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Gauguin: fuga dall'Occidente

Viaggio nelle Isole Marchesi della Polinesia francese, laddove il geniale artista perse «la conoscenza dei giorni e delle ore, del bene e del male». Terra degli spettacolari tiki, è ancora oggi un piccolo paradiso

Cento anni fa moriva a Hiva Oa, nelle Isole Marchesi, Paul Gauguin. Il grandissimo pittore venne sepolto nel cimitero della remota isoletta dell'arcipelago della Polinesia Francese, snobbata anche

Tahitiennes sur la plage

dalle autorità amministrative di Tahiti, a cui quelle dimenticate terre del nord polinesiano fanno capo. Figurarsi quindi che avamposto del mondo fosse quando, nel 1891, vi giunse il geniale artista. Tanto per fare un esempio, il cannibalismo, abbondantemente diffuso tra le sue vallate - tanto rigogliose quanto lugubri, delimitate da crinali di alte montagne di origine vulcanica, scogliere rosse come il fuoco, spiagge nere come il carbone e un mare blu come la notte - aveva avuto fine ufficialmente soltanto nel 1867.
Colui che lo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán ha definito il "fuggitivo più simbolico della modernità" vi giunse nel suo secondo e ultimo viaggio in Polinesia, definitivamente in rotta con quello che considerava "l'Occidente marcio" e con tutto quanto di "convenzionale, artificiale, abitudinario" rappresentasse, come spiegava in una lettera scritta a Tahiti in cui premetteva: "Se la nostra vita è malata anche la nostra arte deve esserlo e possiamo ridarle la salute cominciando di nuovo come bambini o come selvaggi".

Ma la sua ossessionante e disperata ricerca del paradiso in terra tropicale era iniziata molto prima. Forse stava scritto nel suo destino. Da quando, nel proprio testamento, la madre Alina Maria Chazal gli lasciò come eredità "di crearsi un nuovo avvenire, poiché non ha saputo conquistarsi l'affetto dei miei amici e si troverà del tutto abbandonato". Paul Gauguin cominciò a viaggiare all'età di due anni, quando i genitori decisero di trasferirsi in Perù, e praticamente non smise più. A diciannove, come apprendista pilota su una nave, attraversava l'Oceano Atlantico per poi servire la Marina francese e divenire, in seguito, un agiato agente di borsa. Soltanto negli ultimi venti anni della propria esistenza si dedicò esclusivamente alla pittura. E certamente la sua fuga dal mondo non rappresentava un mero diniego dei valori della società europea, colonialista e benpensante, bensì la volontà di trovare l'innocenza pittorica a stretto contatto con la purezza della natura. A onor del vero, l'idea di fondare un atélier artistico sotto il sole del tropico l'aveva ripresa da Vincent Van Gogh, mentre fu Émile Bernard a consigliargli Tahiti per il proprio esperimento rousseauiano di vita e d'arte.

Nel primo soggiorno polinesiano Gauguin fa di tutto per spogliarsi del suo rinnegato retaggio culturale e tramutarsi in un "nobile"

Il pittore Gauguin

selvaggio. Illudendosi - spiegherà compiaciuto in Noa Noa - di esserci riuscito. Nello stesso libro ci descrive la sua nuova positiva spensieratezza: "Non ho più conoscenza dei giorni e delle ore, del male e del bene. La felicità è talmente estranea al tempo, che ne sopprime la nozione e tutto è bene quando tutto è bello".

Ma ancora aveva bisogno della Francia borghese per il riconoscimento del proprio genio artistico, di cui si sentiva pienamente consapevole: vi rientra il 30 agosto del 1893. Quando, due anni più tardi, torna in Polinesia, è malato e indigente, lontano dagli schiamazzi colonialisti della capitale Papeete. Ma in lui cova ancora la trepidazione per ottenere il suggello alla sua pittura, che lo continua a vincolare all'Europa. Reagisce separandosi dalla moglie polinesiana Pahura e dal figlioletto Emile, da questa avuto, per fuggire ancora più lontano, alle Marchesi, in una realtà più primigenia.

Con l'arrivo nell'isola di Hiva Oa, dove trascorrerà gli ultimi 21 mesi della sua travagliata esistenza, raggiungerà l'apice della "libertà del corpo e della leggerezza culturale del comportamento". Si installa nel cuore del villaggio di Atuona, pagando profumatamente l'affitto del terreno alla missione cattolica che lo costringe ogni domenica a sentire la messa. Tappezza le pareti della Casa del Piacere, sua abitazione e atélier, di cui è stata recentemente inaugurata una ricostruzione insieme al nuovo centro "Espace Gauguin", dedicato ai suoi dipinti, con le copie delle opere di Botticelli, Rembrandt, Manet e Degas.

Gauguin non riesce a separarsi dalla propria vita precedente. Si ritrova a vivere con un'adolescente senza privarsi di amare le modelle che posano per i capolavori che ne suggelleranno la consacrazione artistica tra i grandissimi della storia della pittura. La condotta immorale, gli attacchi alla pubblica autorità ed al clero, finiranno per isolarlo anche dalla amata comunità indigena. Gauguin muore solo. Il suo pellegrinare dall'oscurità dell'ignoranza alla luce del sapere guadagnata con l'esperienza di vita primitiva, è approdato nella realizzazione artistica della shangri-là incontaminata e ideale a lungo inseguita. Gli hanno fatto da guida quei paesaggi polinesiani che, come scrisse in Noa Noa prima del suo secondo viaggio nei Mari del Sud, con i loro colori "liberi, ardenti", che lo accecavano.

