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«Il film», ebbe a dichiarare
Federico Fellini, «assomiglia al sogno che racchiude le verità più
profonde della nostra mente, della nostra essenza umana. Il sogno
racconta, fotografa - proprio come un film - gli spazi, le
atmosfere, le vicende della nostra parte più misteriosa, che non
sai dov'è, la più irraggiungibile».
Come il sogno, dunque, il film
presenta immagini del mondo reale, effimere e ingannevoli quanto si
vuole, ma tutt'altro che false, perché quelle immagini sono la
rappresentazione del nostro io più profondo e anche del modo in cui
siamo chiamati a operare giorno per giorno nella vita di relazione.
Perciò il cinema - il cinema dei maestri, s'intende -, sia esso
visionario o realista, documenta sempre lo stato di una società e i
passaggi che segnano la sua evoluzione, il superamento di un
momento storico e culturale e l'approdo verso il nuovo.
Questo stato di cose è
particolarmente evidente in due film, due capolavori, su cui ci
soffermiamo in ragione di un doppio anniversario: Ossessione, di
Luchino Visconti, proiettato la prima volta nel 1943 (cioè
sessant'anni fa), e I Vitelloni, di Federico Fellini, proiettato
nel 1953 (cioè cinquant'anni fa). Ma val la pena di ricordare, a
proposito di Fellini, che si celebra quest'anno anche il primo
decennale della sua scomparsa.
Ossessione è un film di impianto
naturalistico, che chiude l'epoca dei "telefoni bianchi", della
tronfia retorica di regime, e apre la stagione del neorealismo. Il
cinema ora annuncia - o prende atto - dei cambiamenti più profondi
della società e della cultura italiane. Vuole rappresentare la
realtà più autentica del popolo, la vita della gente normale che
lavora, che soffre, che, nonostante le mille vessazioni subite,
spera in un domani migliore; e gli ambienti, spesso miseri, in cui
quella vita si svolge: le vie polverose dove la città rasenta la
campagna, le piazzette che sembrano addormentate da secoli, le case
malsane dove covano gli odi e le rivolte.
Il neorealismo era anche o
soprattutto questo: la denuncia di una vita non degna di essere
vissuta. Non a caso, proprio Visconti volle ribadire: «Il
neorealismo è stata una posizione morale che avevamo assunto nei
riguardi del potere, nei riguardi della situazione sociale
italiana, del disordine del dopoguerra».
I Vitelloni, invece, segna il
passaggio di un ben altro momento storico. Sono trascorsi appena
dieci anni, ma l'Italia è cambiata profondamente. Sono evidenti i
primi segnali di un benessere che si diffonderà sempre più negli
anni a venire, ma che già adesso è visibile, e sta sconvolgendo le
abitudini delle famiglie: nelle case è entrato il frigorifero e sta
per arrivare "sua maestà" il televisore.
Il grande sogno degli italiani è ora
quello di possedere un'automobile, e la Fiat si lancia nella
produzione di vetture, come la 600 e la 500, che in breve tempo
diventeranno mitiche. Il 1953 è anche l'anno della morte di Stalin.
Ben presto arriverà la destalinizzazione e la denuncia dei crimini
commessi dal feroce satrapo georgiano. La contrapposizione frontale
fra destra e sinistra, che ha caratterizzato gli anni del
dopoguerra, diventa più sfumata, e si aprono nuove prospettive di
azione politica, sia pure con la prudenza che il caso esige.
Persiste, però, in molte parti del
Paese, e forse più acutamente nella provincia, un certo malessere
spirituale. "Una gioventù fiacca e disancorata", scriveva subito
dopo l'uscita del film un anonimo critico radiofonico (nel quale ci
par di riconoscere il grande Tullio Kezich), "che si estenua sul
panno verde di un biliardo o nei palchetti dei cinemateatri di
provincia. È un mondo privo di fondamenta e significato, dove i
vitelloni invecchiano senza diventare uomini, tra una ubriacatura e
un amoretto, tra un flirt e una scommessa alle corse. Un mondo
velato di tristezza, oppresso dal senso della propria
inutilità".
Poco importa che Fellini fosse del
tutto alieno dal voler offrire un qualsivoglia contributo alla
messa a fuoco e alla soluzione dei problemi sociali. Resta il fatto
che il film, a parte il suo valore poetico che è la cosa più
importante, dava il senso della temperie culturale del momento.
Dunque anche un film di un artista visionario come Fellini finiva
per rappresentare correttamente la realtà.
