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Fiaba: il catalogo dei destini dell'uomo

A tre secoli dalla scomparsa di Charles Perrault, "papà" di Cenerentola e di Cappuccetto rosso, investighiamo sul significato metaforico di questo genere letterario che da sempre - prima in forma orale, poi scritta - accompagna il nostro cammino

Sin dai primordi della storia, l'uomo ha convissuto con paure ancestrali, ha combattuto contro un'avversa fortuna, ha sperimentato la fatica del vivere, ha coltivato sogni e illusioni, ha sperato sempre in un destino migliore. Ha vissuto sulla propria pelle l'eterna lotta fra il bene e il male, e quando quest'ultimo è sembrato invincibile, ha fatto affidamento su un intervento soprannaturale che riequilibrasse la situazione.

Se questo è l'atteggiarsi dell'avventura umana, la metafora a un tempo più suggestiva e autentica di essa è espressa certamente dalla fiaba. La fiaba, infatti, è una finzione che aiuta a sognare e a vivere: a sognare, perché introduce l'esperienza del meraviglioso nella realtà quotidiana; a vivere, perché ci induce a credere che anche nel mondo reale la bontà possa vincere, e ci sia un premio per i virtuosi e un castigo per i malvagi.

Quando e come siano nate le fiabe è difficile dire; quasi impossibile - almeno per le età più remote - rintracciarne gli autori. Si sa soltanto che per lungo tempo e un po' ovunque furono tramandate attraverso la trasmissione orale, di generazione in generazione. Nel passaggio, ognuno vi aggiungeva o vi toglieva qualcosa. Ogni narratore ricorreva alla memoria (la tradizione) e alla fantasia (l'invenzione), ripetendo e rinnovando senza fine. Questo spiega il moltiplicarsi delle varianti all'interno di un'unica storia.

Sicché, avvicinandoci al mondo variegato e sfuggente della fiaba, scopriamo il «prodigio di un universo formato da pochi elementi e tuttavia in continua trasformazione». Sono parole di Mario Lavagetto che richiamano un lucidissimo pensiero di Calvino: «Io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna (...). E in questo sommario disegno, tutto; la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell'innocente e il suo riscatto come termini d'una dialettica interna ad ogni vita; l'amore incontrato prima di conoscerlo e poi subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d'essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto le spoglie d'umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l'infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste».

Dunque, le fiabe sono vere, come la vita; ma anche false, come la letteratura. Anzi, le fiabe sono letteratura allo stato puro - cioè narrazione, racconto, affabulazione -, sia pure letteratura popolare, in quanto esprimono le esigenze, i valori, i sentimenti dei ceti popolari, anche se trattano spesso e volentieri di re e di regine, di streghe e di fate, di magie e di miracoli. Ma non sono poi così distanti dalla letteratura cosiddetta alta. Notiamo ancora, con Lavagetto, che: «L'universo della fiaba si configura come una grande enciclopedia del narrabile, di funzioni originarie che - più o meno trasformate - si possono ritrovare alle spalle di Chisciotte, di Amleto, di Robinson, di Fabrizio del Dongo». Persino il romanzo più importante della letteratura italiana, I promessi sposi, si avvicina in qualche modo allo schema tradizionale delle fiabe: l'eroe o gli eroi, anche in questo caso, si propongono di raggiungere un obiettivo, ma non ci riescono per una serie di ostacoli frapposti da altri personaggi antagonisti. Dopo mille peripezie, tutto andrà a buon fine, grazie al soccorso di personaggi aiutanti. E anche in questo grande libro, come in tanta letteratura fiabesca, c'è una morale: «Che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore».

Charles Perrault, in un ovale, circondat da alcune scene tratte dalle sue favole più note.

Ma, al di là di qualsiasi considerazione di carattere ermeneutico, quel che rende la fiaba assolutamente indispensabile al nostro spirito, oggi come ieri, è la sua capacità di incantamento, una sorta di uscita di sicurezza dalle angustie di un determinato tempo, di un determinato luogo, di determinate contingenze storiche e sociali, per attingere la dimensione del miracolo, per solcare i cieli dell'impossibile (o, se si preferisce, dell'assoluto). In questo itinerario di salvezza sono coinvolti allo stesso modo chi narra e chi ascolta - e la figura del narratore e quella dell'ascoltatore sono intercambiabili -, e alla fine in questo gioco sono coinvolte diverse generazioni. Così, raccontare una fiaba significa restituire vita a un frammento della nostra storia che sembrava dimenticata e che all'improvviso risorge.

