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Che cosa rimane nella memoria? Le
bandiere alle finestre, la scalinata del Vittoriano interamente
coperta di fiori, lo scheletro fumante di quella maledetta
palazzina a Nassiriya, l'abbraccio del Capo dello Stato al padre di
un maresciallo dell'Arma, il serpentone interminabile della gente
comune che voleva rendere omaggio ai Caduti, il silenzio commosso
di un'intera nazione. E quel funerale nella basilica di San Paolo,
con diciannove bare avvolte dal Tricolore: solenne, composto,
persino sereno. Ore ed ore di televisione, dalle 8,40 di quel
terribile 12 novembre, con le notizie frammentate che giungevano
dal sud dell'Iraq, da quella città che molti italiani non avevano
mai sentito nominare, e che nessuno - o quasi - immaginava come si
dovesse scrivere, fino alla sera del 18 novembre, la giornata del
lutto nazionale.
Un poeta francese, Alphonse de
Lamartine, scrisse nell'Ottocento (che era un secolo di alto
romanticismo): «La cenere dei morti fu quella che creò la patria».
È vero, questa è l'esperienza che abbiamo vissuto, tutti insieme,
nei giorni successivi alla strage.
Ha detto il Presidente della
Repubblica: «Ho la coscienza di rappresentare un Paese unito e
forte». La mattina del 12 novembre, quando si è saputo della
strage, Ciampi era in partenza per una visita ufficiale negli Stati
Uniti. Prima di salire sull'aereo ha dichiarato: «Tutti gli
italiani sono stretti intorno alle loro Forze Armate e alle
famiglie dei caduti e dei feriti: soldati, carabinieri, civili. Da
decenni l'Italia è impegnata in missioni di pace nelle più varie
parti del mondo, missioni segnate da stragi e da morti. Non daremo
tregua ai responsabili di questo orrendo attentato. La lotta al
terrorismo è una priorità per tutti i popoli. L'Italia ha saputo e
sa contrastare con efficacia il terrorismo interno. I popoli liberi
devono essere sempre più uniti e determinati per debellare il
terrorismo internazionale».
Le immagini televisive dall'Iraq si
accavallavano alle dichiarazioni dei testimoni, raccolte dagli
inviati sul posto. «Era una scena apocalittica», ha raccontato il
colonnello della Brigata Sassari, Gianfranco Scalas. «Brandelli di
carne umana, sangue. Cercavo i miei ragazzi, continuavo a chiamarli
via radio. La palazzina era sventrata, le porte erano state
sfondate, e gli uffici svuotati dall'onda d'urto dell'esplosione.
Intorno c'erano incendi, diverse case hanno preso fuoco».

UN'AUTOCISTERNA
BLU. Il racconto dell'attacco suicida: «È accaduto questa
mattina, attorno alle 10,40. C'era il solito traffico di sempre sul
ponte. All'improvviso, dalla strada che costeggia il fiume, è
arrivato un taxi a tutta velocità. A bordo c'era un uomo armato,
forse due, che ha aperto il fuoco con un mitra contro il posto di
guardia dei Carabinieri. Loro lo hanno visto, hanno risposto
sparando. Ma era un'operazione diversiva, perché pochi secondi dopo
è sopraggiunta velocissima un'autocisterna blu, che ha superato
d'impatto le barriere, le barricate di cemento armato, i fili
spinati, ed è esplosa in una nuvola di fuoco, seguita dalle
deflagrazioni delle munizioni e dei mezzi italiani
parcheggiati».
Eppure ci amavano tutti. Tutti
riconoscono che gli italiani - rispetto agli altri contingenti
militari - portano sul territorio (in Iraq, come nelle precedenti
missioni: in Bosnia, in Somalia, in Afghanistan, in Libano) un
valore aggiunto: la solidarietà umana. Ha scritto un inviato:
«Hanno colpito i soldati dal volto umano. Quelli che sorridono agli
iracheni anziani, alzando le spalle perché il loro arabo si ferma a
Salam Aleikum. Quelli che quando partono mettono un bambolotto o
un'automobilina nello zaino, perché capita spesso di fare amicizia
con i bambini. Quelli che, dicono a Nassiriya, con la gente del
posto mostrano rispetto, e non l'aggressività dei marines. Quelli
che adesso, dopo aver perso sedici commilitoni, non si vergognano a
mostrare gli occhi lucidi».
