddetti "abeti di risonanza", possiedono.
Secondo il maestro Francesco
Bissolotti, uno dei più celebri liutai di Cremona, l'abete di
risonanza migliore nel mondo si troverebbe proprio nelle nostre
Alpi: nella zona di Cavalese e Paneveggio e sul gruppo del Latemar,
a un'altitudine di 1.200-1.600 metri. Qui esperti conoscitori
eseguono veri e propri "saggi" sulla pianta, per valutarne
l'idoneità: asportano una porzione di corteccia e, se la zona
sottostante risulta raggrinzita e verrucosa, significa che la
scelta è azzeccata.
«Si tratta di esemplari di almeno
200 anni di età», spiega Bissolotti, «che vanno tagliati nel
momento giusto: d'inverno, quando la pianta non vegeta. Si
utilizzano i primi 4 metri di tronco a partire dalla base: questa è
la parte migliore, in quanto priva di nodi. Il legno va tagliato
radialmente, per poter limitare al massimo i rischi di
imbarcamento, e le fibre devono risultare perpendicolari al piano
armonico, così da avere grande resistenza sotto la pressione
corde».
Bissolotti le sue scelte ama farle
in prima persona. «Mi son recato più di una volta sul Latemar e a
Paneveggio per selezionare e acquistare dei tronchi che poi ho
portato a Cremona», racconta. «Li ho tagliati personalmente, li ho
divisi in pezzi di prima qualità e li ho lasciati stagionare per
almeno 5 anni. Il mio fiuto non mi ha mai ingannato e il mio
orecchio me ne ha dato la conferma. Ciascuno di quei pezzetti di
legno scelti con tanto amore mi ha restituito una tavola armonica
dall'acustica perfetta».
L'utilizzo principale che si fa
ancora oggi dell'abete rosso resta comunque quello della sua
coltivazione come albero di Natale. Le piantine ottenute da seme
vengono in genere allevate nei vivai (privati o della Forestale) in
appositi semensai e, dopo un periodo di due o tre anni, trapiantati
in un'altra zona del vivaio detta "piantonaio", dove vengono cimate
e modellate. Dopo circa 6-7 anni si ottiene una pianta di giuste
proporzioni per essere proposta come albero di Natale.
La tradizione. In Italia le
superfici coltivate ad albero di Natale occupano circa 2.000
ettari, di cui 700 nella sola Toscana. Un'indagine effettuata su un
campione di 1.860 famiglie con figli in età scolare, prendendo in
considerazione nove scuole dell'obbligo ugualmente distribuite
nell'Italia del Nord, del Centro e del Sud, ha messo in rilievo una
crescente tradizione dell'albero di Natale, soprattutto al Nord.
Qui è l'abete bianco la specie più apprezzata; a livello nazionale,
invece, risulta esserlo l'abete rosso.
Mentre l'uso di piante vere è molto
diffusa al Centro (69%), un fattore a sorpresa è il largo utilizzo
di abeti di materiale sintetico, sia al Nord che al Sud (80% in
media). Ciò è da attribuirsi sia a motivi di risparmio e comodità,
sia alle annuali campagne contro l'impiego di piante vive come
alberi di Natale. Campagne nate dalla preoccupazione di impoverire
i nostri boschi, oppure dall'inutile spreco di materiale idoneo a
costruire nuovi impianti boschivi. Per questo, specie nelle
maggiori città italiane, sono stati organizzati centri di raccolta
degli alberi di Natale da trapiantare in pieno
campo. |