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Centosettanta anni or sono, il 18
ottobre 1833, l'insigne favolista danese Hans Christian Andersen
faceva il suo primo ingresso a Roma: un'esperienza per lui di
fondamentale importanza, che si affretterà ad annotare nel
quotidiano diario di viaggio. Era partito da Copenaghen - fruitore
di una borsa di studio concessagli da re Federico VI dietro
intercessione dell'autorevole dirigente statale Jonas Collin -
nell'aprile dello stesso anno, per un viaggio all'estero che, nelle
sue intenzioni, avrebbe dovuto aiutarlo a realizzare nuove opere,
segnando una svolta radicale per la sua ispirazione poetica. Dopo
una sosta di tre mesi a Parigi ed un soggiorno in Svizzera era
entrato, per il valico del Sempione, nella «Bella Italia» dove, a
suo dire, «si trova il giardino dell'Eden». Milano, Genova,
Rapallo, Sestri Levante, Pisa, Carrara, Livorno, Firenze ed altre
località della penisola furono tappe, più o meno lunghe, che
contrassegnarono la marcia verso la «meta agognata»: Roma.
Finalmente la Città Eterna che, pur vista da lontano, «aveva un
aspetto luminoso e accogliente».
Quel 18 ottobre 1833 era destinato a
rappresentare per Andersen una data doppiamente storica. Infatti,
la sera stessa del suo arrivo, egli ebbe la "fortuna" di assistere
alla solenne tumulazione dei resti di Raffaello nel maestoso tempio
del Pantheon: un avvenimento che ricorderà con abbondanza di
particolari, ma senza retorica, nell'autobiografia intitolata La
fiaba della mia vita.
L'indomani il poeta si recò presso
lo studio del maestro Thorvaldsen, in piazza Barberini, e quindi al
domicilio del medesimo, in via Sistina, per ammirare la «quadreria
di artisti viventi» che l'illustre scultore aveva raccolto. Dopo
questa visita di prammatica, andò dal pittore Albert Kuchler, che
custodiva la Biblioteca dei Danesi, una raccolta di libri ad uso
dei numerosi artisti e letterati nordici durante la loro permanenza
nell'Urbe. Concluse poi la prima passeggiata romana al Caffè Greco,
punto di ritrovo per i viaggiatori d'oltralpe, e funzionante per
essi come ufficio postale, centro d'informazioni, sede di
pettegolezzi ed allegre baldorie.
Il 1° novembre Andersen si trasferva
al numero 104 di via Sistina, in una stanza con balcone ove rimase
per quattro mesi. Si tratta del fabbricato che fa angolo con
l'odierna via Francesco Crispi e dove una lapide, posta nel 1973,
ricorda il primo incontro del favolista con l'amata Roma. La vista
che poteva godersi da quella cameretta è da lui descritta con
palese entusiasmo: «Abito nella stessa strada di Thorvaldsen, via
Sistina. Nella casa c'è una cappella con una Madonna, ove
perennemente la gente si inginocchia. Attraverso la mia finestra la
vista spazia dal Quirinale fino a Monte Cavo. Il vicino cortile è
cosparso di rose e grosse arance che cominciano a ingiallire. Ho un
balconcino dove crescono garofani e verdura...».
Oltre questa descrizione in parole,
egli volle eternare la veduta in un disegno che, come gli altri
realizzati a corredo delle dettagliate note di viaggio, nel tradire
la mano del dilettante, rivelava la vivida percezione del poeta.
Perché Andersen, borsista di una fondazione governativa, si sentiva
in dovere di fornire una prova completa dell'attività svolta. E, in
mancanza di mezzi finanziari per acquistare le immagini in
commercio dei luoghi visitati - costose incisioni e litografie, o
acquarelli proposti da vedutisti e pittori specializzati nel genere
-, non poteva che adoperare la penna per trasmettere le sue
impressioni anche visivamente. Considerando, pertanto, diari e
disegni come due metà di un'unica opera.
