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Teano rappresenta, nella memoria
nazionale, l'Unità d'Italia, il fotogramma della storia in cui il
Nord e il Sud della Penisola si riuniscono simbolicamente nella
stretta di mano fra Vittorio Emanuele II e l'eroe che lo designa
ufficialmente come "primo re d'Italia". Non c'era Cavour, quel
giorno, che avrebbe meritato un posto nella foto ricordo per il
ruolo attivo e paziente svolto nelle settimane, nei mesi e negli
anni che precedettero quella stretta di mano simbolica. E non c'era
Mazzini, il severo ideologo, che tentò (con scarsi risultati) di
coinvolgere la popolazione nel Risorgimento, di trasformare le
guerre dinastiche in guerre di popolo. La pregiudiziale
repubblicana lo mise fatalmente fuori gioco. Ma le sue riflessioni
aiutarono comunque la Giovine Italia, quella nata ufficialmente il
17 marzo 1861, a crescere e a formarsi una coscienza nazionale.
Il processo non era compiuto.
Mancava Roma, la capitale, protetta dall'ostinazione di Pio IX (che
non intendeva rinunciare al potere temporale) e dalle guarnigioni
francesi. Mancavano le Venezie, rimaste sotto il dominio
austro-ungarico. Il decennio seguente sarebbe risultato decisivo
per completare il quadro unitario: un decennio burrascoso, segnato
dagli scontri fra la generosità di Garibaldi e le impacciate
furbizie della Corona. Segnato dai rovesci militari della III
Guerra d'Indipendenza, che fruttò tuttavia la liberazione del
Veneto (con le eccezioni di Trento e Trieste). Ebbe uno sviluppo
singolare, il Risorgimento italiano, che si concretizzò in tre
guerre contro il nemico austriaco: furono più le battaglie perse di
quelle vinte. L'Italia nacque più sulle macerie delle sconfitte che
sugli archi di trionfo innalzati per le vittorie. Le guerre sono
tappe importanti nella storia, ma non sempre la Storia dipende
dall'esito delle guerre.
L'Ottocento fu il secolo dei
sentimenti nazionali, della maturazione degli indipendentismi.
L'Italia fu favorita da questo processo, che era inarrestabile,
come inarrestabile è stato, nel secolo successivo, il processo di
decolonizzazione. La forza delle cose.
Il dopo Cavour
Ci vollero quasi cinque mesi per raccogliere i frutti di Teano.
L'ultima resistenza borbonica fu eliminata soltanto l'11 febbraio
1861. Francesco II si era rifugiato nella fortezza di Gaeta, dove,
durante l'assedio delle truppe piemontesi, si comportò con dignità
e coraggio. Anche la regina Maria Sofia tenne alto il morale degli
assediati: si spostava a cavallo da un angolo all'altro della città
per soccorrere i feriti, provvedere alla distribuzione delle
razioni (scarse) di cibo, offrire a tutti una parola di conforto.
L'assedio si protrasse per cinque mesi: la roccaforte fu
abbandonata l'11 febbraio 1861. L'esercito italiano concesse agli
sconfitti l'onore delle armi.
I plebisciti sancirono l'annessione
dell'Umbria, delle Marche e dei territori dell'ex Regno delle Due
Sicilie. Nacque così il Regno d'Italia, con un atto formale molto
semplice: il 17 marzo 1861, il parlamento approvò una legge,
formata di un solo articolo nel quale si diceva che «Il re Vittorio
Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di Re
d'Italia». Non andò tutto liscio: la sinistra parlamentare (uscita
sconfitta dalle elezioni tenute in gennaio) avrebbe voluto che il
sovrano tornasse indietro nella numerazione, assumendo il nome di
Vittorio Emanuele I, giudicando - non senza fondamento - che il
mantenimento del numero ordinale precedente avrebbe legittimato
l'impressione che l'Italia fosse soltanto un ampliamento del
precedente regno piemontese. Il re non volle saperne di quel
cambiamento, e Cavour s'affrettò a condividere il rifiuto.
Riconobbe «la parte che tutti gli italiani hanno avuto nel gran
dramma del nostro Risorgimento», ma aggiunse, per non dare adito ad
equivoci: «Mi sembra pur lecito di dirlo e proclamarlo con profonda
convinzione: l'iniziativa fu sempre presa dal governo del Re. Fu il
governo che prese l'iniziativa della guerra di Crimea; fu il
governo del Re che prese l'iniziativa di proclamare il diritto
d'Italia nel Congresso di Parigi; fu il governo del Re che prese
l'iniziativa dei grandi atti del 1859, in virtù dei quali l'Italia
si è costituita».
