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Nell'accidentato percorso del genere
umano - segnato da conquiste esaltanti e da cadute rovinose -
esistono degli eventi e alcune creazioni dello spirito che agiscono
su di noi in modo talmente potente e continuativo da condizionare
tutte le nostre facoltà, da mutare quasi la nostra natura. Uno di
questi eventi è la nascita di Amleto, la più famosa e forse la più
geniale delle opere di Shakespeare, che possiamo collocare
convenzionalmente nel 1603, prendendo come riferimento la prima
pubblicazione a stampa della tragedia.
Ha scritto Borges, con l'acume che
gli è abituale, che Amleto, quale noi lo conosciamo, non è più lo
stesso che era stato creato da Shakespeare. Esso è stato
trasformato, e in un certo senso ricreato, dalle letture che ne
hanno fatto Coleridge, Goethe, Bradley, e gli innumerevoli altri
interpreti che si sono succeduti attraverso i secoli. Ma è vero
anche il contrario. E cioè che Amleto ha cambiato noi, ci ha spinto
a sondare i meandri più labirintici e sfuggenti dell'animo umano,
ci ha condotto agli inferi, nelle regioni dove si annidano le
nefandezze più cupe dell'uomo, e ci ha indicato anche una via di
risalita, la speranza di raggiungere un luogo dove sia possibile
contemplare il cielo. Ha alimentato infine la nostra passione per
la verità. E proprio su queste parole: «Su tutto posso dirvi la
verità», pronunciate da Orazio, il fedele compagno di Amleto, si
chiude la tragedia. Insomma, l'opera di Shakespeare è
un'appassionata e disperata esplorazione dell'uomo, ed è qui la
ragione principale della sua grandezza, della sua perennità e della
sua attualità.

Abbiamo ricordato che questa
tragedia ha compiuto 400 anni. Per la verità si ha notizia sicura
dell'esistenza dell'Amleto già negli anni 1600-1100%, ma soltanto
nel 1603 si ebbe la prima edizione a stampa. E si trattò di
un'edizione piratesca, desunta in modo approssimativo da
rappresentazioni su piazze di secondo ordine, una riduzione
mnemonica rispetto a quella già conosciuta negli ambienti più
colti, come ad esempio nelle università di Cambridge e Oxford.
Bisognerà attendere il 1604 per trovare un'edizione a stampa
sostanzialmente corretta, che, sulla base di integrazioni tratte da
una versione più corta del 1623, diverrà la fonte di tutte le
edizioni critiche del testo scespiriano.
Ma la leggenda di Amleto era già
nota, a livello di saga popolare, a partire dal IX secolo. Poi, nel
XII, il danese Saxo Gramaticus la espose nei libri III e IV della
sua Historia Danica, stampata nel 1514. L'episodio del principe
danese fu estrapolato e riscritto in francese, nel 1750, in forma
di novella, da François de Belleforest, che lo incluse nel quinto
volume della popolarissima raccolta delle Histoires tragiques. La
novella però fu tradotta in inglese soltanto nel 1608, quando
l'Amleto di Shakespeare era largamente conosciuto e rappresentato.
In ogni caso, si deve ritenere che alle varie redazioni della
tragedia avesse attinto l'autore del primo Amleto, Thomas Kid, noto
soprattutto per aver composto Spanish Tragedy, considerata il
prototipo della tragedia di vendetta elisabettiana.
Questa prima versione drammatica
della storia di Amleto, che i critici hanno designato ur-Hamlet, è
sicuramente antecedente al 1590. Purtroppo l'opera di Kid è andata
perduta, sicché non è possibile fare un raffronto con quella di
Shakespeare. Ma, a giudicare dalla drammaturgia di Kid, dobbiamo
ritenere che le somiglianze fossero soprattutto a livello di
strutture superficiali e di meccanismi drammatici. Amleto, che
nella tradizione precedente era un eroe forte e primitivo, esente
da dubbi, ritardi o sensi di colpa, diviene con Shakespeare un eroe
malinconico, consapevole del male di vivere e gravato del peso di
se stesso.
