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Quando, nel 1878, morì il primo re
d'Italia, Vittorio Emanuele II, i giornali austriaci - del Paese
contro il quale avevamo combattuto le tre guerre d'indipendenza -
non risparmiarono i sarcasmi. Uno suggerì di incidere sulla tomba
del sovrano appena scomparso questo epitaffio: «Qui giace un re cui
tutto tornò vantaggioso, anche le sconfitte». Un altro scrisse che
era stato molto fortunato, in quanto «ebbe in regalo una metà del
suo regno dagli alleati, l'altra metà dai sudditi».
La Terza guerra d'indipendenza non
contribuì certo ad alzare il prestigio delle nostre truppe e
(soprattutto) dei loro comandanti. A parte alcuni scontri di minore
entità, tutto si risolse in due battaglie (una di terra, a Custoza,
l'altra in mare, a Lissa) ambedue perdute. Ci fu spazio per singoli
atti di eroismo e prove di valore individuali. Si distinse un
generale ventiduenne, l'erede al trono Umberto di Savoia.
Combatterono con onore, a Monte Croce (e poi, nel Trentino, con i
volontari di Garibaldi), i Carabinieri Reali. Monte Croce fu uno
degli episodi in cui si spezzettò la battaglia di Custoza del 24
giugno 1866. La 3ª Divisione granatieri, al comando del generale
Brignone, prese posizione nella stessa località dove gli italiani
erano caduti nel 1848 nella prima, non meno infausta, battaglia di
Custoza. Pronti a sostenere qualunque urto nemico, niente poterono
fare contro il micidiale fuoco dell'artiglieria austriaca.
Il drappello dei carabinieri
assegnato alla divisione dovette intervenire per sloggiare gli
artiglieri durante un assalto alla baionetta dei granatieri. Due
furiose cariche (simili per modalità a quella di Pastrengo, anche
se con un numero ridotto di uomini) riuscirono a bloccare per
alcune ore gli austriaci. Il tenente Gaetano Gatto Ainis ricevette
una medaglia di bronzo. Un carabiniere, Giovanni Sicco, fu
insignito della medaglia d'argento «pel coraggio e sangue freddo
dimostrato durante l'intera giornata». A Villafranca (lo stesso
giorno) il maggiore Ricobaldi Del Bava si distinse «per la
particolare energia con la quale, incaricatone, riuscì a stabilire
l'ordine della colonna dei carri al momento della ritirata.
In guerra per Venezia

Quando, nel settembre 1864, Vittorio
Emanuele II nominò capo del governo il generale Alfonso La Marmora,
ci furono molti mormorii a corte. Li testimoniò, in una lettera,
l'ambasciatore britannico a Torino, Henry Elliot: «Il re non lo
ama, perché, senza l'alterigia di Bettino Ricasoli, è altrettanto
retto e intransigente su tutto ciò che considera una questione di
principio. L'antipatia del re verso un primo ministro onesto è,
temo, una malattia inguaribile». Giudizi sull'onestà a parte, si
sapeva della diffidenza del sovrano nei confronti del generale. «La
Marmora», sostiene lo storico inglese Denis Mack Smith, «era un
generale incapace, un politico mediocre e inesperto. Come ufficiale
aveva prestato giuramento di fedeltà assoluta alla Corona e questa
fu forse una delle ragioni della sua nomina alla guida
dell'esecutivo, così come altri generali erano stati posti a capo
del governo nelle elezioni antecedenti al 1860, quando il re aveva
avuto bisogno di obbedienza incondizionata».
Quali fossero i limiti del suo
mandato, La Marmora lo scoprì soprattutto nella politica estera,
dove il suo spazio di autonomia si rivelò presto assai limitato.
Gli capitava spesso di essere soltanto spettatore di quel che
accadeva, e talvolta di essere informato con grave ritardo delle
trattative condotte dalla Corona.
Gli obiettivi principali della
diplomazia italiana erano due, fin dal 1860. Si chiamavano Roma e
Venezia. Vittorio Emanuele - per un certo periodo - aveva coltivato
la speranza di riprendersi la città lagunare sovvenzionando i
movimenti rivoluzionari nell'Europa Orientale, per agevolare una
crisi dell'Impero austro-ungarico. A questo scopo erano stati spesi
diversi milioni di lire di allora, senza ottenere alcun risultato.
E questa via fu quindi abbandonata.
