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L'eroismo dei Carabinieri

Nel 1866 il conflitto fra la Prussia e l'Impero austro-ungarico consentì all'Italia di recuperare il Veneto, ancora sotto il dominio di Vienna. Scendemmo in guerra contro l'Austria, ma la campagna militare si risolse in due amare sconfitte: a Custoza e nello specchio di mare davanti all'isolotto di Lissa, nell'Adriatico. La Terza guerra d'indipendenza si concluse in meno di un mese. Soltanto Garibaldi, con i suoi Cacciatori delle Alpi, salvò l'onore italiano sconfiggendo gli austriaci alla Bezzecca, in Trentino

Sebastiano De Albertis, Carabinieri in azione nella III Guerra di Indipendenza (collezione privata).

Quando, nel 1878, morì il primo re d'Italia, Vittorio Emanuele II, i giornali austriaci - del Paese contro il quale avevamo combattuto le tre guerre d'indipendenza - non risparmiarono i sarcasmi. Uno suggerì di incidere sulla tomba del sovrano appena scomparso questo epitaffio: «Qui giace un re cui tutto tornò vantaggioso, anche le sconfitte». Un altro scrisse che era stato molto fortunato, in quanto «ebbe in regalo una metà del suo regno dagli alleati, l'altra metà dai sudditi».

La Terza guerra d'indipendenza non contribuì certo ad alzare il prestigio delle nostre truppe e (soprattutto) dei loro comandanti. A parte alcuni scontri di minore entità, tutto si risolse in due battaglie (una di terra, a Custoza, l'altra in mare, a Lissa) ambedue perdute. Ci fu spazio per singoli atti di eroismo e prove di valore individuali. Si distinse un generale ventiduenne, l'erede al trono Umberto di Savoia. Combatterono con onore, a Monte Croce (e poi, nel Trentino, con i volontari di Garibaldi), i Carabinieri Reali. Monte Croce fu uno degli episodi in cui si spezzettò la battaglia di Custoza del 24 giugno 1866. La 3ª Divisione granatieri, al comando del generale Brignone, prese posizione nella stessa località dove gli italiani erano caduti nel 1848 nella prima, non meno infausta, battaglia di Custoza. Pronti a sostenere qualunque urto nemico, niente poterono fare contro il micidiale fuoco dell'artiglieria austriaca.

Il drappello dei carabinieri assegnato alla divisione dovette intervenire per sloggiare gli artiglieri durante un assalto alla baionetta dei granatieri. Due furiose cariche (simili per modalità a quella di Pastrengo, anche se con un numero ridotto di uomini) riuscirono a bloccare per alcune ore gli austriaci. Il tenente Gaetano Gatto Ainis ricevette una medaglia di bronzo. Un carabiniere, Giovanni Sicco, fu insignito della medaglia d'argento «pel coraggio e sangue freddo dimostrato durante l'intera giornata». A Villafranca (lo stesso giorno) il maggiore Ricobaldi Del Bava si distinse «per la particolare energia con la quale, incaricatone, riuscì a stabilire l'ordine della colonna dei carri al momento della ritirata.



In guerra per Venezia



Elmo da dragone del principe Umberto di Savoia.

Quando, nel settembre 1864, Vittorio Emanuele II nominò capo del governo il generale Alfonso La Marmora, ci furono molti mormorii a corte. Li testimoniò, in una lettera, l'ambasciatore britannico a Torino, Henry Elliot: «Il re non lo ama, perché, senza l'alterigia di Bettino Ricasoli, è altrettanto retto e intransigente su tutto ciò che considera una questione di principio. L'antipatia del re verso un primo ministro onesto è, temo, una malattia inguaribile». Giudizi sull'onestà a parte, si sapeva della diffidenza del sovrano nei confronti del generale. «La Marmora», sostiene lo storico inglese Denis Mack Smith, «era un generale incapace, un politico mediocre e inesperto. Come ufficiale aveva prestato giuramento di fedeltà assoluta alla Corona e questa fu forse una delle ragioni della sua nomina alla guida dell'esecutivo, così come altri generali erano stati posti a capo del governo nelle elezioni antecedenti al 1860, quando il re aveva avuto bisogno di obbedienza incondizionata».

Quali fossero i limiti del suo mandato, La Marmora lo scoprì soprattutto nella politica estera, dove il suo spazio di autonomia si rivelò presto assai limitato. Gli capitava spesso di essere soltanto spettatore di quel che accadeva, e talvolta di essere informato con grave ritardo delle trattative condotte dalla Corona.