Le sicurezze di Cavour non
impedirono che si aprisse un dibattito acceso tra le varie forze
politiche. Alla fine di marzo il dibattito parlamentare dedicato al
problema di Roma capitale si animò oltre i limiti consueti della
polemica. Garibaldi (amareggiato per la cessione di Nizza alla
Francia) insultò il primo ministro, il quale non rinunciò alla
formula "Libera Chiesa in libero Stato", che sottintendeva la
rinuncia da parte del papa al potere temporale, ottenendone in
cambio l'amministrazione delle anime e delle coscienze. Garibaldi,
viceversa, aspirava a soddisfare il proprio anticlericalismo
conquistando con le armi la futura capitale. La prematura scomparsa
di Cavour rese tutto più complicato. I suoi successori non avevano
la stessa autorità e la stessa lucidità. Tentarono qualche
miserevole doppio gioco che, nel 1862, provocò il drammatico
incidente dell'Aspromonte.
L'Aspromonte
L'Italia metabolizzò l'accaduto con una filastrocca che suonava
così: «Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba / Garibaldi che
comanda, che comanda il battaglion!».
Capo del governo, nel 1862, era
Urbano Rattazzi. Per cinque anni aveva collaborato in modo stretto
con Cavour, che però lasciò scritti giudizi poco lusinghieri sul
suo conto. Lo riteneva privo di fermezza e di principi: «Dotato di
eminenti qualità di mente e di cuore, manca assolutamente
d'iniziativa. Sarebbe il miglior consultore legale e fors'anco
politico che io mi conosca, ma non atto a reggere un dicastero che
deve dare l'impulso a tutto lo Stato». E l'ambasciatore inglese lo
bollò come «politicante astuto, intrigante e di sentimenti
meschini».

Il giudizio degli storici
sull'episodio dell'Aspromonte è pressoché unanime. Ecco la
ricostruzione di Denis Mack Smith: «Rattazzi, come Cavour, trovava
utile tenere Garibaldi sempre pronto a insorgere. Il presidente del
Consiglio sperava con ciò di riuscire a convincere Napoleone III
che la Francia doveva lasciare che gli Italiani occupassero Roma,
altrimenti i radicali l'avrebbero conquistata con la forza delle
armi, sospingendo l'Italia ancor più a sinistra grazie alla loro
vittoria. A Garibaldi, pertanto si accennò segretamente a un
possibile appoggio, e ne seguì un malinteso». In sostanza, «La
tragedia di Aspromonte fu dovuta alla deliberata ambiguità del
governo. Il ministero incitò Garibaldi all'azione (tanto il re
stesso ebbe a confessare ad alcuni diplomatici stranieri), deciso
ad appropriarsi del suo successo o a sconfessarlo e punirlo nel
caso che fosse fallito nell'intento».
Un altro storico, il francese Max
Gallo, sostiene che - sbarcando in Sicilia nel luglio 1862 -
Garibaldi non aveva un progetto definito: «Probabilmente non sapeva
esattamente quello che avrebbe fatto in Sicilia. Era sbarcato
nell'isola per "vedere" se una nuova spedizione dei Mille fosse
ancora realizzabile». Il 15 luglio, a Palermo, arringò la folla,
improvvisando un discorso infuocato: «Popolo di Palermo, il padrone
della Francia, il traditore del due dicembre, colui che versò il
sangue dei fratelli di Parigi, sotto pretesto di tutelare la
persona del papa, di tutelare la religione, il cattolicesimo,
occupa Roma. Menzogna! Menzogna! Egli è mosso da libidine, da
rapina, da sete infame d'impero, egli è il primo che alimenta il
brigantaggio. Egli si è fatto capo di briganti, di assassini.
Popolo del Vespro, popolo del milleottocentosessanta, bisogna che
Napoleone sgombri Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo
Vespro». La folla reagì gridando: «O Roma o morte!». E questo
divenne lo slogan di Garibaldi nei ripetuti (e sfortunati)
tentativi di liberare la capitale. Al primo dei quali fu
immediatamente dato corso.