Forse ci hanno colpito proprio per
questo: per evitare che la popolazione civile irachena
fraternizzasse con le truppe straniere. Chi non vuole la
normalizzazione, colpisce i punti di saldatura, non quelli di
conflitto.

Tutta l'Italia si è commossa
ascoltando, in televisione, la vedova di Angelo Coletta,
vicebrigadiere dei Carabinieri. «La nostra vita è tutta qui
dentro», ha detto indicando il Vangelo, e aprendo la pagina su un
brano di San Matteo: «Fu detto amerai il tuo prossimo e odierai il
nemico: ma io vi dico, amate i vostri nemici e pregate per i vostri
persecutori, perché siete figli del Padre vostro celeste, che fa
sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere
sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti, se amate quelli che
vi amano che merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E
se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di
straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate dunque
perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste».
Ha detto il cardinale Camillo Ruini,
nell'omelia al funerale solenne dei caduti: «Non fuggiremo davanti
ai terroristi assassini. Ma non li odieremo. Tutto l'impegno
dell'Italia è volto a salvaguardare e a promuovere una convivenza
umana».
Un tappeto di fiori sulla scalinata
del Vittoriano. Migliaia, milioni di fiori, allineati con cura dai
militari in servizio, che li raccoglievano dalle mani dei
cittadini, per deporli in ordine sul Sacrario. Accadde la medesima
cosa il 2 novembre 1915. Era la ricorrenza dei defunti, nel primo
autunno di guerra. Molte donne romane riempirono di fiori le scale
del monumento, per ricordare i caduti al fronte nei primi mesi
della Grande Guerra. Soltanto sei anni più tardi quel monumento
divenne l'Altare della Patria, quando - il 4 novembre 1921, nel
terzo anniversario dell'armistizio - vi fu traslata la salma del
milite ignoto.
Quelle donne romane anticiparono la
decisione del governo italiano: furono loro a dedicare il monumento
ai caduti di guerra. La gente semplice che, per ventiquattr'ore,
ininterrottamente, ha salito le scale per raggiungere il Salone
delle bandiere dopo erano allineate le diciannove bare avvolte nel
Tricolore, ha scelto di nuovo l'Altare della Patria come simbolo
dell'unità nazionale.
«Sono sicura che di lassù ci guarda
contento», ha detto la vedova del luogotenente Alfio Ragazzi. «Sono
orgogliosa di mio marito». Lui, sicuramente, è orgoglioso
dell'Italia che ha visto "di lassù" il giorno del funerale.

LA TRAGEDIA DI
KINDU. Esattamente 42 anni prima di Nassiriya, l'11 o il
12 novembre 1961, tredici aviatori della 46° Brigata aerea furono
trucidati a Kindu, nel Congo ex belga. I militari facevano parte
del contingente delle Nazioni Unite intervenuto per riportare
ordine in un Paese sconvolto da una drammatica guerra civile. Nel
mese di gennaio era stato ucciso Patrice Lumumba, ex Primo
Ministro, che aveva portato il Congo nell'orbita sovietica.
Mandante dell'omicidio era Moise Ciombe, premier della provincia
secessionista del Katanga, che contava sull'appoggio del Presidente
della Repubblica Kasavubu e del Capo delle forze armate Mobutu (che
avrebbe poi conquistato il potere, mantenendolo per quasi
quarant'anni). I partigiani di Lumumba, guidati da Antoine Gizenga,
avevano successivamente conquistato il controllo della regione
orientale del Paese, dove furono assassinati gli aviatori
italiani.
Caricati su un camion, furono
condotti nel luogo dell'esecuzione. Il comando delle Nazioni Unite
nella regione non era intervenuto tempestivamente nel timore di
provocare una rappresaglia irreparabile contro i nostri aviatori
che, invece, erano già stati uccisi.