Fu chiaro, a quel punto, che
l'eventualità di coronare con successo il compimento del disegno
unitario dipendeva dal quadro internazionale, dalle mosse delle
Grandi potenze. Nei quindici anni precedenti, l'Italia aveva potuto
contare sull'appoggio della Francia che - viceversa - ostacolava
qualunque iniziativa italiana per la conquista di Roma. Conveniva,
dunque, concentrarsi sull'altro obiettivo, che appariva di più
agevole conseguimento. Quando si inasprirono i rapporti fra la
Prussia e l'Impero austriaco fu chiaro che Venezia avrebbe potuto
essere una contropartita offerta dall'uno o dall'altro dei
contendenti. E l'Italia tenne aperto il dialogo sia con Berlino che
con Vienna. Il primo approccio fu con la Prussia, la cui politica
estera aveva acquistato dinamismo con la nomina a cancelliere di
Ottone di Bismarck, che sarebbe presto diventato uno dei grandi
protagonisti della scena mondiale.

Prima di stringere un'alleanza con
Berlino, la diplomazia italiana sondò gli umori di Napoleone III e
trattò segretamente con la corte di Vienna per ottenere Venezia -
senza combattere - in cambio di una consistente somma in denaro.
L'offerta fu respinta dall'imperatore Francesco Giuseppe. Napoleone
III (che sperava, invece, di ottenere qualche vantaggio
territoriale da una guerra austro-prussiana) dette la sua
benedizione a un patto fra Firenze (capitale provvisoria d'Italia)
e Berlino. Il generale Giuseppe Govone, scelto come
plenipotenziario per una missione diplomatica a Berlino, non rivelò
eccelse doti di negoziatore. Nonostante i prussiani ritenessero
l'intervento italiano indispensabile per la vittoria (in quanto
avrebbe impegnato una parte delle truppe austriache sul fronte
meridionale), l'accordo stipulato (l'8 aprile 1866) previde
l'impegno dell'Italia a entrare in guerra non appena la Prussia
avesse aperto le ostilità, mentre la Prussia non si impegnò a fare
altrettanto nel caso in cui l'Austria avesse attaccato
l'Italia.
Venuto a conoscenza dell'accordo, il
governo austriaco offrì all'Italia la cessione pacifica del Veneto
(che aveva rifiutato in precedenza). Ci si trovò - come più volte è
accaduto nella recente storia patria - di fronte a una scelta
difficile. Era meglio tradire il patto con la Prussia o combattere
una guerra inutile? L'alternativa fu aggravata dal fatto che
Napoleone III (forse intuendo il pericolo di una Prussia
rafforzata) cercò a quel punto di dissuadere l'Italia
dall'intervento, raccomandando comunque di non impegnarsi sui campi
di battaglia con «eccessivo vigore».
Custoza
Il 12 giugno 1866 la Prussia ruppe le relazioni diplomatiche con
l'Austria: quattro giorni dopo avviò le operazioni belliche.
L'Italia consegnò la dichiarazione di guerra (all'arciduca Alberto
d'Asburgo, comandante delle forze austriache nel Veneto) il 20
giugno. Tre giorni dopo iniziò le ostilità. Il comando supremo
delle truppe fu assunto personalmente da Vittorio Emanuele III, che
volle come Capo di stato maggiore Alfonso La Marmora (la guida del
governo passò nelle mani di Ricasoli).

In linea teorica l'esercito italiano
disponeva di una evidente superiorità nei confronti delle truppe
che l'Austria era disposta a impegnare contro di noi: dei suoi
dieci corpi d'armata soltanto tre si trovavano, quale armata di
operazione, sul teatro di guerra italiano; e delle sue cinque
divisioni di cavalleria, soltanto una brigata si trovava in Italia.
A queste forze si dovevano però aggiungere i presidi del
Quadrilatero, di Rovigo, Venezia, Palmanova, Osoppo e Borgoforte,
le forze a difesa del litorale veneto, istriano e dalmatico e
quelle a difesa del Tirolo, oltre a una brigata mobile per il
mantenimento dell'ordine nel Veneto. In totale 190mila uomini.
Quelli impiegati sul campo furono però 61mila, con 152 cannoni e
3.000 cavalieri riuniti in tre corpi d'armata, e 11mila uomini
nella divisione di riserva. L'Italia schierava 20 divisioni (la
forza di dieci corpi d'armata normali, riuniti però in tre grossi
corpi d'armata di quattro divisioni ciascuno, schierati sulle rive
del Mincio e un enorme corpo d'armata, composto da otto divisioni,
dislocato sul basso Po). Complessivamente le forze in campo erano
il triplo di quelle nemiche, con 200mila combattenti di fanteria,
10.500 cavalieri e 462 cannoni. C'erano poi 28mila guardie
nazionali mobili, 38mila volontari garibaldini e 20mila
carabinieri. La relazione ufficiale dello Stato maggiore dava la
cifra complessiva di 565mila uomini, di cui 293mila
combattenti.
