CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2003 > Novembre > Anniversari

Vajont: quel disastro annunciato

...ormai tutto dimostra che la tragedia si poteva evitare. Quella diga e quel bacino non dovevano essere realizzati nella valle del Vajont. Il monte che la sovrastava era franoso. E si sapeva

La frana del monte Toc che quella terribile notte del 9 ottobre 1963 cancellò, in pochi secondi, un territorio e quasi 2.000 vite umane, scavalcando la diga.

Il Vajont è un torrente che scorre nella valle di Erto e Casso e confluisce nel Piave all'altezza di Longarone e Castellavazzo, in provincia di Belluno. Le sue acque sono sempre state viste dall'uomo nell'ottica dello sfruttamento. Già nel 1925, infatti, era stata considerata la possibilità di usufruirne in modo sistematico costruendo una diga, con conseguente produzione idroelettrica. Gli scavi per la costruzione della diga iniziarono nel settembre 1956, ad opera della società Sade. Mancava l'autorizzazione del Genio Civile di Belluno. Ma questa, seppure solamente due anni dopo, il 22 aprile 1958, arrivò.

Venne costruita così una delle più alte dighe del mondo, a sbarrare la strada al torrente Vajont e a formare un bacino artificiale di 150 milioni di metri cubi d'acqua. La notte del 9 ottobre 1963 una frana del monte Toc, caduta in quel bacino, provocò una gigantesca ondata che portò ovunque morte e distruzione. Fu un evento drammatico di immani dimensioni. Cinque minuti furono sufficienti al compiersi della catastrofe: la pressione della massa di materiali rocciosi spostò un volume di 50 milioni di metri cubi d'acqua e la metà di questi scavalcò la diga spazzando via cinque paesi Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè e causando la morte di 1.909 persone.

L'evento scosse l'opinione pubblica e fece nascere insistenti interrogativi: mera fatalità, disastro naturale o una tragedia che poteva essere evitata? Naturalmente fu aperta un'inchiesta giudiziaria che si concluse con il riconoscimento di responsabilità penali e condanne di omicidi colposi plurimi. Tre furono gli errori fondamentali: l'aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l'aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza, e il non aver dato l'allarme di evacuazione la sera del 9 ottobre nelle zone a rischio di inondazione.

Ma quel che rimane è una semplice constatazione: la zona scelta per costruire la diga era franosa da secoli e già tre anni prima della tragedia il versante montuoso che sovrastava il bacino idroelettrico, ancora in fase di collaudo, aveva cominciato a muoversi. Oggi i progressi della geologia applicata, insieme alle nuove tecnologie, consentono di prevedere l'evoluzione di un fenomeno franoso, ma nel 1963, purtroppo, non era così. Infatti, nonostante i controlli rilevassero la presenza di profonde fessure, si riteneva che settori di frana potessero precipitare nel bacino senza provocare grosse conseguenze ambientali.

Grazie alla solidarietà di tutto il mondo, all'intervento delle autorità, dei vari enti ed associazioni e soprattutto alla tenace volontà della popolazione locale, i paesi colpiti furono ricostruiti. Non soltanto sotto il profilo urbanistico, ma anche da un punto di vista sociale ed economico. Il ricordo di quel disastro rimane però indelebile. L'anniversario del 9 ottobre viene ricordato con particolare solennità. È lutto cittadino: uffici, scuole, negozi rimangono chiusi e il tempo è dedicato alla preghiera, al ricordo, alla riflessione. Nella chiesa di Longarone, ogni anno con modalità diverse, viene celebrata una cerimonia religiosa, che si chiude alle 22.42, ora del disastro, con il suono della campana, seguito dalla lettura alla radio locale dei nomi delle vittime. Ma, negli anni, a testimoniare l'impegno per il futuro, il 9 ottobre è stato anche l'occasione per inaugurare opere pubbliche significative per la ricostruzione: nel 1971 la Casa di Riposo e l'Asilo "Angelina Lauro", nel 1973 la Scuola media e, nel 1986, la Scuola elementare dedicata ai "Bambini del Vajont".

Questa ricorrenza è il segno più tangibile di come per le comunità locali sia difficile dimenticare che la tragedia del Vajont non si verificò per un cataclisma naturale ma per l'avidità dell'uomo, miope davanti ad una conquista tecnica e agli alti profitti. Incurante della forza della natura, ne sottovalutò il pericolo quando era ancora possibile scongiurare il massacro e salvare quasi duemila vite.

Nicoletta Archilei