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Situati tra il Mar dei Caraibi e
l'Atlantico, nell'arco delle Piccole Antille, l'arcipelago della
Guadalupa, alla sua sommità, come anche la Martinica, più a sud,
accolgono ogni anno numerose navi passeggeri, da crociera, yachts,
e molti voli da Francia e America. Entrambi sono patrimonio
francese. Fanno quindi parte dell'Europa a tutti gli effetti: loro
moneta ufficiale è l'euro e, se vi si arriva da un Paese
comunitario, non è necessario il passaporto.
Guadalupa, la farfalla.
L'isola principale - che in realtà ne comprende due: Basse Terre
(850 km2), un rilievo vulcanico accidentato, e Grande-Terre (585
km2), calcarea e piatta - ricorda la forma di una farfalla con le
ali spiegate. Accanto ad essa troviamo altre cinque isolette: tutte
insieme costituiscono il Dipartimento.
Battezzate da Cristoforo Colombo, i
loro nomi sono pittoreschi quanto i loro paesaggi: Marie Galante
(150 km2) - dal nome di una delle sue caravelle - è la più
importante. Si trova a 15 minuti di volo (o un'ora di navigazione)
da Pointe-à-Pitre, la città più importante dopo Basse-Terre, la
capitale. Cosparsa di antichi mulini e di campi di canna,
quest'isola, dal fascino campestre, offre splendide spiagge di
sabbia dorata. Un altro piccolo paradiso di serena tranquillità
sono gli isolotti di Les Saints (14 km2): una magnifica baia a cui
non manca nemmeno la classica montagna a pan di zucchero! Una
natura affascinante, dalle colorate abitazioni, che colpisce il
turista, così come il mare e le numerose iguane che scorrazzano
intorno.
Quiete, solitudine e semplicità sono
le caratteristiche di La Desirade e La Petite Terre (30 km2):
un'isola rocciosa diversa da tutte le altre che sono, al contrario,
più verdi. Più a nord, la bellissima Saint-Martin: divisa tra
Francia e Olanda dal 1648, gode di statuto di porto franco. Ha un
clima secco, spiagge magnifiche e un'organizzazione alberghiera di
qualità, con baie attrezzate per imbarcazioni da diporto. Infine
Saint Barthélemy, che, dopo un secolo di sovranità svedese, è
anch'essa porto franco.
La Guadalupa fu scoperta e
battezzata dall'esploratore genovese durante il suo secondo
viaggio, il 4 novembre 1493. La scelta del nome testimonia la
riconoscenza di Colombo a Nostra Signora della Guadalupa di
Estremadura. Fu qui, infatti, che si recò in pellegrinaggio per
rendere grazie alla Vergine che, durante la sua prima spedizione,
lo aveva protetto contro le tempeste.
Il nome spagnolo "Guad-al-upa"
deriva dall'arabo Oued-el-oub, che significa "fiume dell'Amore".
Gli indiani Caribi (da dove pare derivi il nome "cannibale", data
la loro usanza di mangiare il nemico) - precedenti abitanti delle
isole, che conquistarono agli Arawak - la chiamavano Calucaera o
Karukera. In seguito, essa divenne teatro di una lotta senza
quartiere tra inglesi e francesi che ne reclamavano il possesso,
oltre che essere base della guerra alla fine del XVII secolo: i
suoi corsari, temuti in tutti i Caraibi, hanno lasciato il ricordo
delle loro gesta.

Le due isole principali che la
compongono - separate da uno stretto braccio di mare, il cosidetto
"Fiume salato" - presentano aspetti differenti: la Grande-Terre, ad
est, è un paese pieno di fascino antillese, gradevolmente
collinoso, regno della canna (che viene ancora trasportata su
carretti trainati da buoi: una scena degna di un film d'altri
tempi) con la quale si produce lo zucchero dal leggero gusto di
melassa e uno squisito rum. La Basse-Terre, ad ovest, è invece un
maestoso massiccio, dominato da un vulcano di 1.467 metri, la
Soufrière, coperto da foresta tropicale ma facilmente accessibile
grazie ad un'ottima rete stradale. La ricchezza del suolo, unita ad
un clima mite e umido, favorisce la coltura della banana e il
rigoglio di una flora incredibilmente svariata.