La superiorità numerica era,
purtroppo, vanificata da due elementi negativi. «L'esercito
italiano», osserva Piero Pieri nella Storia militare del
Risorgimento, «si trovava in una posizione strategicamente cattiva,
di fronte agli austriaci che possedevano il Quadrilatero» e
«disponevano nel Polesine di una zona protetta dal corso del Po e
quindi dell'Adige, e tutta rotta da fossi, canali, paludi».
Mancava, inoltre, una strategia efficace.

La Marmora era il Capo di stato
maggiore, ma quasi metà degli uomini erano al comando del generale
Cialdini, che non aveva alcuna intenzione di accettare ordini da La
Marmora. I due ebbero un incontro alla vigilia delle operazioni, ma
ognuno rivendicò il diritto di svolgere l'azione principale. Dopo
un successivo scambio di telegrammi, si decise che La Marmora
avrebbe attaccato per primo, impiegando le divisioni schierate sul
Mincio, mentre Cialdini assunse il comando delle forze sul Po. La
Marmora mise due divisioni a guardia di Peschiera e quattro a
guardia di Mantova. Aveva dodici divisioni, ne utilizzò appena la
metà, il 24 giugno, quando si scontrò con il nemico a Custoza. La
battaglia si risolse in una serie di scontri frammentari, nei quali
gli italiani si trovarono quasi sempre in inferiorità numerica. La
mancanza di collegamento fra un reparto e l'altro fece il resto.
Vittorio Emanuele non riuscì a sua volta a mettersi in contatto con
il suo Capo di stato maggiore: i pochi uomini di cui disponeva
furono appena sufficienti a soccorrere il principe Umberto,
accerchiato dal nemico. Cialdini, in tutto questo, non si mosse,
rimanendo molto lontano dalla zona delle operazioni. Nelle prime
ore del pomeriggio, La Marmora ebbe l'impressione di aver perso la
battaglia, e ordinò ai suoi uomini di ritirarsi. Lo udirono
mormorare: «Che disfatta! Che catastrofe! Nemmeno nel '49!».
Racconta Piero Pieri: «Cercava invano di avviarsi per la strada di
Oliosi, ma essa era più che mai ingombra; retrocedeva ed esclamava:
"Bisogna che mi rechi a Goito ad assicurare la ritirata"; e così si
allontanava dal teatro della lotta senza lasciare alcun ordine, e
giungeva a Goito fra l'una e mezzo e le due pomeridiane. E qui
finiva di fatto l'opera sua di comandante dell'esercito del
Mincio».
Sul campo di battaglia erano
rimasti, fra morti e feriti, più di cinquemila austriaci e poco più
di tremila italiani. Non era una sconfitta, e avrebbe potuto
tramutarsi in una vittoria. Se solo La Marmora non si fosse fatto
prendere dallo scoramento. Se solo Cialdini fosse intervenuto
tempestivamente. Se solo fossero stati capaci di serrare i ranghi e
organizzare una controffensiva per l'indomani.
Lissa
I cannoni tacquero per quasi un mese. Al vertice regnava
l'anarchia. La Marmora aveva offerto le dimissioni che furono
rifiutate. Ma un consiglio di guerra (tenuto a Ferrara il 14
luglio, quando già i prussiani avevano chiuso la partita a Sadowa)
decise il suo declassamento: a lui fu affidata per una seconda fase
del conflitto (che non ci sarebbe mai stata) un'armata di sole sei
divisioni, con il compito di tenere le posizioni; a Cialdini
un'armata di quattordici divisioni, che ebbe l'incarico di marciare
verso l'Isonzo e, se del caso, su Vienna.

Un secondo smacco l'Italia lo subì
sui mari. La flotta italiana era stata affidata dal Ministro della
Marina Depretis all'ammiraglio Persano. Le navi austriache erano
comandate dal contrammiraglio Wilhelm von Tegetthoff. «Il 27
giugno», racconta Piero Pieri, «la flotta italiana era stata
provocata a battaglia dal Tegetthoff, senza che il Persano avesse
accettato la sfida. L'8 luglio, finalmente, la nostra squadra aveva
lasciato Ancona, e per cinque giorni aveva incrociato in mezzo
all'Adriatico, quindi il 13 era tornato ad Ancona senza nulla aver
concluso. Il giorno dopo al Persano giungeva l'intimazione d'agire
pena la sostituzione. E allora, contro voglia, si decideva secondo
il consiglio del ministero ad agire contro l'isola ben fortificata
di Lissa, allo scopo soprattutto di obbligare il Tegetthoff a
uscire dalla sicura base di Pola e venire a battaglia».