Per spiegare Amleto, e più in
generale per spiegare Shakespeare, si è fatto riferimento alla
temperie culturale del Rinascimento, entro cui si svolgono le opere
del drammaturgo inglese. Ora il Rinascimento, sia che si consideri
come un miracolo, un fiore spuntato dal "deserto", sia che si
consideri invece come il culmine di un lungo processo evolutivo
cominciato nel Medioevo, è indubbiamente un'epoca di rottura
dell'ordine costituito. Machiavelli mette in crisi la politica,
Copernico la cosmologia, Lutero la teologia, Montaigne scardina le
certezze dell'animo umano. L'unità medievale va letteralmente a
pezzi: viene meno il quadro geografico e astronomico, si rompe
l'armonia fra l'uomo e la natura, s'inaugura un'ostinata guerra
civile della coscienza, che si propagherà fino a noi. L'uomo,
proprio nel momento in cui s'installa al centro del mondo e della
creazione, al posto di Dio, rivela tutta la sua fragilità e si
scopre, proprio come Amleto, un essere incomprensibile in preda a
forze incomprensibili.

Amleto dunque anticipa e rappresenta
in maniera esemplare il dramma dell'uomo moderno, incapace di
colmare il divario tra il bene e il male, tra l'idea e l'azione, la
verità e l'errore, l'essere e l'apparire. Amleto è angosciato
dall'ineluttabilità e invincibilità del male, dalla propria
incapacità di orientare diversamente la storia, dall'inautenticità
della vita umana. È questo che gli dà le vertigini, il senso
pascaliano di essere pazzo in un mondo di pazzi: di qui il suo
«colore notturno», la sua «pena inutile». Ecco perché gli sembrano
«pesanti, vecchie, noiose e inutili tutte le occasioni del mondo»;
ecco perché quella straordinaria «opera d'arte che è l'uomo, nobile
nella sua ragione, infinito nelle sue capacità, nella forma e nel
muoversi esatto e ammirevole, somigliante a un angelo nell'agire, a
un dio nell'intendere», non ha incanto per lui.
Certo, il tempo storico da cui viene
Amleto e di cui egli reca molti segni - il Rinascimento di cui
abbiamo detto - non ha un carattere unitario ed esclusivo. Al
contrario, si presenta sotto il segno della discontinuità e della
conflittualità. Così, se nascono e si sviluppano il razionalismo
tollerante e lo spirito scientifico, se l'uomo scopre la propria
autonomia e la libertà di coscienza, è anche vero che si
moltiplicano le correnti mistiche, le pratiche magiche, le
esperienze alchemiche, e si combattono nuove e più cruente guerre
di religione e si bruciano gli eretici e le streghe. Ma la
complessità e la contraddittorietà del tempo rende più acuto quel
malessere nuovo e indefinito che s'impadronisce dell'uomo, il
sentimento di catastrofe spirituale che incombe sul secolo. «Ciò
che aveva avuto un significato preciso - la vita e la morte, il
divino, il male, il dolore - torna per un tratto ad essere un
problema insolubile», scrive un interprete attuale di Shakespeare,
Nemi D'Agostino. «Prevalgono il senso dell'inconsistenza e della
fluidità delle cose, la coscienza di un presente degradato e
abominevole, e, anche come strumenti interpretativi, la malinconia
per la vanità delle cose e il dubbio sulle capacità della
ragione».
La malinconia, per l'appunto, è tema
alla moda nel tardo Cinquecento e Shakespeare la padroneggia in
tutte le sue varianti. Già Belleforest ne aveva accennato a
proposito di Amleto, e nel 1586 Timothy Bright aveva pubblicato un
Trattato della malinconia, certamente non ignoto al drammaturgo
inglese. Ma Shakespeare va oltre le analisi precedenti e
approfondisce i caratteri e le psicologie dei personaggi e, infine,
mette a nudo la natura dell'uomo.
La malinconia di Amleto è la
conseguenza della sua inettitudine alla vita, della sua incapacità
di renderla autentica o, meglio ancora, del presentimento che solo
nella morte sarà possibile attingere la verità dell'uomo e delle
cose. La verità, per quanto appassionatamente ricercata, è
misteriosa, e ci sfugge costantemente: «Vi sono più cose in terra e
in cielo», dice Amleto a Orazio, «di quante non ne sogni la tua
filosofia». E alla fine della tragedia, nel congedarsi dal mondo,
egli afferma, enigmaticamente: «Il resto è silenzio».
Cos'è il resto di cui parla Amleto?