Tutte le isole sono circondate da
spiagge di sabbia fine, ombreggiate e protette, soprattutto quelle
atlantiche, da una barriera corallina. Il mare, di uno splendido
colore azzurro-verde, tiepido in ogni stagione è un paradiso per
gli amanti di sport nautici e della pesca. Di notevole prestigio è
in questo senso la "Reserve Cousteau" dove è possibile immergersi
con le bombole o, in alternativa, osservarla da uno speciale
battello dal fondo di vetro. Fortunatamente la fauna non comprende
serpenti né animali pericolosi, e neppure tante zanzare.
Le città e le borgate anche più
povere sono in stile coloniale: animate e pittoresche. Gli abitanti
sono riservati, ma non freddi, con un certo savoir faire. Un
cordiale «Bonjour!» ne rivelerà la leggendaria cortesia e
ospitalità che aspetta l'occasione per manifestarsi. Le tradizioni
sono un misto tra francesi, antillesi, africane, creole, e appunto
il "creolo" è il loro dialetto. La cucina riflette il passato
storico dell'isola, dove ogni razza ha potuto lasciare il suo tocco
personale. E così, ogni piatto tipicamente creolo - quasi sempre a
base di pesce, di ortaggi dalle strane forme, di frutta esotica -
evoca al tempo stesso la tradizione e la finezza della cucina
francese, la magia e l'ardore delle spezie del cibo africano, senza
dimenticare il profumo sottile e la delicatezza presi in prestito
dall'Asia. Questa cucina può essere gustata nei ristorantini
disseminati un po' ovunque, ma si possono trovare anche ristoranti
italiani e le immancabili pizzerie. Per le bibite, il già citato
rum con i suoi cocktails, ma anche molti succhi di frutta tropicale
(corrossol, frutto della guaiava, del tamarindo, del maracuja,
prugne di Citera).
In Guadalupa ci sono circa 430.000
abitanti, di religione prevalentemente cattolica, ma vi sono anche
induisti e protestanti. Le tradizioni folcloristiche e musicali
sono vivaci. I turisti avranno molte occasioni per apprezzare le
antiche danze e imparare la celebre beguine. Il colorato costume
creolo è ancora indossato, in particolare in campagna e in
occasione delle festività.
Grazie ai numerosi tracciati
allestiti, gli appassionati della marcia avranno modo di percorrere
il Parco Naturale della Guadalupa: al suo interno sorgenti di acqua
calda e fredda, dove potersi immergere. Anche se tropicale, il
clima è piuttosto gradevole, rinfrescato tutto l'anno dagli alisei,
con una temperatura che oscilla tra i 22 e i 34 gradi. Malgrado le
nuvole, che spesso cospargono il cielo, c'è molto sole: se ben
protetti, è facile prendere una bella abbronzatura. Le piogge, poco
abbondanti, sono concentrate nel periodo di hivernage: la stagione
umida compresa tra settembre e novembre.
Si trovano alberghi un po' per tutte
le tasche e, di recente, anche diversi agriturismi. L'associazione
"Gites de France" (alloggi rurali) mette a disposizione una vasta
gamma di residenze esaminate da una commissione di accettazione in
grado di garantire una classifica in base alla qualità.
Martinica, l'isola dei fiori. Datare
con esattezza la sua scoperta non è impresa facile. Secondo diverse
fonti potrebbe risalire ad un anno tra il 1492 e il 1495, o anche
al 1502. Vecchio, artritico e ormai miope, Colombo commentò: «È il
posto più bello, più fertile, più dolce e affascinante del mondo».
Ma non vi approdò. E, per oltre un secolo, l'isola restò ignorata.