Persano aveva previsto di arrivare a
destinazione di notte, per sorprendere il nemico. Invece la flotta
italiana si presentò davanti all'isola quando era giorno inoltrato.
Le due squadre comandate dagli ammiragli Giovanni Vacca e Giovanni
Battista Albini non eseguirono l'ordine di bombardare le batterie
nemiche. Era il 18 luglio. Persano traccheggiò ancora due giorni,
consentendo a Tegetthoff di prenderlo di sorpresa, quando la flotta
italiana era sparpagliata intorno all'isola, con un mare burrascoso
che non consentiva un agevole ricongiungimento. Le navi austriache
erano di legno, e quindi più agili, e avanzavano schierate a cuneo.
Persano cambiò la formazione della propria flotta, mostrando il
fianco al nemico per poter usare le artiglierie. Di fatto, contro
la flotta austriaca riunita, si trovavano a combattere solo le navi
al centro della prima linea italiana. La Re d'Italia fu speronata e
affondata dall'ammiraglia nemica Herzog Ferdinand Marx. Anche la
Palestro venne affondata. L'Affondatore (sulla quale si era
spostato Persano, imbarcato prima sulla Re d'Italia) si allontanò
dalla zona dello scontro per evitare di incrociare il vascello
Kaiser. Verso mezzogiorno Tegetthoff, fiero dei risultati
conseguiti, si diresse verso Lesina, inseguito disordinatamente da
una parte della flotta italiana, che prestò rinunciò. Persano si
votò da solo alla sconfitta e alla fine ingloriosa della propria
carriera.
Bezzecca
Il giorno successivo (21 luglio) si
continuò a combattere soltanto in Trentino. I Cacciatori delle
Alpi, comandati da Giuseppe Garibaldi, avevano appena conquistato
Bezzecca, un paese nella val di Ledro. Tre forti colonne austriache
attaccarono la mattina del 21. Garibaldi - che era partito all'alba
dal paese di Storo in carrozza (17 giorni prima era stato ferito a
una gamba in uno scontro sul Monte Suello) - giunse sul posto con
il 9° reggimento, comandato dal figlio Menotti, proprio mentre i
suoi uomini stavano cedendo sotto l'impeto del nemico.
Il paese era ormai perduto, e i
volontari non avevano più riserve da buttare nella mischia.
Garibaldi ordinò a due battaglioni del 9° Reggimento di occupare le
alture dietro l'abitato e all'artiglieria di far convergere il
fuoco dei propri otto pezzi sul paese, per frenare l'impeto
austriaco. Gli ufficiali garibaldini, ripreso fiato, riuscirono a
riorganizzare le loro truppe, mentre il 9° passava al contrattacco.
Ci fu anche una carica alla baionetta. Alle ore 12 Bezzecca era
riconquistata, e gli austriaci erano in fuga. Si apriva così la
strada verso Trento.
Il 22 luglio La Marmora informò
Garibaldi che era stato firmato l'armistizio, ordinandogli di
sospendere le ostilità. L'eroe rispose con il celebre telegramma:
«Obbedisco». Una testimone, la giornalista inglese Jessie White,
scrisse: «Ho visto rompere spade, spezzare baionette, molti
gettarsi a terra e rotolarsi nelle zolle ancora inzuppate del
sangue dei fratelli».
Il 3 ottobre fu firmata la pace, a
Vienna. L'Austria consegnò il Veneto (ma non il Trentino) a
Napoleone III perché a sua volta lo cedesse all'Italia.
Un'autentica umiliazione. Francesco Giuseppe restituì all'Italia la
Corona Ferrea, che in precedenza era stata portata da Milano a
Vienna.
Il Veneto - come avevano fatto le
regioni del centro e del sud sei anni prima - accettò l'annessione
al Regno d'Italia con un referendum che dette un esito
plebiscitario: 650mila sì e 60 no.
Nonostante le sconfitte di Custoza e
Lissa, il disegno unitario compiva un ulteriore passo avanti.
Mancava ancora Roma. Mancavano il Trentino e
Trieste. |