Ossessione può essere considerato il
film d'esordio di Visconti, e anzi il suo esordio tout court
all'arte. Prima aveva fatto varie esperienze, la più significativa
delle quali era stata la collaborazione con il regista francese
Jean Renoir, ma non aveva avuto l'opportunità di fare una vera e
propria scelta di vita. Egli scontava sulla propria pelle il
conflitto fra un'educazione controllata ed esemplare - com'è noto
proveniva da una famiglia aristocratica, molto ricca, aperta alla
cultura, ma sempre nel solco di una consolidata tradizione - e la
sua natura esuberante, ribelle e anticonformista.
Questa vitalità l'aveva spinto più
volte alla fuga da casa - "in cerca di sognate emozioni", come
scriverà Giorgio Prosperi - e poi da un collegio esclusivo di padri
Calasanziani. Né era andata meglio quando fu messo a lavorare in
un'azienda di famiglia, dalla quale fu allontanato perché creava
"un diffuso stato di anarchia".
Scontento di tutto, Visconti scoprì
finalmente la propria identità e la propria vocazione in Francia,
dove conobbe non solo Renoir ma una schiera di intellettuali, per
lo più orientati a sinistra, molti addirittura militanti comunisti,
ma comunque uomini liberi che vivevano in un Paese libero. «Capii
che il cinema», ricorderà lo stesso Visconti, «poteva essere il
mezzo per avvicinarsi a certe verità da cui eravamo lontanissimi,
specialmente in Italia… In quel momento ho veramente aperto gli
occhi: venivo da un Paese fascista, dove non era possibile sapere
niente, leggere niente, conoscere niente, né avere esperienze
personali. Subii uno choc. Quando tornai in Italia ero veramente
molto cambiato».
Tornato in Italia, si legò al gruppo
di giovani intellettuali che animavano la rivista Cinema: Giuseppe
De Santis, Gianni Puccini, Mario Alicata, Pietro Ingrao, tutti
appartenenti al partito comunista. E Ossessione nacque, per
l'appunto, dalla collaborazione del regista con questi
intellettuali.
Costoro andavano propugnando, come
scrive Gianni Rondolino in una sua biografia dedicata a Visconti,
"un cinema italiano realistico, fuori dagli schemi consunti della
commedia, immerso in una visione e rappresentazione della realtà
che tenesse conto, in pari misura, della tradizione letteraria del
naturalismo e del verismo (…) e del cinema francese e americano,
soprattutto nei modi e nelle forme in cui il realismo vi si era
manifestato, da Vidor a Renoir".
Di più, questi intellettuali avevano
l'ambizione di costruire un film che fosse un manifesto
politico-ideologico per fare, anche attraverso il cinema, una forma
di resistenza al fascismo, ancora al potere. Il film nacque in
questa ottica culturale, ma bisogna tener conto che assai diverse
erano le esperienze esistenziali da cui venivano gli "autori" e
ancor più diverse erano le intenzioni. Tanto è vero che Alicata,
quando il film fu terminato, esprimeva tutta la sua insoddisfazione
scrivendo alla moglie dal carcere, dove i fascisti l'avevano
cacciato: "Ora so che quel film è falso (…). La mia vergogna non è
d'aver fatto quel film in quel modo invece che in un altro. Ma è
d'averci creduto, e specialmente d'essere stato orgoglioso di quel
lavoro".
Che cosa era accaduto? Che cosa
aveva rotto l'armonia del gruppo? Evidentemente le scelte
"estetiche" di Visconti, che avevano posto in secondo piano le
scelte "etiche" degli altri. A tal proposito bisogna fare un passo
indietro e tornare a quelle prime inquietudini che avevano percorso
la giovinezza di Visconti.
Egli era naturalmente aperto al
nuovo, ma era anche il figlio devoto di una tradizione consolidata
e colta. La sua natura lo portava a guardare avanti, la sua storia
personale l'induceva a guardare indietro. Visconti per tutta la
vita sarà in bilico fra passato e futuro, fra "tradizione e
invenzione" (per usare il titolo di un suo scritto), fra
contemplazione estetica e rigore etico. Egli sentiva profondamente
il fascino della bellezza, che lo spingerà talvolta ai limiti del
decorativismo - si pensi ad alcuni film più tardi, come Il
Gattopardo e Morte a Venezia -, ma al tempo stesso avvertiva il
dovere della verità, che lo porterà a rappresentare anche il male
di vivere (e lo squallore senza attrattiva che ad esso si
accompagna).
