CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2003 > Ottobre > Storia

Teano, l'immagine dell'Unità

Furono anni difficili quelli che seguirono l'Unità. La morte di Cavour privò la classe politica della mente più lucida di cui disponeva. I successori tentarono di imitarne l'arte ma i risultati furono spesso drammatici, come quando Garibaldi venne ferito in uno scontro con l'esercito italiano, che voleva impedirgli la conquista di Roma, progetto incoraggiato anche dal governo; o quando si decise il trasferimento a Firenze della capitale, provocando tumulti sanguinosi a Torino, che la riteneva un suo diritto, e si sentiva defraudata di un ruolo

Il Parlamento di torino

Teano rappresenta, nella memoria nazionale, l'Unità d'Italia, il fotogramma della storia in cui il Nord e il Sud della Penisola si riuniscono simbolicamente nella stretta di mano fra Vittorio Emanuele II e l'eroe che lo designa ufficialmente come "primo re d'Italia". Non c'era Cavour, quel giorno, che avrebbe meritato un posto nella foto ricordo per il ruolo attivo e paziente svolto nelle settimane, nei mesi e negli anni che precedettero quella stretta di mano simbolica. E non c'era Mazzini, il severo ideologo, che tentò (con scarsi risultati) di coinvolgere la popolazione nel Risorgimento, di trasformare le guerre dinastiche in guerre di popolo. La pregiudiziale repubblicana lo mise fatalmente fuori gioco. Ma le sue riflessioni aiutarono comunque la Giovine Italia, quella nata ufficialmente il 17 marzo 1861, a crescere e a formarsi una coscienza nazionale.

Il processo non era compiuto. Mancava Roma, la capitale, protetta dall'ostinazione di Pio IX (che non intendeva rinunciare al potere temporale) e dalle guarnigioni francesi. Mancavano le Venezie, rimaste sotto il dominio austro-ungarico. Il decennio seguente sarebbe risultato decisivo per completare il quadro unitario: un decennio burrascoso, segnato dagli scontri fra la generosità di Garibaldi e le impacciate furbizie della Corona. Segnato dai rovesci militari della III Guerra d'Indipendenza, che fruttò tuttavia la liberazione del Veneto (con le eccezioni di Trento e Trieste). Ebbe uno sviluppo singolare, il Risorgimento italiano, che si concretizzò in tre guerre contro il nemico austriaco: furono più le battaglie perse di quelle vinte. L'Italia nacque più sulle macerie delle sconfitte che sugli archi di trionfo innalzati per le vittorie. Le guerre sono tappe importanti nella storia, ma non sempre la Storia dipende dall'esito delle guerre.

L'Ottocento fu il secolo dei sentimenti nazionali, della maturazione degli indipendentismi. L'Italia fu favorita da questo processo, che era inarrestabile, come inarrestabile è stato, nel secolo successivo, il processo di decolonizzazione. La forza delle cose.




Il dopo Cavour



Michele Cammarano, Terremoto a Torre del Greco (1863) (Napoli, Museo di San Martino)


Ci vollero quasi cinque mesi per raccogliere i frutti di Teano. L'ultima resistenza borbonica fu eliminata soltanto l'11 febbraio 1861. Francesco II si era rifugiato nella fortezza di Gaeta, dove, durante l'assedio delle truppe piemontesi, si comportò con dignità e coraggio. Anche la regina Maria Sofia tenne alto il morale degli assediati: si spostava a cavallo da un angolo all'altro della città per soccorrere i feriti, provvedere alla distribuzione delle razioni (scarse) di cibo, offrire a tutti una parola di conforto. L'assedio si protrasse per cinque mesi: la roccaforte fu abbandonata l'11 febbraio 1861. L'esercito italiano concesse agli sconfitti l'onore delle armi.