I tredici aviatori furono le prime
vittime italiane nelle tante missioni di pace svolte dai nostri
militari sotto la bandiera dell'Onu negli ultimi cinquant'anni. La
stessa sorte sarebbe toccata a un marò del Battaglione San Marco in
Libano (nel 1983), a quattro soldati su un elicottero abbattuto da
un caccia serbo nel cielo della Croazia (nel 1992), ad altri
quattro militari a bordo di un G-222 che recava aiuti a Sarajevo
(sempre nel 1992), a tre soldati caduti in un'imboscata a
Mogadiscio (nel 1993), a quattro militari che viaggiavano su un
elicottero precipitato in Libano (nel 1997). Con quelli di
Nassiriya, i militari italiani uccisi in missioni di pace sono 72:
28 dell'esercito, 17 carabinieri, 24 avieri, 3 marinai.
NUOVA BABILONIA. La missione
in Iraq si chiama Nuova Babilonia. Complessivamente impiega circa
tremila uomini, provenienti da diversi corpi delle Forze Armate,
impegnati nella regione sud-orientale dell'Iraq. I Carabinieri sono
400. Il Quartier Generale si trova a Nassiriya, 375 chilometri a
sud di Baghdad, la capitale. Nassiriya è il capoluogo della
provincia sciita, culla dell'integralismo islamico. Il giorno dopo
l'attentato, c'era un pellegrinaggio di cittadini, al Comando dei
Carabinieri sull'altra sponda dell'Eufrate. I Carabinieri erano
amati dalla popolazione. «Per loro è più facile», hanno commentato
in molti in Italia: «loro sono abituati a tenere i rapporti sul
territorio, a stare dalla parte dei cittadini. Nelle Stazioni dei
paesi il maresciallo è un amico, come il farmacista».

Lo sappiamo, lo abbiamo verificato
anche questa volta, con i mazzi di fiori deposti davanti al Comando
Generale, in viale Romania, a Roma, e con le visite di cordoglio e
di condoglianze in tutte le Stazioni. Con le migliaia di
telefonate, le e-mails, le lettere, segno di un rapporto
strettissimo con la popolazione. Il Comandante Generale dell'Arma,
Guido Bellini, quando ha ricevuto la notizia della tragedia, ha
commentato a bassa voce: «È come se avessi perso i miei figli». Poi
ha detto, con giusta fierezza: «Nessuno, non uno dei nostri ragazzi
ha chiesto di rientrare. Anzi, abbiamo un elenco lungo così di
richieste per partire».
Il giorno stesso del funerale, i
feriti non vedevano l'ora di tornare in Iraq. Non vedeva l'ora di
ripartire il maresciallo Marilena Iacobini, ricoverata al Celio per
le ferite riportate nell'esplosione. «Mi sono buttata a terra,
d'istinto. Mi sono salvata così», ha raccontato mille volte a tutti
quelli che le chiedevano una testimonianza. «Mi sposerò, avrò dei
figli. A uno darò il nome del maresciallo Filippo Merlino, che è
morto proprio accanto a me».
Ha raccontato un sopravvissuto, il
maggiore Claudio Capello, che si trovava nella sua stanza, con due
marescialli e un appuntato: «Mi sono alzato dalla scrivania, sono
uscito un momento, un secondo dopo ho sentito il boato: la mia
stanza non c'era più. Mi sono affacciato in una crepa e ho visto i
morti per terra, sentivo le urla del maresciallo Marilena
Iacobini».
I giornalisti, davanti allo
scheletro fumante della palazzina, interrogavano i sopravvissuti,
per raccogliere testimonianze, ma anche per conoscere il loro stato
d'animo, le loro intenzioni per il futuro. La risposta era sempre
la stessa, con parole diverse: «Questo è il nostro lavoro, e
continueremo a farlo». Così, semplicemente, senza un filo di
retorica. Un carabiniere, rimasto anonimo, ha precisato meglio il
pensiero: «Qui nessuno pensa ad andarsene. Lo dobbiamo ai nostri
compagni scomparsi. A Nassiriya c'è un sacco di gente che soffre.
Dobbiamo aiutarli. Siamo qui per questo. C'è ancora molto da fare
per noi qui».