Quando Visconti girò Ossessione
aveva fatto proprio il progetto di cinema "realistico", ma il suo
realismo, proprio perché contaminato dall'esigenza del bello, era
particolare, contemplativo, estatico. Il suo realismo, come scrive
il già citato Rondolino, tendeva alla riproduzione di una realtà
"totalmente ricostruita secondo schemi formali che possiamo
definire letterari nel senso che in essi è presente e
indispensabile il passaggio dall'osservazione alla trascrizione del
reale in un linguaggio formalizzato". Ma, nonostante la delusione
dei collaboratori del regista, i quali erano interessati
soprattutto a fare un film antifascista, Ossessione destò comunque
un certo scandalo e non ebbe vita facile con la censura.
Dopo la prima proiezione, Vittorio
Mussolini se ne andò irritato esclamando: «Non è questa l'Italia!».
Ma il peggio doveva venire. «Appena il film cominciò a uscire»,
racconta Visconti, «lo fermavano più o meno da tutte le parti, a
seconda dei prefetti, oppure lo tagliavano in tutti i modi. Poi i
fascisti lo portarono al nord e buttarono via persino il negativo».
Per fortuna, l'autore aveva conservato una copia, dalla quale si
ricavarono le altre.
Assai diversa la poetica di Fellini
e il contesto in cui nacquero le sue opere: I Vitelloni è il suo
primo film di successo. L'autore aveva superato con olimpica
serenità il fiasco de Lo Sceicco Bianco, ma i produttori nutrivano
verso di lui una certa diffidenza. In effetti Fellini a quel tempo
avrebbe voluto realizzare La strada, ma non se ne fece niente,
giacché il produttore, Lorenzo Pegoraro, giudicò quel progetto
troppo ardito. Si ripiegò allora su una commedia, I Vitelloni
appunto, un film decisamente autobiografico, il cui soggetto fu
firmato da Fellini con la collaborazione di Ennio Flaiano.
Il film era ambientato a Rimini,
città natale di Federico, una sorta di contenitore magico di tutte
le storie di gioventù e delle memorie di famiglia, ma fu girato a
Cinecittà e le inquadrature degli esterni là dove era possibile
senza spendere troppo. Per quel che riguarda gli interpreti,
Fellini volle Alberto Sordi (nel ruolo di Alberto), nel quale
nessuno credeva e molti pensavano anzi che fosse un "collezionista
di insuccessi"; Franco Fabrizi (nel ruolo di Fausto), che fu
preferito a Raf Vallone e a Walter Chiari; Leopoldo Trieste (nel
ruolo di Leopoldo); Franco Interlenghi, l'ex ragazzino di Sciuscià
(nel ruolo di Moraldo); e Riccardo Fellini, il fratello di Federico
(nel ruolo di Riccardo).
Il cast fu completato da alcuni
attori di grande talento della vecchia guardia, come ad esempio
Paola Borboni, Enrico Viarisio, Carlo Romano. Restava da scegliere
il capocomico omosessuale a cui Leopoldo affida i suoi sogni di
commediografo. Ci fu un tentativo per avere Vittorio De Sica - anni
dopo lo stesso Federico racconterà di essere stato ricevuto con
signorilità da De Sica, mentre quest'ultimo si faceva servire la
cena in un vagone ristorante collocato su un binario morto.
Vittorio De Sica mostrò interesse per il ruolo, ma non s'impegnò
più di tanto.
Alla fine fu scelto un vecchio
attore di teatro, Achille Maieroni, che diede del personaggio
un'interpretazione magistrale. Il film giunse faticosamente al
termine, non senza contrasti. Il produttore, dopo averlo visionato,
scrisse al regista: "Lei, Fellini, ha il sadismo della bruttezza".
Poi fu iscritto alla XIV Mostra di Venezia. Ma il produttore ci
credeva talmente poco che lo vendette, forse per un piatto di
lenticchie, alla Rizzoli. E invece il film ottenne il Leone
d'Argento e uno straordinario successo di pubblico e, in parte, di
critica.
Fellini aveva composto un'opera di
intensa, struggente poesia: il ritratto ironico e divertito, ma al
tempo stesso amaro, di una provincia chiusa in se stessa, dove
l'esistenza dei giovani "vitelloni" è dissipata tra noia,
frivolezze, canzonature e immaturità, ma dove anche i sogni più
belli muoiono all'alba. Una storia desolata, riscattata dalla fuga
di Moraldo, in cui indubbiamente Fellini vede se stesso. Dopo aver
trascorso tante notti a sentire il fischio dei treni e a sognare
fughe "impossibili", Moraldo alla fine parte davvero. Lascia la sua
città, i suoi amici, la sua giovinezza, per non tradire ancora se
stesso. |