L'eroe racconta nelle Memorie: «Due
piroscafi, uno francese e l'altro della compagnia Florio, capitati
nel porto di Catania, fornirono il mezzo di trasporto per il
continente. Alcune fregate della marina militare italiana
incrociavano davanti al porto ed avrebbero potuto impedire
l'imbarco ed il passaggio. Esse, senza dubbio, ne avevano l'ordine.
Ma, sia detto ad onore di chi le comandava, ostilità non ve ne
furono da parte loro». Le due navi salparono stracariche di uomini.
Tutti volevano imbarcarsi con Garibaldi, e nessuno era disposto a
rinunciare. «Verso l'alba, dopo aver felicemente traversato lo
stretto, approdammo nella spiaggia di Melito, ove si sbarcò tutta
la gente. Come nel '60, si prese la strada del littorale verso il
capo dell'Arma, con direzione a Reggio. Allora avevamo per
avversari i borbonici, che si cercavano per combatterli. Oggi stava
davanti a noi l'esercito italiano, che si voleva evitare a
qualunque costo, ma che pure a qualunque costo ci cercava per
annientarci. Le prime ostilità contro di noi, furono commesse da
una corazzata italiana che, costeggiando il littorale
parallelamente alla direzione nostra, ci regalò d'alcuni tiri di
moschetteria, obbligandoci ad internar la gente per metterla al
coperto». Poi le avanguardie garibaldine furono assalite da alcuni
distaccamenti inviati da Reggio. «Per scansare un inutile
spargimento di sangue, io ordinai di obliquare a destra, e prendere
la via dell'Aspromonte».
L'alba del 29 agosto l'altopiano fu
raggiunto. Gli uomini erano stanchi e affamati. Alle tre del
pomeriggio, avvistarono la colonna dell'esercito regio comandata da
Emilio Pallavicini di Priola. Che aprì immediatamente il fuoco
contro i garibaldini. «Noi non rispondemmo», ricordò Garibaldi
nelle Memorie: «Terribile fu per me quel momento. Gettato
nell'alternativa di deporre le armi come pecore, o di bruttarmi di
sangue fraterno. Tale scrupolo non ebbero certamente i soldati
della monarchia, o, dirò meglio, i capi che comandavano quei
soldati. Che contassero sul mio orrore per la guerra civile? Io
ordinai non si facesse fuoco, e tale ordine fu ubbidito, meno che
da poca gioventù alla nostra destra, agli ordini di Menotti, che
vedendosi caricati un po' sfacciatamente, caricarono e
respinsero».
Due «palle di carabina» colpirono
Garibaldi, «una all'anca sinistra, e l'altra al malleolo interno
del piede destro». Lui avrebbe commentato: «Mi ripugna raccontar
miserie. Ma tante furono manifestate in quella circostanza dai miei
contemporanei, da nauseare anche i frequentatori di cloache. Vi fu
chi si fregò le mani, al fausto per lui annunzio, delle mie ferite,
che si credettero mortali. Vi fu chi sconfessò l'amicizia mia, e vi
fu chi disse essersi ingannato cantando qualche merito mio».
Il bilancio dello scontro non fu
particolarmente cruento: 12 morti (di cui 5 garibaldini) e 34
feriti (di cui 20 garibaldini). Su una barella di rami, Garibaldi
fu portato a bordo del Duca di Genova, ancorato al largo di Scilla,
nello Stretto di Messina. Mentre veniva issato sulla nave, l'eroe
vide, sulla poppa della nave vicina, il generale Cialdini,
comandante supremo della spedizione, che si vantava del successo.
Garibaldi fu rinchiuso nel forte di Varignano, a La Spezia, dove
rimase prigioniero per 54 giorni.
Varignano divenne meta di
pellegrinaggi: l'opinione pubblica italiana ed europea si schierò
dalla parte del martire dell'Aspromonte. A Londra 100mila persone
si radunarono ad Hyde Park per manifestare la loro solidarietà a
Garibaldi. Lord Palmerston offrì un letto speciale per la
convalescenza dell'eroe. «L'universale simpatia manifestata a
Garibaldi in tutto il mondo», osserva Mack Smith, «fu una tacita
condanna della condotta del governo in questo triste affare, ed il
re colse la prima occasione che gli si presentò, ossia il
matrimonio di sua figlia con il re del Portogallo, per concedere
un'amnistia ai volontari garibaldini». Ma il guaio era ormai
consumato. Giuseppe Mazzini trasse le conclusioni politiche
dell'incidente: «La pallottola del moschetto che ha ferito
Garibaldi ha cancellato l'ultima riga del patto firmato due anni
fra tra i repubblicani e la monarchia. Oggi ci dividiamo per sempre
da una monarchia che ha combattuto sull'Aspromonte per il
papa».