Le fiabe, lo abbiamo già accennato, si perdono nella notte dei tempi, ed è anche estremamente arduo rintracciarne gli autori, giacché esse sono il frutto di un'elaborazione continua e diffusa. E tuttavia c'è un tempo in cui gli antichi racconti popolari cominciano a essere trascritti, e poi reinventati, e poi riscritti. Insomma, c'è un tempo in cui le fiabe diventano d'autore, e ci sono, come in tutte le letterature, autori geniali che hanno lasciato la loro impronta indelebile.
Fra questi, ricordiamo oggi Charles Perrault - in occasione del trecentesimo anniversario della scomparsa -, lo straordinario inventore, entro i limiti che abbiamo tracciato, di Cenerentola e Cappuccetto rosso, della Bella addormentata e di Barbablù, de Il Gatto con gli stivali e di Pollicino.

Charles Perrault nacque il 12 gennaio 1628 a Parigi da una famiglia dell'alta borghesia vicina alla corte: suo padre, Pierre, era avvocato presso il Parlamento, un organo per il momento consultivo che tendeva però a caratterizzarsi come rappresentativo delle esigenze e degli interessi del Paese. La vicenda umana e letteraria di Perrault, quindi, si dispone naturalmente all'interno della storia luminosa della Francia nell'età di Luigi XIV, il Re Sole. Dopo aver compiuto i primi studi in un collegio presso la Sorbona, e dopo aver fatto le prime prove letterarie, traducendo in versi burleschi il sesto libro dell'Eneide, intraprese, come il padre, gli studi giuridici. Sembrava avviato verso una brillante carriera amministrativa, ma la morte di Mazarino nel 1661 e l'assunzione del potere da parte del giovane Luigi XIV determinarono molte novità e portarono all'emarginazione dei fratelli Perrault. Però Colbert, ministro del Re Sole, dopo aver riorganizzato la finanza pubblica, ritenne utile creare una nuova e più convincente immagine del re e della monarchia.

A questo scopo chiamò Charles Perrault, affinché promuovesse le conquiste del tempo presente: quelle culturali, ma anche quelle sociali ed economiche. La Francia era in Europa il Paese leader nella produzione degli oggetti d'arte, d'alto artigianato e di lusso: si pensi agli arazzi della manifattura reale Gobelins, agli arredi, agli abiti, alle carrozze. Ma soprattutto la Francia era il Paese della cultura e del dolce vivere (per chi poteva permetterselo). Gli scrittori del tempo erano Molière, Corneille, Racine; i filosofi erano Cartesio, Pascal, Malebranche, Fénélon, Bossuet. E ancora, c'era una folla di architetti, scultori, pittori, musicisti, artisti, letterati, per non parlare delle cortigiane, e tutti facevano da corona allo splendore del re.

Charles Perrault, dunque, si fece cortigiano, ma in modo intelligente e creativo. Fu lui a fondare la "piccola" Accademia delle Iscrizioni, un luogo di alta cultura, e a rivitalizzare l'Accademia di Pittura e Scultura, quelle delle Scienze, dell'Architettura, della Musica. Istituzioni che divennero celebri in tutta Europa. C'era poi, fin dal 1635, la "grande" Accademia, i cui membri erano custodi della lingua e della letteratura francese, e dovevano costantemente tenere aggiornato il Vocabolario. Perrault entrò nell'Accademia nel 1671 e nell'81 ne divenne direttore. Di lì, lui e altri letterati organizzarono il culto della personalità del re, diedero impulso a che fosse scritta la storia di quel regno, incoraggiarono lo sviluppo di arti e cultura.

Mentre era intento a percorrere la sua prestigiosa carriera, Perrault non dimenticò del tutto la letteratura, che era stato il suo giovanile amore. È degno di menzione il panegirico in versi, intitolato Il secolo di Luigi il Grande, che egli lesse all'Accademia di Francia nel 1687, nel quale sosteneva la superiorità degli autori moderni rispetto agli antichi. Il discorso diede l'avvio a una polemica senza fine: Boileau gli rispose con durezza. La cultura francese del tempo si divise in due partiti contrapposti, una sorta di anticipazione della disputa che verrà tra classici e romantici. Quali che fossero le ragioni e i torti di Perrault, è indubbio che la sua visione della letteratura - che deve essere capace da un lato di esprimere le passioni dell'animo umano e dall'altro deve saper trasmettere un messaggio morale - anticipa la sensibilità dei romantici e la poetica del romanzo.

Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alla composizione delle fiabe. Ad esse arrivò dopo aver compiuto un itinerario umano e spirituale all'insegna della fuga dalla mondanità. Questo anche grazie a una serie di circostanze storiche. Negli ultimi venti anni del secolo lo splendore del regno di Luigi si appannò: le guerre avevano dissanguato le casse dello Stato e le lotte religiose avevano fatto perdere al Paese delle risorse umane preziose. La revoca dell'editto di Nantes, nel 1685, aveva costretto all'esilio moltissimi ugonotti, che erano buoni artigiani e quindi creatori di ricchezza. La morte di Colbert, nel 1683, era stata una perdita irreparabile. Insomma, era sopraggiunto un tempo segnato dalla crisi e dall'austerità. In questo mutato contesto un uomo come Perrault non era più necessario. Inevitabile, per lui, ritirarsi dalla vita pubblica e tornare alla passione della giovinezza: la letteratura.

Le prime tre fiabe di Perrault, in versi, furono pubblicate nel 1695. Lo stile era ancora un po' ampolloso, come si usava a corte, ma c'era già un'attenzione nuova a cogliere la voce e i sentimenti del popolo. Seguirono altre otto favole, questa volta in prosa, scritte con stile più diretto, che andarono a comporre, insieme alle precedenti, le Storie e racconti del tempo passato, più conosciute in seguito come I racconti di mia madre l'Oca. Le undici fiabe, che daranno l'immortalità all'autore, uscirono a stampa nel 1697, ma, stranamente, furono firmate dal figlio minore di Charles, Pierre Perrault Darmancour, il che ha costituito un vero rompicapo per la critica, mai risolto completamente.

Si ritenne, per lunghi anni, che il vero autore di queste fiabe fosse il figlio, giacché la scrittura è semplice e naturale, qualità che non si ritrovano nei primi racconti in versi del padre. Sola preoccupazione di quest'ultimo sarebbe stata, a giudizio di Emile Henriot, quella di tradurre in un gusto moderno ed elegante quelli che sarebbero stati altrimenti i racconti della balia. Inoltre, «al padre apparterrebbero tutti quei tratti fondamentali, galanti e parodistici, quelle note di fine psicologia femminile, di un preziosismo felicemente sottile, di cui il testo definitivo è sparso e come costellato qua e là». Ma la critica più recente sembra orientata invece ad attribuire la paternità delle fiabe a Perrault, giacché, come sottolinea Jeanne Morgan Zarucchi «l'apparente semplicità della prosa nelle fiabe cela in sé una complessa struttura in cui elementi evocativi della tradizione orale sono deliberatamente giustapposti al commento diretto dell'autore».

In effetti, nella fiabe di Perrault spira dappertutto un'aria incantata, ma le sue fate, come osservò il grande Sainte-Beuve, sembra che abbiano letto Cartesio, cioè imboccano sempre la via più diretta per compiere i loro prodigi. Inoltre, pur constatando una certa evoluzione del linguaggio, c'è invece una compatibilità dei caratteri stilistici tra le fiabe in versi e quelle in prosa. Resta da capire per qual motivo Perrault abbia voluto attribuire la paternità dei suoi racconti al figlio. La risposta sarebbe contenuta in un documento scoperto recentemente, il quale ci informa che il giovane Pierre avrebbe ucciso un suo coetaneo in duello; e che ne sarebbe seguito un processo. Il padre allora, per ottenere la protezione della corte, avrebbe pubblicato i racconti con il nome del figlio, dedicandoli a "Mademoiselle", la nipote di Luigi XIV.

Ma quel che ci preme ribadire è che Perrault, con queste fiabe, si rivela un grande scrittore. Ebbe a dire, in proposito, Chesterton: «Se si pianta un seme, si produce un'esplosione così forte che ne esce un albero. I racconti di Perrault sono il seme che, esplodendo, ci ha dato tutto l'immaginario del XVIII e XIX secolo».

Paolo Pinto