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Ricordi dall'Italian Everest Expedition

Commemorata ad Aosta la conquista italiana del "Tetto del Mondo". Uno dei partecipanti della gloriosa spedizione ci racconta come andò...

1973, la seconda cordata ha raggiunto la vetta (al centro l'autore dell'articolo, con la targa d'oro della Madonnina che gli aveva dato papa Paolo VI)

Il 7 maggio scorso, ad Aosta, in una cornice di operosità diffusa per i preparativi dell'annuale "Raduno degli alpini" (per la prima volta ospitato in questa città) è stata commemorata la conquista italiana del Monte Everest, avvenuta il 5 ed il 7 maggio del 1973.

La cerimonia ha avuto luogo nelle sale del Castello "Generale Cantore", ubicato su una collina che sovrasta il capoluogo, cittadina ricca di testimonianze storiche. La splendida giornata, l'austera architettura della sede - da cui a giro d'orizzonte è visibile la corona di montagne circostanti - ed il fervore per il raduno degli alpini hanno reso ancor più singolare la ricorrenza, di per sé pregna di memorie e di incalzanti suggestioni miste a vividi ricordi.

Dopo il successo dell'Italian Everest Expedition (denominazione ufficiale), che fu la prima spedizione italiana sull'Everest, ognuno di noi riprese la propria vita e non ebbe più modo di incontrarsi, tranne sporadici casi favoriti da contatti di lavoro o dal vivere nella stessa città. Ma alle ore 17 del 7 maggio scorso, dopo trent'anni, ci siamo ritrovati.

Il tempo ovviamente aveva lasciato il suo segno; ma nonostante ciò, pur se talvolta con difficoltà, ci siamo riconosciuti e commossi. Abbiamo tutti rivissuto le forti emozioni di allora, di un periodo anagraficamente lontano, iniziato quando una sessantina di persone, lasciata alle spalle la propria "realtà" professionale e personale, sono partite con un comune obiettivo: far sventolare il Tricolore d'Italia sulla cima più alta del mondo!

L'Iee (l'Italian Everest Expedition) del '73 fu una spedizione "atipica" per vari motivi: in primo luogo per l'elevato numero (circa trentacinque) e la provenienza degli alpinisti, tutti appartenenti alle Forze Armate e ai Corpi Armati dello Stato.

Guido Monzino, ideatore della spedizione e poi capo della stessa, aveva lungamente perseguito l'intento di individuare negli alpinisti una rappresentatività tale da conferire all'impresa la valenza di "spedizione italiana", senza essere condizionati da logiche diverse. Dopo lunghe e faticose ricerche, pertanto, Monzino propose l'Iee al Ministero della Difesa, che condivise la proposta e l'accettò, facendo selezionare gli alpinisti tra una rosa di uomini in forza ai reparti che avessero in proprio o frequentassero Scuole di Montagna dell'Arma. Oltre al sottoscritto, altri quattro carabinieri: Nemela, Schnarf, Seeber e Cheney.

«I suoi componenti», scrisse successivamente Monzino, «dovevano volontariamente convenire sull'impegno e sulla responsabilità di rappresentare un'idea, una Nazione, la loro Patria e non un fatto politico specifico». A questi uomini veniva offerta la possibilità di aspirare alla conquista della vetta o di contribuire al successo dell'impresa, acquisendo in ogni caso una significativa ed irripetibile esperienza.

In secondo luogo, l'Iee fu "atipica" perché ai climbers si affiancava un gruppo di medici e fisiologi, guidati dal professor Cerretelli, che dovevano effettuare complesse ricerche sul comportamento dell'organismo umano alle altissime quote. Motivo per il quale la spedizione aveva al seguito delicate ed avanzate apparecchiature, che vennero installate in una grande tenda-laboratorio presso il Campo Base a 5.360 metri, precorrendo con ciò il Centro permanente di ricerca del Cnr, realizzato anni dopo alla "Piramide".

Le dimensioni della spedizione ne condizionarono, inevitabilmente, l'organizzazione e la durata, a causa dell'"appesantimento" per l'elevata quantità di viveri e materiali da trasportare.

Il 15 gennaio decollò, alla volta di Katmandu, dall'aeroporto di Cameri, il primo Hercules C130 con un gruppetto di persone (di cui anch'io facevo parte) per costituire una "testa di ponte" incaricata di predisporre in Nepal quanto necessario ad accogliere gli altri componenti e i materiali dell'Iee '73. Il 13 febbraio iniziò, da Lukla, a 2.800 metri, la marcia di avvicinamento all'Everest, alle cui falde, il 23 marzo, venne installato il Campo Base. La marcia, lunga ed impegnativa dal punto di vista logistico, consentì a tutti gli uomini una graduale acclimatazione alla quota.

