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Il Vajont è un torrente che scorre
nella valle di Erto e Casso e confluisce nel Piave all'altezza di
Longarone e Castellavazzo, in provincia di Belluno. Le sue acque
sono sempre state viste dall'uomo nell'ottica dello sfruttamento.
Già nel 1925, infatti, era stata considerata la possibilità di
usufruirne in modo sistematico costruendo una diga, con conseguente
produzione idroelettrica. Gli scavi per la costruzione della diga
iniziarono nel settembre 1956, ad opera della società Sade. Mancava
l'autorizzazione del Genio Civile di Belluno. Ma questa, seppure
solamente due anni dopo, il 22 aprile 1958, arrivò.
Venne costruita così una delle più
alte dighe del mondo, a sbarrare la strada al torrente Vajont e a
formare un bacino artificiale di 150 milioni di metri cubi d'acqua.
La notte del 9 ottobre 1963 una frana del monte Toc, caduta in quel
bacino, provocò una gigantesca ondata che portò ovunque morte e
distruzione. Fu un evento drammatico di immani dimensioni. Cinque
minuti furono sufficienti al compiersi della catastrofe: la
pressione della massa di materiali rocciosi spostò un volume di 50
milioni di metri cubi d'acqua e la metà di questi scavalcò la diga
spazzando via cinque paesi Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova,
Faè e causando la morte di 1.909 persone.
L'evento scosse l'opinione pubblica
e fece nascere insistenti interrogativi: mera fatalità, disastro
naturale o una tragedia che poteva essere evitata? Naturalmente fu
aperta un'inchiesta giudiziaria che si concluse con il
riconoscimento di responsabilità penali e condanne di omicidi
colposi plurimi. Tre furono gli errori fondamentali: l'aver
costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo
geologico; l'aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i
margini di sicurezza, e il non aver dato l'allarme di evacuazione
la sera del 9 ottobre nelle zone a rischio di inondazione.
Ma quel che rimane è una semplice
constatazione: la zona scelta per costruire la diga era franosa da
secoli e già tre anni prima della tragedia il versante montuoso che
sovrastava il bacino idroelettrico, ancora in fase di collaudo,
aveva cominciato a muoversi. Oggi i progressi della geologia
applicata, insieme alle nuove tecnologie, consentono di prevedere
l'evoluzione di un fenomeno franoso, ma nel 1963, purtroppo, non
era così. Infatti, nonostante i controlli rilevassero la presenza
di profonde fessure, si riteneva che settori di frana potessero
precipitare nel bacino senza provocare grosse conseguenze
ambientali.
Grazie alla solidarietà di tutto il
mondo, all'intervento delle autorità, dei vari enti ed associazioni
e soprattutto alla tenace volontà della popolazione locale, i paesi
colpiti furono ricostruiti. Non soltanto sotto il profilo
urbanistico, ma anche da un punto di vista sociale ed economico. Il
ricordo di quel disastro rimane però indelebile. L'anniversario del
9 ottobre viene ricordato con particolare solennità. È lutto
cittadino: uffici, scuole, negozi rimangono chiusi e il tempo è
dedicato alla preghiera, al ricordo, alla riflessione. Nella chiesa
di Longarone, ogni anno con modalità diverse, viene celebrata una
cerimonia religiosa, che si chiude alle 22.42, ora del disastro,
con il suono della campana, seguito dalla lettura alla radio locale
dei nomi delle vittime. Ma, negli anni, a testimoniare l'impegno
per il futuro, il 9 ottobre è stato anche l'occasione per
inaugurare opere pubbliche significative per la ricostruzione: nel
1971 la Casa di Riposo e l'Asilo "Angelina Lauro", nel 1973 la
Scuola media e, nel 1986, la Scuola elementare dedicata ai "Bambini
del Vajont".
Questa ricorrenza è il segno più
tangibile di come per le comunità locali sia difficile dimenticare
che la tragedia del Vajont non si verificò per un cataclisma
naturale ma per l'avidità dell'uomo, miope davanti ad una conquista
tecnica e agli alti profitti. Incurante della forza della natura,
ne sottovalutò il pericolo quando era ancora possibile scongiurare
il massacro e salvare quasi duemila
vite. |