Poteva essere lecito dubitare della
reazione degli italiani, non di quella dei nostri soldati in
missione. Ma anche gli italiani hanno reagito con grande orgoglio,
con compostezza, con dolore autentico, con pudore, e pure senza
vergogna di esprimere fino in fondo i propri sentimenti. Con una
partecipazione che nessuno avrebbe immaginato alla vigilia. A una
ragazza, una studentessa universitaria, che assisteva dall'esterno
alla cerimonia funebre, un cronista ha domandato: «Che cosa l'ha
spinta a venire qui?». Lei ha risposto: «L'amore per l'Italia».
Espressioni del genere, in televisione, non si sentivano da molto
tempo.
«Sono orgoglioso per il coraggio e
l'umanità dei nostri soldati», ha detto il Presidente del
Consiglio, Berlusconi. E il Presidente degli Stati Uniti, George
Bush, ha dichiarato: «L'Italia ha perso alcuni figli coraggiosi al
servizio della libertà e della pace».
GROUND ZERO. Due anni dopo
gli Stati Uniti, abbiamo avuto anche noi il nostro 11 settembre.
«C'è un grande cratere dove prima si trovava il parcheggio, a meno
di 10 metri dalla facciata devastata della palazzina a tre piani»,
ha testimoniato un giornalista. Il giorno successivo il Ministro
della Difesa Antonio Martino, accorso sul posto, ha aggiunto una
considerazione, dolorosa, ma niente affatto retorica: «Quel cratere
è il nostro Ground Zero». A New York, dopo l'attacco alle Torri
Gemelle, furono vendute oltre centomila bandiere a stelle e
strisce. I cittadini americani dimostrarono il loro orgoglio
nazionale. Nel momento della sventura, come fanno gli uomini
forti.
L'Italia si è comportata nello
stesso modo. Il giorno prima dei funerali, nella camera ardente, il
capo dello Stato ha abbracciato a lungo (come un fratello) il padre
del maresciallo Alfonso Trincone. Gli italiani hanno abbracciato
allo stesso modo tutti i parenti delle vittime, riconoscendosi nel
gesto spontaneo di Carlo Azeglio Ciampi. È stato indimenticabile il
tributo della folla. Una coda che non finiva mai, davanti al
Vittoriano. Che si ingrossava di ora in ora, che resisteva durante
la notte, che s'infoltiva ancora al mattino successivo, il giorno
dei funerali. E poi il silenzio della gente al passaggio del corteo
funebre, verso la basilica fuori le mura. I camion con i feretri,
scortati dai Corazzieri a cavallo, a passo d'uomo. Una folla ancora
compatta, la coscienza nazionale.
Ha scritto con ammirazione
l'intellettuale francese André Glucksmann: «Un popolo in lacrime,
ma dignitoso e raccolto, si eleva all'altezza del compito. Ha
compreso che i suoi carabinieri sono stati assassinati in una terra
lontana perché l'Italia ha insegnato all'Europa l'arte e la
dolcezza di vivere insieme in una società "civile", sfuggendo alla
legge della sciabola e del ricatto terroristico».
Martedì 18 novembre - mentre a Roma
si celebravano i solenni funerali ai caduti - nel campo italiano di
Nassiriya il trombettiere intonava il silenzio, davanti alla
bandiera a mezz'asta. Il capitano Roberto Mascia si è confidato con
un giornalista: «Il silenzio è una costante degli ultimi giorni. La
sera, in mensa, stavamo tutti muti, incollati alla tv, stupefatti e
commossi. Quelle file davanti all'Altare della Patria, le
vecchiette, i giovani in coda per rendere omaggio ai morti. Gli
striscioni per le strade di Roma. Io ero branda a branda con
Ficuciello, uno dei ragazzi uccisi. Lo vedo ancora che si mette il
giubbotto anti proiettile prima di uscire per l'ultima volta. È
tremendo. Mi fa bene vedere che questa volta il "partito delle
mamme" non si è schierato contro una missione. Le mamme d'Italia si
sono strette intorno ai morti come fossero figli loro. Questo ci ha
aiutato tantissimo».
I militari rimasti laggiù hanno
preso un'iniziativa che spiega nel migliore dei modi lo spirito con
cui i nostri uomini affrontano le missioni di pace: una raccolta di
fondi per aiutare le vittime irachene di quella maledetta
autocisterna carica di tritolo. |