I plebisciti sancirono l'annessione dell'Umbria, delle Marche e dei territori dell'ex Regno delle Due Sicilie. Nacque così il Regno d'Italia, con un atto formale molto semplice: il 17 marzo 1861, il parlamento approvò una legge, formata di un solo articolo nel quale si diceva che «Il re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d'Italia». Non andò tutto liscio: la sinistra parlamentare (uscita sconfitta dalle elezioni tenute in gennaio) avrebbe voluto che il sovrano tornasse indietro nella numerazione, assumendo il nome di Vittorio Emanuele I, giudicando - non senza fondamento - che il mantenimento del numero ordinale precedente avrebbe legittimato l'impressione che l'Italia fosse soltanto un ampliamento del precedente regno piemontese. Il re non volle saperne di quel cambiamento, e Cavour s'affrettò a condividere il rifiuto. Riconobbe «la parte che tutti gli italiani hanno avuto nel gran dramma del nostro Risorgimento», ma aggiunse, per non dare adito ad equivoci: «Mi sembra pur lecito di dirlo e proclamarlo con profonda convinzione: l'iniziativa fu sempre presa dal governo del Re. Fu il governo che prese l'iniziativa della guerra di Crimea; fu il governo del Re che prese l'iniziativa di proclamare il diritto d'Italia nel Congresso di Parigi; fu il governo del Re che prese l'iniziativa dei grandi atti del 1859, in virtù dei quali l'Italia si è costituita».

Le sicurezze di Cavour non impedirono che si aprisse un dibattito acceso tra le varie forze politiche. Alla fine di marzo il dibattito parlamentare dedicato al problema di Roma capitale si animò oltre i limiti consueti della polemica. Garibaldi (amareggiato per la cessione di Nizza alla Francia) insultò il primo ministro, il quale non rinunciò alla formula "Libera Chiesa in libero Stato", che sottintendeva la rinuncia da parte del papa al potere temporale, ottenendone in cambio l'amministrazione delle anime e delle coscienze. Garibaldi, viceversa, aspirava a soddisfare il proprio anticlericalismo conquistando con le armi la futura capitale. La prematura scomparsa di Cavour rese tutto più complicato. I suoi successori non avevano la stessa autorità e la stessa lucidità. Tentarono qualche miserevole doppio gioco che, nel 1862, provocò il drammatico incidente dell'Aspromonte.





L'Aspromonte




L'Italia metabolizzò l'accaduto con una filastrocca che suonava così: «Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba / Garibaldi che comanda, che comanda il battaglion!».

Capo del governo, nel 1862, era Urbano Rattazzi. Per cinque anni aveva collaborato in modo stretto con Cavour, che però lasciò scritti giudizi poco lusinghieri sul suo conto. Lo riteneva privo di fermezza e di principi: «Dotato di eminenti qualità di mente e di cuore, manca assolutamente d'iniziativa. Sarebbe il miglior consultore legale e fors'anco politico che io mi conosca, ma non atto a reggere un dicastero che deve dare l'impulso a tutto lo Stato». E l'ambasciatore inglese lo bollò come «politicante astuto, intrigante e di sentimenti meschini».

Anonimo, Garibaldi sull'Aspromonte

Il giudizio degli storici sull'episodio dell'Aspromonte è pressoché unanime. Ecco la ricostruzione di Denis Mack Smith: «Rattazzi, come Cavour, trovava utile tenere Garibaldi sempre pronto a insorgere. Il presidente del Consiglio sperava con ciò di riuscire a convincere Napoleone III che la Francia doveva lasciare che gli Italiani occupassero Roma, altrimenti i radicali l'avrebbero conquistata con la forza delle armi, sospingendo l'Italia ancor più a sinistra grazie alla loro vittoria. A Garibaldi, pertanto si accennò segretamente a un possibile appoggio, e ne seguì un malinteso». In sostanza, «La tragedia di Aspromonte fu dovuta alla deliberata ambiguità del governo. Il ministero incitò Garibaldi all'azione (tanto il re stesso ebbe a confessare ad alcuni diplomatici stranieri), deciso ad appropriarsi del suo successo o a sconfessarlo e punirlo nel caso che fosse fallito nell'intento».

Un altro storico, il francese Max Gallo, sostiene che - sbarcando in Sicilia nel luglio 1862 - Garibaldi non aveva un progetto definito: «Probabilmente non sapeva esattamente quello che avrebbe fatto in Sicilia. Era sbarcato nell'isola per "vedere" se una nuova spedizione dei Mille fosse ancora realizzabile». Il 15 luglio, a Palermo, arringò la folla, improvvisando un discorso infuocato: «Popolo di Palermo, il padrone della Francia, il traditore del due dicembre, colui che versò il sangue dei fratelli di Parigi, sotto pretesto di tutelare la persona del papa, di tutelare la religione, il cattolicesimo, occupa Roma. Menzogna! Menzogna! Egli è mosso da libidine, da rapina, da sete infame d'impero, egli è il primo che alimenta il brigantaggio. Egli si è fatto capo di briganti, di assassini. Popolo del Vespro, popolo del milleottocentosessanta, bisogna che Napoleone sgombri Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo Vespro». La folla reagì gridando: «O Roma o morte!». E questo divenne lo slogan di Garibaldi nei ripetuti (e sfortunati) tentativi di liberare la capitale. Al primo dei quali fu immediatamente dato corso.

