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Ogni dopoguerra riflette, in misura
diversa, ma riconducibile a due modelli ideali, il modo in cui è
stata condotta la guerra che lo ha preceduto. Se è stata
particolarmente cruenta e il contendente che l'ha persa è stato
completamente debellato, la guerra lascia dietro di sé un
dopoguerra di desolazione e di morte che protrae nel tempo la
ripresa del Paese e la nascita di una sua nuova classe dirigente e
non concede quindi troppe speranze di rivincita, né tanto meno
alcuna concreta possibilità di riprendere le ostilità da parte
degli sconfitti che non si siano rassegnati.
Se, al contrario, è stata rapida e
scarsamente cruenta, la guerra - a meno che i vincitori non siano
stati in grado di operare una profonda epurazione nelle fila degli
sconfitti e di guadagnarsi la collaborazione della nuova classe
dirigente, non compromessa nel conflitto - produce un dopoguerra
che facilita, da un lato, una ripresa relativamente veloce e,
soprattutto, dall'altro, consente la sopravvivenza di qualche
speranza e di qualche possibilità concreta di rivincita da parte
degli sconfitti irriducibili.
a pianificazione del dopoguerra, ad
opera delle truppe vincitrici e di occupazione, non può non tenere
conto delle molteplici variabili che concorrono a rendere più
facile, o invece più problematica, la stabilizzazione del Paese
risultato sconfitto. Non fa eccezione il dopoguerra iracheno.
Nella guerra contro l'Iraq di Saddam
Hussein, la coalizione capeggiata dagli angloamericani aveva
perseguito fin dall'inizio delle ostilità un preciso obiettivo:
porre fine agli scontri armati il più rapidamente possibile, in
modo da fare il minor numero di vittime non solo fra i civili, ma
anche fra le truppe irachene e, ovviamente, fra i propri stessi
soldati. Il carattere distintivo di questo nuovo tipo di guerra,
sperimentata, oltretutto, per la prima volta, è stato, così, il
ricorso e il dispiegamento di strumenti bellici ad altissimo
contenuto tecnologico che hanno consentito un grado di precisione
nelle operazioni belliche mai raggiunto prima. Inoltre, poiché
l'utilizzo di tali nuovi mezzi bellici non sarebbe stato, forse,
sufficiente a realizzare e raggiungere l'obiettivo di tenere ai
margini delle operazioni la popolazione e i militari delle due
parti, i governi americano e inglese non hanno puntato
all'annientamento né dell'esercito di Saddam né delle sue milizie
più fedeli e agguerrite, come era accaduto in passato in tutte le
guerre, bensì alla loro volontaria e libera rinuncia a combattere.
L'esito del conflitto, dunque, non lo hanno deciso solamente i
militari sul campo di battaglia, ma, dietro le quinte, la
diplomazia e soprattutto i servizi di intelligence. Così, si sono
gettate le basi delle attuali, difficili condizioni in cui operano
le truppe della coalizione anti-Saddam nell'attuale dopoguerra.

Esercito e milizie del tiranno
sconfitto si sono disperse quasi del tutto spontaneamente, evitando
di scontrarsi con le forze militari angloamericane di gran lunga
più forti. Ma la dispersione dell'esercito di Saddam ha privato gli
americani e gli inglesi - una volta che, vinta la guerra, fossero
stati cambiati gli alti comandi iracheni con ufficiali superiori
contrari al vecchio regime - di un supporto nel controllo del
territorio e nel mantenimento di condizioni di sicurezza nel
dopoguerra. A sua volta, la dispersione delle milizie fedeli a
Saddam ne ha consentito la rapida riorganizzazione e sta
alimentando ora le azioni di guerriglia militare contro le truppe
angloamericane, mentre uomini provenienti da altri Paesi o
reclutati fra gli elementi del fondamentalismo e dell'integralismo
islamico locali alimentano il terrorismo suicida e omicida. È in
questo senso che si può dire che nel dopoguerra iracheno si sia
realizzata la "saldatura" fra il terrorismo autoctono,
rappresentato dagli uomini del vecchio regime, e il terrorismo
internazionale, rappresentato da uomini e metodi tipici delle
centrali terroriste come Al Qaeda.