Alla fine di marzo e per tutto il mese di aprile fu portato un massiccio attacco all'Ice Full (cascata di ghiaccio su un dislivello di 600 metri) e al ghiacciaio sovrastante. Furono allestiti i cinque campi d'alta quota e il "bivacco" per l'attacco alla vetta, raggiunta, come detto, il 5 maggio dalla prima cordata e il 7 dalla seconda.

Trent'anni dopo la splendida impresa, ecco alcuni dei partecipanti mentre si "ritrovano" alla cerimonia svoltasi ad Aosta lo scorso 7 maggio

«L'Everest è, e sarà sempre, una meta estremamente difficile, anche quando si voglia presceglierne la cosiddetta via normale di salita, la via del Colle Sud», proseguiva Guido Monzino. «La difficoltà dell'Everest non è certo nel suo "grado" alpinistico, non è tanto nell'ostilità delle condizioni meteorologiche, ma è sicuramente nella sua quota: questa procrea infiniti problemi che poche persone possono e sanno risolvere e superare. Qualsiasi preparazione specialisticamente alpinistica ritengano di avere i partecipanti, l'Everest si raggiunge qualche volta soltanto, come dimostra l'ampia storiografia inerente. E si conquista a prescindere da piccozza e ramponi e bombole d'ossigeno: se l'uomo che vi è destinato e che vuole e deve affrontarlo è l'uomo davvero più giusto per l'Everest stesso».

Quanto asserito da Monzino credo si attagliasse perfettamente anche al mio caso. Il mio curriculum alpinistico, infatti, era abbastanza modesto: le classiche performances di chi completa i corsi per acquisire il brevetto di "Istruttore Militare d'Alpinismo"; alcune ascensioni sul Monte Bianco e sul Dente del Gigante; alcune "vie" in roccia, di difficoltà varia, sulle Dolomiti.

Ritengo pertanto, come ho avuto modo di rammentare in occasione di un convegno sulla conquista degli 8.000 svoltosi a Bolzano alla fine del 2002 e riportato anche dal quotidiano Alto Adige dello scorso 7 agosto, che in particolar modo sia stata la fortuna di conservare la piena integrità psico-fisica alle quote più alte a fornirmi la possibilità di far parte dei cinque italiani (oltre ai tre nepalesi) che hanno testimoniato lo sforzo dell'intera spedizione sulla cima del "Tetto del Mondo".

Della seconda cordata, di cui formalmente ero a capo, facevano parte anche Virginio Epis, Claudio Benedetti (entrambi istruttori della Scuola Militare Alpina di Aosta) e lo sherpa Sonam Gyaljien. La presenza del maresciallo Epis, mio istruttore ai corsi di qualificazione, è stata preziosa: la sua calma e la sua esperienza hanno sicuramente contribuito ad infondere nei componenti della cordata quella tranquillità e quella fiducia nelle proprie forze, necessarie per affrontare gli ultimi 800 metri verso la cima, raggiunta alle 13 locali.

Per ciò che mi riguarda, ricordo gli oltre cinque mesi lontano dall'Italia e i trentadue giorni consecutivi trascorsi sopra i 6.000 metri, dei quali dodici passati tra i 7.500 metri (campo 4 d'alta quota) e la cima. Tra i tanti "lampi" dei ricordi, rammento anche l'incarico ricevuto da Guido Monzino di portare sulla cima una targa d'oro riproducente in miniatura la "Madonna col Bambino", a sua volta ricevuta da papa Paolo VI e che, forse, avrei dovuto riportare indietro... ma che ho lasciato lassù, tra i ghiacci eterni.

La Iee '73 è stata la prima spedizione italiana sull'Everest; la settima in assoluto. Ebbe il non trascurabile merito di "riportare a casa" incolumi tutti i suoi componenti, tanto più che fino ad allora ammontava a 28 il numero dei morti nel tentativo di conquista della montagna. L'Italia è stata la quarta Nazione ad avere dei suoi rappresentanti sulla cima. I nostri otto alpinisti della vetta sono citati dal 29° al 36° posto nell'albo cronologico dei conquistatori del "Tetto del Mondo" (in totale 485 nei quarant'anni dalla prima conquista di Hillary del 1953).

Per finire, una nota di colore! La mia esperienza con l'Everest è abbinata ad un numero: il 29 (l'ho giocato più volte al lotto ma non è mai uscito!). È il 29 di maggio del '73, infatti, quando l'aereo che ci riportava a casa atterra all'aeroporto di Ciampino. È stato il 29 di giugno che ad Amandola - mio comune di nascita - è stata festeggiata l'impresa. E sempre il 29, ma di luglio, è nata la mia primogenita, Brenda.

Fabrizio Innamorati