Ed ecco, allora, quasi ad
integrazione e riprova visiva delle suggestioni ricevute, cento e
più disegni, nei quali rappresentò con estrema semplicità e
rapidità di tratto - ma fresca immediatezza - ciò che vedeva,
attentissimo ad ogni particolare, affinché nulla fosse trascurato.
Disegni da lui stesso definiti «scarabocchi», privi di colore e
prospettiva, fissati su comune carta da scrittura.
A Roma, Andersen visitò le chiese
più importanti, i musei e i giardini vaticani, le gallerie private:
quelle del principe Borghese, del cardinale Fesch, dei palazzi
Rospigliosi, Barberini e Sciarra. La famosa raccolta borghesiana al
Porto di Ripetta gli fornì materia per due capitoli del romanzo
autobiografico L'improvvisatore, che iniziò a scrivere proprio
durante quel primo soggiorno nell'Urbe e che, portato a compimento
in breve tempo, gli procurerà meritata fama appena pubblicato a
Copenaghen, due anni dopo.
Un romanzo che vuole essere la summa
di quanto aveva conosciuto in Italia e, al tempo stesso, sincera
testimonianza della sua profonda ammirazione per il nostro Paese.
Nel fortunato volume sono riportate fra l'altro, per quel che
riguarda le esperienze romane, le visite alle catacombe e i fasti
della corte pontificia, le impressioni di una notte al Colosseo e
le feste di Pasqua, il caratteristico "saltarello" e il popolaresco
carnevale, esploso in «tutto il suo splendore» e durante il quale
Andersen ebbe occasione di divertirsi come un bambino con il "gioco
dei moccoletti".
Indubbiamente il primo soggiorno
nella «capitale del mondo» è quello che lascia tracce più incisive
nell'animo dello scrittore: «Mi sento come se fossi nato a Roma,
come se fossi sempre vissuto qui; ogni oggetto m'è familiare,
persino la vita della gente», affermava. In effetti, ogni aspetto
della città contribuisce a dargli una visione ricca di appaganti
attrattive. Anche la frequentazione degli artisti scandinavi e
tedeschi, radunati nella zona di piazza Barberini, con recapito
comune presso l'Osteria del Bajocco o presso il non lontano Caffè
Greco.
Con gli artisti connazionali, oltre
a ritrovarsi in Trastevere o sul monte Testaccio, partecipò a gite
in comitiva a Tivoli e nei Castelli Romani. E con essi trascorse
gioiosamente la vigilia di Natale, intervenendo ad una festa
organizzata nell'accogliente palazzetto dell'Orologio a Villa
Borghese. Un luogo effigiato dallo stesso Andersen in un disegno a
penna oggi conservato nel museo della natia Odense, insieme alle
altre immagini ispirate dal soggiorno romano: tra le più note, la
scalinata di piazza di Spagna, piazza Barberini, la casa di
Thorvaldsen in via Sistina, il convento di Sant'Onofrio al
Gianicolo e la quercia del Tasso, il fiume Tevere e ponte Rotto, il
monte Testaccio e Trastevere, la cupola di San Pietro vista da
Monte Mario.

Una sera il poeta è invitato ad un
ballo nello splendido palazzo Torlonia di piazza Venezia, arredato
sfarzosamente e decorato con quadri e statue d'autore. Cultore
appassionato dell'opera e della pantomima, ma anche delle
rappresentazioni di burattini, è spesso spettatore nel teatro Fiano
al Corso, nel teatro delle dame (Alibert) o all'Apollo. Tutto
sembra spingerlo ad un'interessata presenza, ch'egli attua
mostrandosi, malgrado la scarsa avvenenza, vestito da perfetto
dandy, con vistosi cravattoni a farfalla, giacche lunghe e strette,
pantaloni a tubo da cui fuoriescono le pronunciate estremità.
Quelle giornate e serate consumate
tra così gradevoli esperienze - solo contrastate dall'improvvisa
notizia della morte della madre - gli susciteranno un desiderio
acuto di ritorno, dopo la partenza avvenuta il 20 marzo 1834.