Gli obiettivi principali della diplomazia italiana erano due, fin dal 1860. Si chiamavano Roma e Venezia. Vittorio Emanuele - per un certo periodo - aveva coltivato la speranza di riprendersi la città lagunare sovvenzionando i movimenti rivoluzionari nell'Europa Orientale, per agevolare una crisi dell'Impero austro-ungarico. A questo scopo erano stati spesi diversi milioni di lire di allora, senza ottenere alcun risultato. E questa via fu quindi abbandonata.

Fu chiaro, a quel punto, che l'eventualità di coronare con successo il compimento del disegno unitario dipendeva dal quadro internazionale, dalle mosse delle Grandi potenze. Nei quindici anni precedenti, l'Italia aveva potuto contare sull'appoggio della Francia che - viceversa - ostacolava qualunque iniziativa italiana per la conquista di Roma. Conveniva, dunque, concentrarsi sull'altro obiettivo, che appariva di più agevole conseguimento. Quando si inasprirono i rapporti fra la Prussia e l'Impero austriaco fu chiaro che Venezia avrebbe potuto essere una contropartita offerta dall'uno o dall'altro dei contendenti. E l'Italia tenne aperto il dialogo sia con Berlino che con Vienna. Il primo approccio fu con la Prussia, la cui politica estera aveva acquistato dinamismo con la nomina a cancelliere di Ottone di Bismarck, che sarebbe presto diventato uno dei grandi protagonisti della scena mondiale.

I Carabinieri nella carica di Monte Croce (litografia a colori).

Prima di stringere un'alleanza con Berlino, la diplomazia italiana sondò gli umori di Napoleone III e trattò segretamente con la corte di Vienna per ottenere Venezia - senza combattere - in cambio di una consistente somma in denaro. L'offerta fu respinta dall'imperatore Francesco Giuseppe. Napoleone III (che sperava, invece, di ottenere qualche vantaggio territoriale da una guerra austro-prussiana) dette la sua benedizione a un patto fra Firenze (capitale provvisoria d'Italia) e Berlino. Il generale Giuseppe Govone, scelto come plenipotenziario per una missione diplomatica a Berlino, non rivelò eccelse doti di negoziatore. Nonostante i prussiani ritenessero l'intervento italiano indispensabile per la vittoria (in quanto avrebbe impegnato una parte delle truppe austriache sul fronte meridionale), l'accordo stipulato (l'8 aprile 1866) previde l'impegno dell'Italia a entrare in guerra non appena la Prussia avesse aperto le ostilità, mentre la Prussia non si impegnò a fare altrettanto nel caso in cui l'Austria avesse attaccato l'Italia.

Venuto a conoscenza dell'accordo, il governo austriaco offrì all'Italia la cessione pacifica del Veneto (che aveva rifiutato in precedenza). Ci si trovò - come più volte è accaduto nella recente storia patria - di fronte a una scelta difficile. Era meglio tradire il patto con la Prussia o combattere una guerra inutile? L'alternativa fu aggravata dal fatto che Napoleone III (forse intuendo il pericolo di una Prussia rafforzata) cercò a quel punto di dissuadere l'Italia dall'intervento, raccomandando comunque di non impegnarsi sui campi di battaglia con «eccessivo vigore».



Custoza




Il 12 giugno 1866 la Prussia ruppe le relazioni diplomatiche con l'Austria: quattro giorni dopo avviò le operazioni belliche. L'Italia consegnò la dichiarazione di guerra (all'arciduca Alberto d'Asburgo, comandante delle forze austriache nel Veneto) il 20 giugno. Tre giorni dopo iniziò le ostilità. Il comando supremo delle truppe fu assunto personalmente da Vittorio Emanuele III, che volle come Capo di stato maggiore Alfonso La Marmora (la guida del governo passò nelle mani di Ricasoli).

Giovanni Fattori, La battaglia di Custoza (Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna).

In linea teorica l'esercito italiano disponeva di una evidente superiorità nei confronti delle truppe che l'Austria era disposta a impegnare contro di noi: dei suoi dieci corpi d'armata soltanto tre si trovavano, quale armata di operazione, sul teatro di guerra italiano; e delle sue cinque divisioni di cavalleria, soltanto una brigata si trovava in Italia. A queste forze si dovevano però aggiungere i presidi del Quadrilatero, di Rovigo, Venezia, Palmanova, Osoppo e Borgoforte, le forze a difesa del litorale veneto, istriano e dalmatico e quelle a difesa del Tirolo, oltre a una brigata mobile per il mantenimento dell'ordine nel Veneto. In totale 190mila uomini. Quelli impiegati sul campo furono però 61mila, con 152 cannoni e 3.000 cavalieri riuniti in tre corpi d'armata, e 11mila uomini nella divisione di riserva. L'Italia schierava 20 divisioni (la forza di dieci corpi d'armata normali, riuniti però in tre grossi corpi d'armata di quattro divisioni ciascuno, schierati sulle rive del Mincio e un enorme corpo d'armata, composto da otto divisioni, dislocato sul basso Po). Complessivamente le forze in campo erano il triplo di quelle nemiche, con 200mila combattenti di fanteria, 10.500 cavalieri e 462 cannoni. C'erano poi 28mila guardie nazionali mobili, 38mila volontari garibaldini e 20mila carabinieri. La relazione ufficiale dello Stato maggiore dava la cifra complessiva di 565mila uomini, di cui 293mila combattenti.