L'eroe racconta nelle Memorie: «Due piroscafi, uno francese e l'altro della compagnia Florio, capitati nel porto di Catania, fornirono il mezzo di trasporto per il continente. Alcune fregate della marina militare italiana incrociavano davanti al porto ed avrebbero potuto impedire l'imbarco ed il passaggio. Esse, senza dubbio, ne avevano l'ordine. Ma, sia detto ad onore di chi le comandava, ostilità non ve ne furono da parte loro». Le due navi salparono stracariche di uomini. Tutti volevano imbarcarsi con Garibaldi, e nessuno era disposto a rinunciare. «Verso l'alba, dopo aver felicemente traversato lo stretto, approdammo nella spiaggia di Melito, ove si sbarcò tutta la gente. Come nel '60, si prese la strada del littorale verso il capo dell'Arma, con direzione a Reggio. Allora avevamo per avversari i borbonici, che si cercavano per combatterli. Oggi stava davanti a noi l'esercito italiano, che si voleva evitare a qualunque costo, ma che pure a qualunque costo ci cercava per annientarci. Le prime ostilità contro di noi, furono commesse da una corazzata italiana che, costeggiando il littorale parallelamente alla direzione nostra, ci regalò d'alcuni tiri di moschetteria, obbligandoci ad internar la gente per metterla al coperto». Poi le avanguardie garibaldine furono assalite da alcuni distaccamenti inviati da Reggio. «Per scansare un inutile spargimento di sangue, io ordinai di obliquare a destra, e prendere la via dell'Aspromonte».

L'alba del 29 agosto l'altopiano fu raggiunto. Gli uomini erano stanchi e affamati. Alle tre del pomeriggio, avvistarono la colonna dell'esercito regio comandata da Emilio Pallavicini di Priola. Che aprì immediatamente il fuoco contro i garibaldini. «Noi non rispondemmo», ricordò Garibaldi nelle Memorie: «Terribile fu per me quel momento. Gettato nell'alternativa di deporre le armi come pecore, o di bruttarmi di sangue fraterno. Tale scrupolo non ebbero certamente i soldati della monarchia, o, dirò meglio, i capi che comandavano quei soldati. Che contassero sul mio orrore per la guerra civile? Io ordinai non si facesse fuoco, e tale ordine fu ubbidito, meno che da poca gioventù alla nostra destra, agli ordini di Menotti, che vedendosi caricati un po' sfacciatamente, caricarono e respinsero».

Due «palle di carabina» colpirono Garibaldi, «una all'anca sinistra, e l'altra al malleolo interno del piede destro». Lui avrebbe commentato: «Mi ripugna raccontar miserie. Ma tante furono manifestate in quella circostanza dai miei contemporanei, da nauseare anche i frequentatori di cloache. Vi fu chi si fregò le mani, al fausto per lui annunzio, delle mie ferite, che si credettero mortali. Vi fu chi sconfessò l'amicizia mia, e vi fu chi disse essersi ingannato cantando qualche merito mio».

Il bilancio dello scontro non fu particolarmente cruento: 12 morti (di cui 5 garibaldini) e 34 feriti (di cui 20 garibaldini). Su una barella di rami, Garibaldi fu portato a bordo del Duca di Genova, ancorato al largo di Scilla, nello Stretto di Messina. Mentre veniva issato sulla nave, l'eroe vide, sulla poppa della nave vicina, il generale Cialdini, comandante supremo della spedizione, che si vantava del successo. Garibaldi fu rinchiuso nel forte di Varignano, a La Spezia, dove rimase prigioniero per 54 giorni.

Varignano divenne meta di pellegrinaggi: l'opinione pubblica italiana ed europea si schierò dalla parte del martire dell'Aspromonte. A Londra 100mila persone si radunarono ad Hyde Park per manifestare la loro solidarietà a Garibaldi. Lord Palmerston offrì un letto speciale per la convalescenza dell'eroe. «L'universale simpatia manifestata a Garibaldi in tutto il mondo», osserva Mack Smith, «fu una tacita condanna della condotta del governo in questo triste affare, ed il re colse la prima occasione che gli si presentò, ossia il matrimonio di sua figlia con il re del Portogallo, per concedere un'amnistia ai volontari garibaldini». Ma il guaio era ormai consumato. Giuseppe Mazzini trasse le conclusioni politiche dell'incidente: «La pallottola del moschetto che ha ferito Garibaldi ha cancellato l'ultima riga del patto firmato due anni fra tra i repubblicani e la monarchia. Oggi ci dividiamo per sempre da una monarchia che ha combattuto sull'Aspromonte per il papa».




