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E l'alcol si fa largo

Seppure possibile fonte di problemi, le bevande alcoliche non sono percepite dai giovani come tali. Mentre l'allarme cresce, in tutti i Paesi europei si concordano strategie di prevenzione comuni

L'Osservatorio Fumo, Alcol e Droga (Oss Fad) dell'Istituto Superiore di Sanità è l'organo ufficiale, informativo e formativo, in materia di tabagismo, alcolismo e tossicodipendenze. Fumo e alcol, in particolare, fanno parte da sempre delle nostre abitudini, della nostra cultura. Per questa ragione il Piano Sanitario Nazionale promuove l'adozione di comportamenti e stili di vita salutari, raccomandando strategie specifiche, attività di controllo e riduzione dei fattori di rischio, formulazioni accolte anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e dall'Unione Europea.

Proprio l'Oms, nel tracciare gli obiettivi raggiungibili entro il 2015, indica necessaria una diminuzione degli effetti negativi della dipendenza da sostanze come tabacco, alcol e droghe psicoattive. Tra questi fattori di rischio, l'alcol è tra i più importanti per i danni che può provocare alla salute e perché rappresenta, insieme con il fumo, una delle principali cause di mortalità e "morbilità". Le conseguenze del suo consumo - fortemente influenzato dal contesto culturale, sociale ed economico - oltre ad incidere direttamente sul bevitore, si estendono alle famiglie e alla collettività. Il 9% della spesa sanitaria è infatti addebitabile agli eccessi di tale consumo.

Sezione dell'Oss Fad è l'Osservatorio sull'alcol, una struttura scientifica dedicata all'elaborazione di dati epidemiologici, alla diffusione di informazioni e alla preparazione degli operatori sanitari per il recupero dei casi patologici. Con l'OssFad, nel corso di un recente convegno tenutosi a Milano ed organizzato dall'Istituto Superiore della Sanità, ha presentato una relazione a conclusione della "Campagna nazionale di prevenzione del consumo di bevande alcoliche tra i giovani". L'obiettivo era quello di realizzare un progetto di sensibilizzazione per gli adolescenti attraverso un'attiva collaborazione e un concreto coinvolgimento di gruppi di giovani, invitati ad identificare gli elementi essenziali di un modello di comunicazione.

Dalla ricerca è emerso che le bevande alcoliche non sono percepite dai giovani come possibile fonte di problemi, anzi. Vengono addirittura associate al benessere: si beve in contesti piacevoli. In altri termini, l'assunzione di bevande alcoliche non trova, di massima, la dovuta stigmatizzazione sociale, come invece accade per il fumo, se non in caso di comportamenti devianti che danneggino la collettività.

Partendo da queste premesse è stato concordato di adottare un approccio alla comunicazione sociale che ponesse in primo piano l'osservazione, l'esplorazione e la ricostruzione del panorama sociale sull'alcol. Anzitutto si è proceduto all'analisi dei materiali promozionali prodotti sulla prevenzione all'uso delle bevande alcoliche. Qui si è documentato che gli strumenti pubblicitari, più che affrontare l'immaginario sull'alcol, propongono simbolismi alcolcorrelati, esprimendo una marcata autoreferenzialità: scarsa professionalità nella ideazione e realizzazione, presenza di testi che privilegiano la dimensione normativo-prescritta nell'uso dell'alcol ("devi fare… non devi fare", uso diffuso di immagini che in modo esplicito si riferiscono agli strumenti del bere). Anche i risultati di un'indagine sviluppata che si è avvalsa della collaborazione di 20 operatori del settore e delle associazioni provenienti da tutte le regioni italiane hanno confermato tale anomalia.

Pur nella varietà delle percezioni, sono emersi due risultati: il primo può essere sintetizzato nello slogan "Nessun consumo, nessun rischio". Gli operatori non si pongono il problema della percezione del vissuto degli individui con i quali abitualmente lavorano, né, ancor meno, quella del contesto culturale di riferimento, sostenendo l'idea che "l'ottimo sarebbe non bere". Per gli operatori, inoltre, l'alcol risulta un concetto strettamente culturale, convinti come sono che sia sufficiente cambiare atteggiamenti e comportamenti delle persone per risolvere il problema. Le loro idee sull'immaginario giovanile legato all'alcol si associano inoltre a situazioni che esprimono dolore, sofferenza, malattia, solitudine, paura e violenza.