La superiorità numerica era, purtroppo, vanificata da due elementi negativi. «L'esercito italiano», osserva Piero Pieri nella Storia militare del Risorgimento, «si trovava in una posizione strategicamente cattiva, di fronte agli austriaci che possedevano il Quadrilatero» e «disponevano nel Polesine di una zona protetta dal corso del Po e quindi dell'Adige, e tutta rotta da fossi, canali, paludi». Mancava, inoltre, una strategia efficace.

De Belly, Il Quadrato di Villafranca.

La Marmora era il Capo di stato maggiore, ma quasi metà degli uomini erano al comando del generale Cialdini, che non aveva alcuna intenzione di accettare ordini da La Marmora. I due ebbero un incontro alla vigilia delle operazioni, ma ognuno rivendicò il diritto di svolgere l'azione principale. Dopo un successivo scambio di telegrammi, si decise che La Marmora avrebbe attaccato per primo, impiegando le divisioni schierate sul Mincio, mentre Cialdini assunse il comando delle forze sul Po. La Marmora mise due divisioni a guardia di Peschiera e quattro a guardia di Mantova. Aveva dodici divisioni, ne utilizzò appena la metà, il 24 giugno, quando si scontrò con il nemico a Custoza. La battaglia si risolse in una serie di scontri frammentari, nei quali gli italiani si trovarono quasi sempre in inferiorità numerica. La mancanza di collegamento fra un reparto e l'altro fece il resto. Vittorio Emanuele non riuscì a sua volta a mettersi in contatto con il suo Capo di stato maggiore: i pochi uomini di cui disponeva furono appena sufficienti a soccorrere il principe Umberto, accerchiato dal nemico. Cialdini, in tutto questo, non si mosse, rimanendo molto lontano dalla zona delle operazioni. Nelle prime ore del pomeriggio, La Marmora ebbe l'impressione di aver perso la battaglia, e ordinò ai suoi uomini di ritirarsi. Lo udirono mormorare: «Che disfatta! Che catastrofe! Nemmeno nel '49!». Racconta Piero Pieri: «Cercava invano di avviarsi per la strada di Oliosi, ma essa era più che mai ingombra; retrocedeva ed esclamava: "Bisogna che mi rechi a Goito ad assicurare la ritirata"; e così si allontanava dal teatro della lotta senza lasciare alcun ordine, e giungeva a Goito fra l'una e mezzo e le due pomeridiane. E qui finiva di fatto l'opera sua di comandante dell'esercito del Mincio».

Sul campo di battaglia erano rimasti, fra morti e feriti, più di cinquemila austriaci e poco più di tremila italiani. Non era una sconfitta, e avrebbe potuto tramutarsi in una vittoria. Se solo La Marmora non si fosse fatto prendere dallo scoramento. Se solo Cialdini fosse intervenuto tempestivamente. Se solo fossero stati capaci di serrare i ranghi e organizzare una controffensiva per l'indomani.




Lissa




I cannoni tacquero per quasi un mese. Al vertice regnava l'anarchia. La Marmora aveva offerto le dimissioni che furono rifiutate. Ma un consiglio di guerra (tenuto a Ferrara il 14 luglio, quando già i prussiani avevano chiuso la partita a Sadowa) decise il suo declassamento: a lui fu affidata per una seconda fase del conflitto (che non ci sarebbe mai stata) un'armata di sole sei divisioni, con il compito di tenere le posizioni; a Cialdini un'armata di quattordici divisioni, che ebbe l'incarico di marciare verso l'Isonzo e, se del caso, su Vienna.

Anonimo, Lo scontro fra il Re del Portogallo e il Kaiser nella battaglia di Lissa (Roma, Museo Centrale del Risorgimento).