Firenze capitale




Urbano Rattazzi, dopo l'ingloriosa pagina dell'Aspromonte, fu costretto a rassegnare le dimissioni. I successivi presidenti del Consiglio si mossero con maggiore prudenza, cercando una soluzione "politica" della questione romana. Nel 1863, dopo un brevissimo governo guidato da Luigi Carlo Farini, il re affidò l'incarico a Marco Minghetti, il quale - nel 1864 - raggiunse con la Francia un accordo che prevedeva il trasferimento della capitale italiana da Torino a Firenze e il ritiro della guarnigione francese a Roma. Napoleone III aveva accettato questa soluzione, consapevole delle complicazioni politiche internazionali che la difesa del papa stava comportando per lui e per la Francia. L'imperatore voleva mantenere l'appoggio dei cattolici francesi, ma aveva altrettanto bisogno dell'amicizia del governo italiano.

La clausola che prevedeva il trasferimento della capitale a Firenze fu tenuta segreta da Minghetti. Non ne erano al corrente né il re, né gli altri ministri. Vittorio Emanuele, piemontese fino alla radice dei capelli, reagì con autentico furore. Tutti i deputati piemontesi formarono una federazione di vari gruppi ("La Permanente"), che ebbe l'unico obiettivo, fallito, di impedire il trasferimento della capitale. A Torino ci furono violenti tumulti, furono alzate barricate. Il generale Alfonso Lamarmora (che di lì a pochi giorni prese il posto di Minghetti, licenziato dal re con un telegramma) represse la ribellione senza tanti scrupoli: ci furono una trentina di morti e un centinaio di feriti.

L'aspetto singolare della vicenda - che merita di essere segnalato - è che mentre i torinesi insorgevano contro la perdita della capitale (per ragioni ovvie di prestigio, ma anche per timore di un tracollo del valore degli immobili, che puntualmente si verificò), i fiorentini non furono affatto contenti della soluzione. Ricasoli la definì "una tazza di veleno" offerta alla città. Aveva ragione: «Gli sventramenti che furono operati per alloggiare i ministeri e i nuovi quartieri che sorsero alla periferia per ospitare i venticinque o trentamila impiegati che calarono da Torino», ricordò nella sua Storia d'Italia Indro Montanelli, «lasciarono la città orrendamente sfregiata e carica di debiti». Il governo Lamarmora, comunque, fece miracoli: il 3 febbraio 1865 (meno di cinque mesi dopo la Convenzione di Settembre) Firenze divenne capitale. Tutto il personale e gli archivi erano stati trasferiti in un tempo record. Fu un'impresa formidabile, portata a termine con abilità ed efficienza.

Inizialmente contrario, Vittorio Emanuele decise poi di affrettare il cambio di sede. Alla fine di gennaio il tradizionale ballo di Carnevale offerto dalla Corte a Torino fu contestato violentemente dalla popolazione. Una folla minacciosa si assiepò lungo il percorso delle carrozze dirette a Palazzo: ci fu un lancio di uova marce, invettive, percosse ai valletti e ai cocchieri. Parecchi invitati preferirono tornare indietro per non sfidare i facinorosi. Il giorno dopo (non si sa se più impaurito o disgustato) il re partì per San Rossore, e di lì raggiunse Firenze. Che lo accolse meglio di come si potesse supporre alla vigilia. Il malumore esisteva, ma i fiorentini si mostrarono ugualmente rispettosi con il sovrano. Nel 1865 ricorreva il sesto centenario della nascita di Dante Alighieri e le celebrazioni (con l'inaugurazione del monumento al sommo poeta) furono un'ulteriore occasione di soddisfazione per la città.

Si può comunque dire che, nel giugno 1866, lasciando Firenze per raggiungere i campi di battaglia della Terza guerra d'Indipendenza, Vittorio Emanuele provò un certo sollievo. Si sentiva più a proprio agio fra i soldati che fra i vecchi e nuovi cortigiani che lo contornavano nella nuova capitale.

Max Remondino