Dicono, ora, coloro i quali si erano
opposti alla guerra che, come loro stessi avevano previsto, essa
non solo non ha posto fine al terrorismo, ma, anzi, lo ha
ulteriormente incrementato e che sarebbe stato assai meglio,
dunque, evitare di "svegliare il cane terrorista" che dormiva, o
quanto meno dormicchiava. La tesi è forte e, come si vede, non è
priva di un fondamento empirico. Il terrorismo è effettivamente
aumentato. Naturalmente, come sempre accade in queste circostanze,
non è possibile provare con qualche certezza il contrario. Non si
può, cioè, escludere che l'esplosione terroristica ci sarebbe stata
lo stesso. L'attentato alle due sinagoghe di Istambul, d'altra
parte, sembra dar ragione a coloro i quali sostengono la tesi
opposta, e cioè che la guerra "preventiva" all'Iraq aveva proprio
la funzione di neutralizzare una centrale del terrorismo la cui
offensiva ci sarebbe stata comunque.
Che cosa suggeriscono, allora, gli
analisti di Washington e di Londra che devono risolvere il duplice
problema della stabilizzazione dell'Iraq e della lotta al
terrorismo nel mondo ? Concettualmente suggeriscono, innanzi tutto,
di non affrontare la "questione terrorismo" come se fosse un
fenomeno unitario e univoco, ma di razionalizzarla, scomponendola,
in un primo momento, per ricomporla subito dopo. «Fare di ogni
terrorismo un fascio», essi dicono, «è probabilmente un errore». Il
terrorismo iracheno, che ha ammazzato i carabinieri e i soldati
italiani, che ha fatto saltare in aria la sede dell'Onu e della
Croce Rossa, l'ambasciata giordana, e miete vittime anche fra la
popolazione civile, ha una sua matrice autoctona e una sua
(relativa) autonomia da quello nel resto del mondo: esso punta a
scoraggiare le truppe della coalizione, a terrorizzare la
popolazione che le ha accolte come liberatori e a realizzare la
rivincita da parte di Saddam e dei suoi. Per comodità, gli esperti
in questione lo definiscono "terrorismo locale". È lo stesso caso,
aggiungono, di quello palestinese che insanguina Israele: esso
punta a creare una situazione di perenne precarietà e di forte
insicurezza nella popolazione, e alla conseguente distruzione dello
Stato ebraico.

Il terrorismo che ha abbattuto le
due torri di New York, che ha distrutto la discoteca a Bali, che ha
attentato alle due sinagoghe a Istanbul, concludono gli stessi
esperti, è invece palesemente un terrorismo alimentato da una
"rete" internazionale. Per comodità, essi lo chiamano "terrorismo
globale": esso punta a convincere l'Occidente che è illusorio
cercare di sostenere e difendere i regimi cosiddetti moderati del
mondo islamico e a conquistarlo al fondamentalismo e
all'integralismo. È possibile, anzi è addirittura probabile che fra
i terrorismi "locali" e quello "globale" ci siano dei rapporti di
complicità e di collaborazione; ma ciò che più conta è che c'è una
"correlazione logica, strategica e politica". Tanto più successo
hanno i terrorismi "locali" tanta più forza e convinzione assume il
terrorismo "globale". E viceversa. Se allora questa è la
situazione, la conclusione cui si è giunti a Washington e a Londra
è conseguente. Se è in guerra la coalizione angloamericana in Iraq
e se lo sono gli israeliani in Medio Oriente, in guerra sono anche
i Paesi dove pure il terrorismo non si è ancora fatto vivo, ma
dove, se queste sono le premesse, si farà prima o poi
inevitabilmente vivo. Quindi, non è riconoscendo il terrorismo
"locale", in Iraq, in Medio Oriente, o altrove, come un
interlocutore politico con cui sia possibile negoziare una
soluzione pacifica che si può sperare di sconfiggere anche il
terrorismo "globale". Perché entrambi, quelli locali e quello
globale, puntano allo stesso risultato: la distruzione
dell'avversario e l'instaurazione di condizioni strategiche e di
vita nel mondo islamico e in Medio Oriente diverse.
Poiché i due terrorismi si
alimentano a vicenda, li si sconfigge, dunque, insieme. Quelli
"locali", non solo con la forza delle armi, ma anche con quella
della politica e della diplomazia, prosciugando - come avrebbe
detto Mao Tze-tung - l'acqua nella quale navigano: stabilizzando le
situazioni locali. Quello "globale", lo si sconfigge attraverso
l'intelligence, la chiusura delle sue fonti di finanziamento, la
collaborazione con gli Stati che ora gli danno ospitalità, la
distruzione delle sue basi di addestramento e operative. Sarà una
guerra lunga e dolorosa. |