Un secondo smacco l'Italia lo subì sui mari. La flotta italiana era stata affidata dal Ministro della Marina Depretis all'ammiraglio Persano. Le navi austriache erano comandate dal contrammiraglio Wilhelm von Tegetthoff. «Il 27 giugno», racconta Piero Pieri, «la flotta italiana era stata provocata a battaglia dal Tegetthoff, senza che il Persano avesse accettato la sfida. L'8 luglio, finalmente, la nostra squadra aveva lasciato Ancona, e per cinque giorni aveva incrociato in mezzo all'Adriatico, quindi il 13 era tornato ad Ancona senza nulla aver concluso. Il giorno dopo al Persano giungeva l'intimazione d'agire pena la sostituzione. E allora, contro voglia, si decideva secondo il consiglio del ministero ad agire contro l'isola ben fortificata di Lissa, allo scopo soprattutto di obbligare il Tegetthoff a uscire dalla sicura base di Pola e venire a battaglia».

Persano aveva previsto di arrivare a destinazione di notte, per sorprendere il nemico. Invece la flotta italiana si presentò davanti all'isola quando era giorno inoltrato. Le due squadre comandate dagli ammiragli Giovanni Vacca e Giovanni Battista Albini non eseguirono l'ordine di bombardare le batterie nemiche. Era il 18 luglio. Persano traccheggiò ancora due giorni, consentendo a Tegetthoff di prenderlo di sorpresa, quando la flotta italiana era sparpagliata intorno all'isola, con un mare burrascoso che non consentiva un agevole ricongiungimento. Le navi austriache erano di legno, e quindi più agili, e avanzavano schierate a cuneo. Persano cambiò la formazione della propria flotta, mostrando il fianco al nemico per poter usare le artiglierie. Di fatto, contro la flotta austriaca riunita, si trovavano a combattere solo le navi al centro della prima linea italiana. La Re d'Italia fu speronata e affondata dall'ammiraglia nemica Herzog Ferdinand Marx. Anche la Palestro venne affondata. L'Affondatore (sulla quale si era spostato Persano, imbarcato prima sulla Re d'Italia) si allontanò dalla zona dello scontro per evitare di incrociare il vascello Kaiser. Verso mezzogiorno Tegetthoff, fiero dei risultati conseguiti, si diresse verso Lesina, inseguito disordinatamente da una parte della flotta italiana, che prestò rinunciò. Persano si votò da solo alla sconfitta e alla fine ingloriosa della propria carriera.




Bezzecca





F. Zonaro, La battaglia di Bezzecca (Milano, Museo del Risorgimento).

Il giorno successivo (21 luglio) si continuò a combattere soltanto in Trentino. I Cacciatori delle Alpi, comandati da Giuseppe Garibaldi, avevano appena conquistato Bezzecca, un paese nella val di Ledro. Tre forti colonne austriache attaccarono la mattina del 21. Garibaldi - che era partito all'alba dal paese di Storo in carrozza (17 giorni prima era stato ferito a una gamba in uno scontro sul Monte Suello) - giunse sul posto con il 9° reggimento, comandato dal figlio Menotti, proprio mentre i suoi uomini stavano cedendo sotto l'impeto del nemico.

Il paese era ormai perduto, e i volontari non avevano più riserve da buttare nella mischia. Garibaldi ordinò a due battaglioni del 9° Reggimento di occupare le alture dietro l'abitato e all'artiglieria di far convergere il fuoco dei propri otto pezzi sul paese, per frenare l'impeto austriaco. Gli ufficiali garibaldini, ripreso fiato, riuscirono a riorganizzare le loro truppe, mentre il 9° passava al contrattacco. Ci fu anche una carica alla baionetta. Alle ore 12 Bezzecca era riconquistata, e gli austriaci erano in fuga. Si apriva così la strada verso Trento.

Il 22 luglio La Marmora informò Garibaldi che era stato firmato l'armistizio, ordinandogli di sospendere le ostilità. L'eroe rispose con il celebre telegramma: «Obbedisco». Una testimone, la giornalista inglese Jessie White, scrisse: «Ho visto rompere spade, spezzare baionette, molti gettarsi a terra e rotolarsi nelle zolle ancora inzuppate del sangue dei fratelli».

Il 3 ottobre fu firmata la pace, a Vienna. L'Austria consegnò il Veneto (ma non il Trentino) a Napoleone III perché a sua volta lo cedesse all'Italia. Un'autentica umiliazione. Francesco Giuseppe restituì all'Italia la Corona Ferrea, che in precedenza era stata portata da Milano a Vienna.

Il Veneto - come avevano fatto le regioni del centro e del sud sei anni prima - accettò l'annessione al Regno d'Italia con un referendum che dette un esito plebiscitario: 650mila sì e 60 no.

Nonostante le sconfitte di Custoza e Lissa, il disegno unitario compiva un ulteriore passo avanti. Mancava ancora Roma. Mancavano il Trentino e Trieste.

Max Remondino