Fino al 1635, quando il corsaro Belain d'Esnambuc vi sbarcò con un
centinaio di uomini per fondare St. Pierre e dare il via alla
colonizzazione.
La Martinica ha una superficie di
1.085 chilometri quadrati, è lunga 80 e larga 35. Ad ovest troviamo
il Mar dei Caraibi, placido e tranquillo come un lago; ad est
l'Oceano Atlantico, più irrequieto e spettacolare, che ai francesi
ricorda la costa della Bretagna. Quest'isola montuosa colpisce la
vista con i suoi profili che salgono gradatamente dalla costa
frastagliata per culminare a nord nella Montagne Pelée (1.397
metri), il vulcano ora addormentato che eruttò con straordinaria
violenza nel 1902, radendo al suolo Saint-Pierre, la cittadina alle
sue pendici, e provocando circa 28.000 morti. Due soli i
superstiti, Léon Compère-Léandre, un calzolaio la cui casa si
trovava ai margini dell'abitato, e Antoine Ciparis, un ergastolano,
salvatosi perché rinchiuso in una cella di sicurezza.
Il clima ha una temperatura media
annuale di 27 gradi. Soddisfa ogni aspettativa, anche grazie agli
alisei - gli stessi venti che troviamo in Guadalupa - che soffiano
dal mare e rinfrescano le notti.
Oggi la Martinica è un'isola
prevalentemente agricola con una popolazione di 380.000 abitanti:
un misto di africani, caraibici creoli, bianchi e altro ancora.
Come molte altre isole delle Antille ha conosciuto gli orrori della
schiavitù, ma, mentre le colonie inglesi sono divenute
indipendenti, la Martinica e la Guadalupa sono state politicamente
ed economicamente assorbite dalla Francia, diventando Dipartimenti
d'Oltremare della Repubblica. Questo ha avuto - ed ha ancora -
delle valenze sia positive che negative. Poter usufruire, ad
esempio, del Fondo Sociale Europeo rende queste isole
all'avanguardia per l'economia rispetto alle altre caraibiche, con
una disoccupazione nella media e una scolarizzazione elevata. Ma
c'è comunque una sorta di sottomissione ai voleri politici della
Francia e dell'Europa.
La capitale, Fort-de-France, non è
una grande città ma, con una popolazione che supera i 100.000
abitanti, brulica di gente, traffico e rumore fino a quando nelle
ore più calde del pomeriggio, i negozi e i ristoranti chiudono, e
tutto sembra ammantarsi di un velo di sonnolenza tipica della
siesta sudamericana. Si avverte però, in fondo, anche un certo
sapore consunto di vecchia Europa, riconoscibile nelle baguettes,
nei motorini, nei poliziotti col kepì, che vanno sempre in giro in
coppia con la pistola che pende dalla cintura, l'immancabile
sfollagente e il più recente telefonino.
Le lingue parlate in Martinica sono
le stesse della Guadalupa. Il cuore del territorio urbano è la
Savane, un grande parco pubblico fatto di prati, alberi ombrosi,
vialetti e panchine. Giovani genitori vestiti di tutto punto
sorvegliano sereni i loro marmocchi che giocano, mentre altri
giovani, con i capelli rasta, stanno sdraiati sull'erba o
passeggiano senza meta con aria svagata. All'ombra delle felci
giganti e dei bambù gruppi di uomini disputano infuocate partite di
domino. Qui si erge, bianchissimo nel sole, il monumento dedicato a
Giuseppina Bonaparte, con un ritratto del celebre marito nella mano
sinistra e lo sguardo fisso oltre la Baie des Flamands, in
direzione della sua casa natale, a Les Trois Ilêts.
Possiamo visitare il Museo
Dipartimentale della Martinica: tre piani di bacheche ben
illuminate mostrano ciò che resta degli Arawak e dei Caribi, gli
antichi abitanti "indiani". All'arrivo di Esnambuc questi ultimi,
bellicosi e cannibali, avevano già rimpiazzato da un pezzo i
pacifici Arawak, ma furono poi a loro volta decimati dalle armi
europee in una serie di feroci guerre di conquista, oltre che dalla
schiavitù e dalle malattie.
