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Etf: saranno famosi

Secondo gli specialisti diventeranno i nuovi protagonisti del mercato finanziario. Ma fino a che punto possono rispondere alle esigenze dei risparmiatori? È ancora presto per dare una risposta

La sede del Nasdaq

Non sono titoli del mercato borsistico, anche se per certi versi assomigliano molto alle azioni. Non sono classici fondi comuni di investimento, anche se appartengono a tutti gli effetti alla categoria dei fondi. Non sono neppure obbligazioni o polizze assicurative. Sono gli Etf. Sconosciuti al grande pubblico dei risparmiatori, secondo non pochi specialisti del settore nel prossimo futuro diventeranno fra i protagonisti del mercato finanziario. Saranno famosi, almeno quanto basta per suggerire la necessità di un breve viaggio alla loro scoperta, cominciando proprio dal nome.

Etf - acronimo di Exchange Traded Funds - si legge nel sito Internet di presentazione del prodotto, è la sigla che indica una categoria di fondi molto particolare: le loro quote, a differenza di quelle di tutti gli altri fondi di investimento, sono trattate sul mercato borsistico proprio come i titoli azionari. Hanno una loro quotazione giornaliera (con prezzi che oscillano anche nell'ambito della stessa seduta), possono essere comprati e rivenduti in giornata, hanno un loro prezzo di riferimento e un prezzo di chiusura. Esattamente come le azioni.

Eppure, prima caratteristica, gli Etf (o Trackers, come preferiscono dire gli inglesi) restano fondi comuni di investimento. Cioè, comprando anche una singola quota, il risparmiatore partecipa all'intero capitale e ad un tipo di investimento che altrimenti non sarebbe alla sua portata (quanti milioni di euro ci vorrebbero per puntare in modo omogeneo sull'intero mercato americano o europeo?).

Seconda caratteristica: la gestione degli Etf è di quelle cosiddette passive. In altri termini, il fondo è strutturato in modo tale da replicare quanto più possibile un determinato indice di mercato (geografico o settoriale, azionario o obbligazionario). Terza caratteristica: gli Etf non hanno commissioni di ingresso, di uscita o di sopraperformance e presentano costi di gestione contenuti (in media lo 0,50%), ai quali vanno aggiunti i costi di negoziazione applicati dall'intermediario.

Quarta: come alcuni fondi comuni e come i titoli azionari, possono distribuire dividendi. Quinta: comprando un Etf, come nel caso degli altri fondi, si ha il vantaggio di diversificare l'investimento e dunque il rischio (con una singola quota si ha la possibilità di prendere posizione su un intero indice) e si è anche a conoscenza, a differenza degli altri fondi, dell'esatto valore del portafoglio in qualsiasi momento della giornata. E non basta. «L'investitore», spiega un operatore di Borsa, «può acquistare quote di un Etf per fare compravendita di azioni, e rivenderle anche nel corso della stessa giornata, sfruttando la volatilità dell'indice in una o più sedute particolarmente "movimentate"». Tutto rose e fiori, allora? Assolutamente no.
Il primo Etf - ricorda sempre il sito Internet specializzato - è stato lanciato negli Stati Uniti, sull'American Stock Exchange, dieci anni fa, nel gennaio 1993. In Europa, nell'aprile del 2000. Qualche tempo dopo è stata la volta del mercato italiano. Una novità, insomma, che, come tutte le novità, necessita di indispensabili verifiche. Quanti investitori, istituzionali e privati, sono preparati all'evento? E fino a che punto gli Etf presenti sul mercato rispondono alle esigenze dei risparmiatori?

Un esempio, per rendere l'idea: in Europa sono presenti tre Etf con l'identico benchmark di riferimento. In cosa si differenziano? Praticamente in nulla. E perché scegliere l'uno o l'altro? Mistero. E in Italia - avvertono alcuni specialisti - il panorama non è molto differente. Lyxor International Asset Management e European Exchange-Traded Fund Company Plc sono sbarcati a Milano con due Etf (Dj Eurostoxx 50 Master Unit e Eurostoxx 50 Ldrs) che replicano entrambi l'indice Dow Jones Eurostoxx 50. Unica differenza, la commissione di gestione: 0,4% nel primo caso, 0,5 nel secondo.

Forse un po' poco per aiutare il risparmiatore a scegliere.

Arturo Saitta