La vita che avrebbe potuto vivere e che invece se ne va, o la morte
che giunge, il regno sconosciuto «dal cui confine nessun
viaggiatore ritorna»? È il timore che alle domande assillanti poste
dalla tragedia appena consumata non si possa dare risposta, se non
nell'altro regno? È un atto di fede o di disperazione? Scriverà un
poeta del Novecento, Wystan Hugh Auden, e noi non vogliamo indagare
oltre: «Tutto il resto è silenzio/ dall'altra parte del muro/ e il
silenzio è maturazione/ e la maturazione è tutto».

Amleto, è stato detto, è una
tragedia di vendetta, costruita sul modello della citata Spanish
Tragedy di Thomas Kid. L'adozione di questo schema impone, come
spiega Giorgio Melchiori in una sua vasta monografia su
Shakespeare, «non soltanto la strage finale ma il coinvolgimento
del vendicatore stesso nella catastrofe. La vendetta è privilegio
divino, e, per giusta che sia, comporta la dannazione dell'uomo che
si arroghi il compito di eseguirla; essa si realizza attraverso una
tale serie di inganni e controinganni che chiunque ne sia toccato
ne rimane distrutto».
Ma Shakespeare non si limita a
questo. Egli smonta il meccanismo per studiarne l'origine e la
natura. Da questa operazione sarà sconvolto l'intero impianto della
tragedia, che si presenta ora non più come «conflitto tra forze
antagoniste che cercano con l'inganno o con la violenza di
distruggersi a vicenda», ma come «inchiesta sulla natura di tali
forze, sui loro moventi, sostanzialmente perciò sui moventi
dell'azione umana». L'ambiguità di Amleto - più volte denunciata
come un difetto di carattere del personaggio - è in realtà
perfettamente correlata all'indagine tutta interiore svolta sui
personaggi, alla natura sostanzialmente dialettica della tragedia,
costellata d'innumerevoli domande, spesso senza risposta, all'uso
insistito, sul piano del linguaggio, della figura dell'ossimoro,
cioè al dire e contraddire a un tempo, nella stessa circostanza e
finanche nella stessa locuzione.
Rispetto ai tragici greci, di cui
naturalmente Shakespeare conosce la lezione, Amleto rappresenta
qualcosa di totalmente nuovo. In quest'ultima opera si dipana sotto
i nostri occhi non più o non soltanto una tragedia del destino, ma
una tragedia del carattere. Amleto porta sulle proprie spalle il
peso della frattura tra pensiero e azione, la tensione tra le
sembianze da cui siamo circondati e la verità a cui dolorosamente
volgiamo. In ultima analisi Amleto è la tragedia dettata dalla
nostra impossibilità di conoscere veramente la sostanza delle
cose.
In ragione della complessità
irriducibile di Amleto, non stupisce che sia stato interpretato
anche in chiave psicanalitica. Sigmund Freud, che questa tragedia
conosceva quasi a memoria, ne parla ripetutamente in molti passi
delle sue opere e in diverse lettere. In parole povere egli esplora
la psiche di Amleto alla luce di Edipo. Come giustifica Amleto - si
domanda Freud - la sua frase: «Così la coscienza ci fa tutti
vili?». Come spiega «la sua esitazione a vendicare il padre
uccidendo lo zio, quando egli stesso non ha alcuno scrupolo a
mandare a morte i suoi cortigiani e non esita un secondo a uccidere
Laerte? Come, se non per il tormento suscitato in lui dall'oscuro
ricordo di aver meditato egli stesso il medesimo gesto contro il
padre per passione verso sua madre?».
La tragedia di Amleto non sarebbe
dunque quella di un essere troppo debole per eseguire il compito
che gli è stato imposto, ma quella di un essere che è bloccato
nell'azione da un conflitto interiore, in cui si contrappongono
forze di una straordinaria violenza. Sappiamo che questa
interpretazione è stata fortemente contestata, ma è comunque, vera
o falsa che sia, una prova ulteriore della vitalità di Amleto.
Quest'opera di Shakespeare, così ricca di interrogativi e di
significati, «ci pone», ha osservato Jean Starobinski, «in uno
stato di inquietudine, e il suo effetto dipende non soltanto, come
le anamorfosi pittoriche, dal punto di vista dello spettatore, ma
anche dalle proiezioni inevitabili che essa suscita con la sua
stessa ricchezza». |