Da visitare è anche il giardino
botanico tropicale, "Le Jardin de Balata": possiede la calma e la
serenità di un monastero, un silenzio che ci segue mentre
percorriamo i sentieri tortuosi tra aiuole fitte di piante dalle
forme e dai colori sconosciuti. Salendo, la vegetazione diventa
ancora più fitta, con selve intricate di bambù una pioggia di felci
selvatiche e di liane. Ci sono tutte le possibilità di verde e
alcune anche impossibili. E lo spettacolo continua facendoci capire
perché gli indiani Caribi chiamarono la Martinica Madinina, Isola
dei Fiori. Di particolare interesse, ancora, il Carnevale, che si
svolge nel mese di marzo, e quello caraibico a luglio, oltre alla
Biennale Internazionale del Jazz e al Concorso mondiale di chitarra
in dicembre.
St. Pierre era stata definita, prima
del terribile scoppio della Montagne Pelée, "la piccola Parigi
delle Antille". La città non si riprese mai più. Oggi, pur essendo
comunque di interesse turistico, attira soprattutto per le rovine:
i muri di pietra anneriti dal fumo, le fondamenta delle antiche
case, le scalinate che non portano a nulla, i miseri resti del
teatro (una copia di quello di Bordeaux) e, sulla collina alle sue
spalle, la prigione dove fu trovato Ciparis. Un piccolo museo,
fondato dal vulcanologo americano Frank Perret e a lui intitolato,
espone fotografie e testimonianze del disastro. C'è, infine, la
consapevolezza che, sotto le viscere della terra - un po' come il
nostro Vesuvio ma con molto più timore - La Pelée ribolla
ancora.
Sempre nella zona, gli edifici della
Plantation de Leyritz sono stati accuratamente restaurati e
trasformati in un albergo che vanta l'unica stazione termale
dell'isola. Gli alloggi degli schiavi sono diventati confortevoli
bungalow. Il mulino dello zucchero è, oggi, un ristorante. La casa
padronale - aperta al pubblico e risalente al 1700 - sorge su
un'altura che domina la piantagione. Le massicce mura di pietra e
il pesante arredamento conferiscono all'insieme un senso di
solidità prettamente europeo. Ma hanno anche un aspetto
inquietante, se solo si pensa che agli antichi abitanti della casa
il concetto di schiavitù non pesava affatto sulla coscienza.
Andando verso nord-ovest troviamo la
costa atlantica, selvaggia, battuta dei venti dell'oceano e,
vicino, l'Isola della Caravella, sito protetto per la sua natura
particolare, dove si trovano le rovine della proprietà Dubuc. Oltre
Trinità, questa costa offre spiagge magnifiche, ma un poco
pericolose per il mare che vi si infrange a volte con potenti onde.
All'estremo nord, non manca un tipico villaggio di pescatori: qui i
giovani possono fare dei corsi di flots: si tratta di una sorta di
surf su di un tronco d'albero.
Da Fort-de-France si arriva a Pointe
du Bout con un traghetto - il Somatour - che attraversa la baia. Le
spiagge che vediamo qui al sud sono bianche come la neve,
differenti da quelle grigie vulcaniche del nord. Siamo di fronte ad
un'altra Martinica, fatta di turisti, yacht e campi da golf. Poco
distante la casa della martinicana più famosa: Marie-Josèphe Rose
Tascher - più tardi ribattezzata Joséphine dal celebre marito -
partì alla volta di Parigi all'età di 16 anni, nel 1779, per unirsi
in matrimonio al Visconte di Beauharnais. Una donna estroversa e
affascinante che presto conquistò il bel mondo. Quindici anni dopo,
suo marito fu ghigliottinato dai rivoluzionari, e due anni più
tardi, all'età di 33, andò in sposa a
Napoleone. |