Firenze capitale
Urbano Rattazzi, dopo l'ingloriosa pagina dell'Aspromonte, fu
costretto a rassegnare le dimissioni. I successivi presidenti del
Consiglio si mossero con maggiore prudenza, cercando una soluzione
"politica" della questione romana. Nel 1863, dopo un brevissimo
governo guidato da Luigi Carlo Farini, il re affidò l'incarico a
Marco Minghetti, il quale - nel 1864 - raggiunse con la Francia un
accordo che prevedeva il trasferimento della capitale italiana da
Torino a Firenze e il ritiro della guarnigione francese a Roma.
Napoleone III aveva accettato questa soluzione, consapevole delle
complicazioni politiche internazionali che la difesa del papa stava
comportando per lui e per la Francia. L'imperatore voleva mantenere
l'appoggio dei cattolici francesi, ma aveva altrettanto bisogno
dell'amicizia del governo italiano.
La clausola che prevedeva il
trasferimento della capitale a Firenze fu tenuta segreta da
Minghetti. Non ne erano al corrente né il re, né gli altri
ministri. Vittorio Emanuele, piemontese fino alla radice dei
capelli, reagì con autentico furore. Tutti i deputati piemontesi
formarono una federazione di vari gruppi ("La Permanente"), che
ebbe l'unico obiettivo, fallito, di impedire il trasferimento della
capitale. A Torino ci furono violenti tumulti, furono alzate
barricate. Il generale Alfonso Lamarmora (che di lì a pochi giorni
prese il posto di Minghetti, licenziato dal re con un telegramma)
represse la ribellione senza tanti scrupoli: ci furono una trentina
di morti e un centinaio di feriti.
L'aspetto singolare della vicenda -
che merita di essere segnalato - è che mentre i torinesi
insorgevano contro la perdita della capitale (per ragioni ovvie di
prestigio, ma anche per timore di un tracollo del valore degli
immobili, che puntualmente si verificò), i fiorentini non furono
affatto contenti della soluzione. Ricasoli la definì "una tazza di
veleno" offerta alla città. Aveva ragione: «Gli sventramenti che
furono operati per alloggiare i ministeri e i nuovi quartieri che
sorsero alla periferia per ospitare i venticinque o trentamila
impiegati che calarono da Torino», ricordò nella sua Storia
d'Italia Indro Montanelli, «lasciarono la città orrendamente
sfregiata e carica di debiti». Il governo Lamarmora, comunque, fece
miracoli: il 3 febbraio 1865 (meno di cinque mesi dopo la
Convenzione di Settembre) Firenze divenne capitale. Tutto il
personale e gli archivi erano stati trasferiti in un tempo record.
Fu un'impresa formidabile, portata a termine con abilità ed
efficienza.
Inizialmente contrario, Vittorio
Emanuele decise poi di affrettare il cambio di sede. Alla fine di
gennaio il tradizionale ballo di Carnevale offerto dalla Corte a
Torino fu contestato violentemente dalla popolazione. Una folla
minacciosa si assiepò lungo il percorso delle carrozze dirette a
Palazzo: ci fu un lancio di uova marce, invettive, percosse ai
valletti e ai cocchieri. Parecchi invitati preferirono tornare
indietro per non sfidare i facinorosi. Il giorno dopo (non si sa se
più impaurito o disgustato) il re partì per San Rossore, e di lì
raggiunse Firenze. Che lo accolse meglio di come si potesse
supporre alla vigilia. Il malumore esisteva, ma i fiorentini si
mostrarono ugualmente rispettosi con il sovrano. Nel 1865 ricorreva
il sesto centenario della nascita di Dante Alighieri e le
celebrazioni (con l'inaugurazione del monumento al sommo poeta)
furono un'ulteriore occasione di soddisfazione per la città.
Si può comunque dire che, nel giugno
1866, lasciando Firenze per raggiungere i campi di battaglia della
Terza guerra d'Indipendenza, Vittorio Emanuele provò un certo
sollievo. Si sentiva più a proprio agio fra i soldati che fra i
vecchi e nuovi cortigiani che lo contornavano nella nuova
capitale. |