Per conferire valore scientifico alla ricerca sono stati intervistati 60 giovani, tra i 15 e i 18 anni. Le loro risposte e le loro sensazioni hanno posto in luce elementi di riflessione diversi rispetto a quelli avanzati dagli operatori. Ne è emersa, innanzitutto, la dimensione naturale e socializzante: la presenza e l'uso di alcol sono dati per scontati nella vita quotidiana dei giovani e sono presenti, come moda ed abitudine, nei contesti amicali e di gruppo. Il rapporto con il bere, comunque, è strettamente individuale e contribuisce, non isolatamente, alla costruzione dell'identità personale. Si è anche appurata - come precedentemente indicato - una generale associazione dell'alcol a situazioni di piacere: la persona giovane che lo assume condivide con gli altri, ma anche con se stesso, momenti di gioia e di felicità, percependo, in sostanza, il consumo dell'alcol come elemento disinibente.

Se nell'universo giovanile esistono comportamenti sanzionati negativamente dai singoli e dal gruppo (come per il consumo di droghe pesanti), in altri casi i ragazzi hanno sottolineato come "la misura", "il limite", "la capacità di essere responsabili e di gestirsi" siano i concetti chiave che definiscono la liceità dei comportamenti. Nelle parole dei 60 intervistati appare chiaro che è l'individuo l'unico responsabile dei suoi comportamenti: e al soggetto rimane la scelta di ciò che deve o non deve, può o non può scegliere di fare. Il consumo dell'alcol è vissuto come "normale" e non si associa in alcun modo alla devianza o alla dipendenza, salvo quando matura ad eccesso. Solo in quest'ultimo caso ne può conseguire una sanzione, poiché "il bere troppo" diventa un sintomo di debolezza, di incapacità personale, di perdita del controllo e del prestigio.

Giova, da ultimo, far cenno al "Piano d'azione europeo sull'alcol" congiuntamente impostato per fornire le basi di politiche e programmi comuni tra gli Stati membri. Per il periodo 2000-2005 il Piano è volto a prevenire e ridurre i danni provocati dall'alcol in tutta la regione europea, giacché i prodotti alcolici sono causa del 9% circa del carico totale di malattie tra i cittadini del vecchio Continente.

Particolarmente elevati i danni nell'Europa orientale, responsabili di gran parte della riduzione delle aspettativa di vita: tra il 40 ed il 60% di tutti i decessi causati da ferite, intenzionali e non, sono infatti attribuibili all'alcol. Essi inducono inoltre costi economici significativi per la collettività: tra il 2% e il 5% del Prodotto interno lordo, attraverso spese sanitarie, perdita di produttività dovuta all'aumento della morbilità e quale concausa della mortalità precoce.

La Carta europea sull'alcol stabilisce i principi etici e le strategie per un'azione efficace ed adeguata, tesa a ridurne i consumi. Nel documento si raccomanda, infatti, che gli Stati membri si pongano nelle condizioni di suscitare una maggiore specifica consapevolezza, di fornire gli strumenti educativi e di costruire il supporto a favore di politiche di sanità pubblica che abbiano il compito di prevenire i danni causati dall'alcol. Nel contempo si dovranno ridurre sia i rischi causati dai problemi all'alcol correlati, che possono verificarsi in una serie di ambienti (la casa, i luoghi di lavoro, le comunità), sia l'ampiezza e la profondità del danno legato ad incidenti stradali, violenze, abusi su minori. Si auspica, inoltre, l'introduzione di trattamenti accessibili ed efficaci per le persone che consumano alcol in modo rischioso o pericoloso, e per quelle che ne sono dipendenti, esercitando, anche, una maggiore protezione dalle pressioni a bere rivolte ai bambini, ai giovani e a coloro che scelgono di bere alcolici.

Il finale di queste riflessioni è doveroso cederlo al Ministro della Salute Sirchia, il quale, nel corso dei lavori milanesi di cui si è fatto cenno, ha inteso porre l'attenzione su un fenomeno mediatico da regolare giacché, ha detto, «i giovani assorbono più facilmente degli adulti modelli proposti dalla pubblicità, che in modo indiretto incitano alla trasgressione. Cercheremo l'alleanza delle aziende perché non diffondano messaggi in contrasto con gli interessi della salute pubblica, rispettando, nel contempo, la libertà di impresa».

Umberto Pinotti