Ritorno che si realizzerà nel dicembre 1840 («Sembra un sogno
l'esservi di bel nuovo... mi sento a casa»), ma che avrà la durata
di un paio di mesi soltanto.
Prende alloggio, anche stavolta, nei
pressi di piazza Barberini, in uno spazioso ma squallido
appartamento di via della Purificazione, dotato di un «giardinetto
umido dove non crescevano che una pianta di piselli e una
violacciocca semimarcia». L'intenso freddo invernale, la pioggia
continua e la mancanza del bel sole italiano contribuiscono ad
acuire il suo malumore; eppure, malgrado il maltempo, la debolezza
fisica e un avvertito senso di solitudine, egli riesce a visitare,
nella breve permanenza, oltre cinquanta chiese in cui mai era
entrato durante il primo soggiorno.
Nell'aprile 1846 si concretizza un
nuovo ritorno nella città, che Andersen amava paragonare ad una
chimera a tre teste: l'una rappresentante l'antichità, l'altra la
Chiesa, la terza la mondanità. Il grande favolista, all'apogeo
della celebrità, si sente ormai civis romanus e pratico dell'Urbe,
che trova assai mutata a causa del crescente benessere e
dell'aumentato movimento di forestieri («L'erba e i cespugli sono
scomparsi... La vita popolaresca si va allontanando; non odo più il
suono delle tamburelle per le strade, non vedo le fanciulle ballare
il saltarello... Ciononostante sono contento e tranquillo»).
Presa dimora in via Borgognona 58,
frequenta, come al solito, gli studi degli artisti. Prossimo alla
partenza, visita il Caffè Nuovo nel palazzo Ruspoli; ma si sente
quasi svenire nel dire addio alle statue capitoline e prova brividi
di commozione nel contemplare dal Pincio un infuocato tramonto
(«Chissà se tornerò mai più in questa spendida città»).
Malgrado il pessimismo, rivedrà la
«familiare e conosciuta» Roma, per la quarta e ultima volta, in una
sosta di appena un mese, esattamente dal 28 aprile al 29 maggio del
1861. Abita, stavolta, in un grazioso appartamento all'ultimo piano
dell'antico Caffè Greco, con «tappeti in tutte le stanze, vedute
romane e perfino quattro specchi». Frequenta nuovamente gli studi
degli artisti; in primo luogo quelli degli allievi e collaboratori
dell'amico Thorvaldsen, morto nel 1844. Resta colpito dal
cambiamento del parco di villa Borghese, «molto abbellito, pieno di
rose e di piante tropicali».
Prima di partire, vuole portare in
omaggio un volumetto di fiabe al Circolo scandinavo e donare agli
amici una sua fotografia. Sale anche sul Palatino per fare visita
al pittore convertito Albert Kuchler, che aveva rinunciato agli
onori e alle vanità terrene per indossare l'umile saio del frate. E
dall'alto dello storico colle dà un accorato saluto alla città. Il
quadro che gli si apre davanti, nell'ora del tramonto, è davvero
indimenticabile: la vecchia Roma, giù in basso, con i templi in
rovina e la possente mole del Colosseo; la vasta campagna aperta
verso i monti laziali; e, nel pieno della primavera, le acacie in
fioritura, i sempreverdi in tutta la loro freschezza, lo splendore
delle rose in sboccio, l'oscillare delle palme al vento... Quasi un
sogno evanescente, ma costruito su elementi di autentica realtà
(«Roma è come un libro di favole, ad ogni pagina ci si imbatte in
un prodigio. E al tempo stesso viviamo nel sogno e nella
realtà»).
Un sogno che, tornato Andersen
definitivamente in patria, si muterà in perenne nostalgia verso
l'Italia e la Città Eterna, ove il suo cuore «tornò fanciullo, ma
il pensiero diventò uomo», là dove scoprì le espressioni più
esaltanti della natura, dell'arte, della
vita. |