È sorprendente constatare che Hiva Oa, la cui natura solare tanto ispirò Gauguin, custodisca nel grembo verde della sua rigogliosa vegetazione i più spettacolari tiki: la massima espressione raggiunta dalla scultura e dall'arte decorativa in Polinesia. Scolpite a basso e alto rilievo, come pure tuttotondo, su pietra basaltica, tufo, osso, incluse le ossa umane, legno e molti altri materiali, queste misteriose figure antropomorfe, evocatrici di forze protettrici e avi divinizzati, trasmettono infatti a chi le osserva sensazioni cupe e angoscianti che affatto si conciliano con la seducente luminosità delle isole in cui sono stati eretti.

la tomba del pittore nel cimitero di Hiva Oa, l'isola dove si era stabilito nel 1901

Caratteristici delle Marchesi, inchiodano l'osservatore per i loro immancabili lineamenti rigidi e stilizzati quanto sproporzionati, con enormi occhi circolari e grandi labbra che creano espressioni enigmatiche e diaboliche. I corpi tarchiati, le teste prive di collo, le braccia appoggiate ai fianchi, le gambe curvate, non hanno nulla in comune con le figure sinuose e suadenti ammirate nei dipinti di Gauguin. Proprio l'artista francese accusò gli europei e il monoteismo da essi introdotto di aver svuotato del proprio significato la civiltà di cui i tiki furono una delle più significative testimonianze artistiche. I missionari, preoccupati della presunta adorazione della popolazione di quelli che chiamavano "gli dei del bosco", ne avversarono la sopravvivenza, giungendo ad evirare i tiki del complesso archeologico di Peake, nell'isola di Nuku Hiva.

Quasi sempre figure maschili, benché Gauguin li qualifichi come "spiriti inferiori agli dei, estranei agli uomini, nella cosmogonia dei maori… esseri intermedi tra gli esseri organici e quelli inorganici…", il loro uso riguardava ogni aspetto del vivere quotidiano: decoravano armi e canoe, utensili, stoffe e quant'altro. Quelli di maggiori proporzioni sono le più grandi sculture della Polinesia francese e, fatta eccezione per i moai dell'isola di Pasqua, dell'intero mondo insulare dell'Oceania.
Non distante dal villaggio di Puamau, ad Hiva Oa, nel complesso archeologico di Iipona, uno dei più importanti del periodo precedente all'arrivo degli europei, il tiki in tufo rosso chiamato Takai, con 267 centimetri di altezza, è il più importante che si conosca. Nello stesso sito, il tiki Maki Taua Pepe, in tufo grigio, si pensa possa raffigurare una figura femminile distesa bocconi. Quello di Fau Poe - alto 180 centimetri e scolpito seduto con le gambe allungate - si ipotizza invece che rappresenti la consorte di Takai.

Non è difficile figurarsi il potere di soggezione che avevano le immagini ieratiche e al tempo stesso corrucciate dei tiki, eretti sui me'ae, i templi in pietra spesso costruiti nel cuore della boscaglia tropicale. In alcuni di essi si consumavano sacrifici umani: il "maiale lungo" che veniva mangiato arrosto. Certamente simili episodi accaddero anche a Nuku Hiva, nel tohua di Hikokua, sulla costa di Hatiheu. Con il nome tohua si individua lo spazio cerimoniale rettangolare per celebrare feste, ricorrenze religiose, danze, circondato da piattaforme per i capi e gli aristocratici e da terrazzamenti in pietra. Risalente probabilmente al 1250 dopo Cristo, quello di Hikokua conserva i resti di un tuu, la spianata in cui venivano presentati i sacrifici alle divinità.
Addentrandosi ulteriormente nella selva, il centro cerimoniale Kamuihei - dove sono sopravvissuti ai giorni nostri teschi umani - custodisce una profonda buca. Si ritiene che vi fossero rinchiusi coloro che sarebbero stati immolati agli dei. Una simile prigione è conservata anche nel tohua Upeke del villaggio di Taaoa, nella baia dei Traditori, lungo la costa meridionale di Hiva Oa, che preserva anche imponenti me'ae dove sono riconoscibili i posti in cui sedevano capi clan e sacerdoti. A Taaoa rimangono anche un migliaio di pae-pae: le piattaforme in pietra che fungevano da piedistallo per le case. La valle di Taipivai, nell'isola di Nuku Hiva - dove Herman Melville ambientò il suo celebre romanzo Taipi - un tempo densamente abitato da popolazioni antropofaghe, cela nel fitto della vegetazione numerosi resti di siti cerimoniali. In uno di essi, l'altare di Tainaii, si possono ammirare cinque tiki del XVI secolo.

Questo breve excursus tra i più rappresentativi tiki delle Marchesi non può ignorare il Moe One, nascosto dalla vegetazione a un quarto d'ora di cammino dal pittoresco villaggio di Hanapaaoa, nella costa settentrionale di Hiva Oa. Alto circa un metro, si caratterizza per la corona di fiori scolpita sul capo. Gli si attribuisce un potente mana: potere soprannaturale, in grado persino di uccidere coloro che si fossero azzardati a toccarlo. A renderlo ancora più inquietante è stato il ritrovamento di ossa umane nelle sue vicinanze. La sacralità del luogo sopravvive ancora oggi e dà l'opportunità di chiarire con quanta serietà i marchesani, capaci di coordinare raffinate tecniche di lavorazione con uno spiccato senso estetico, abbiano sempre affrontato la produzione delle misteriose figure. Per questi indigeni la fabbricazione di qualsiasi utensile e di ogni altro oggetto ha sempre costituito un gesto di creazione, a cui conferire la dovuta sacralità.

In apposite capanne, ritmato da canti propiziatori, il lavoro veniva eseguito con uno spirito comunitario, sotto la guida dei Tuhuna, i maestri artigiani, che godevano di un'altissima considerazione. Attualmente i tiki dalle migliori fattezze vengono creati a Nuku Hiva. Per realizzarne uno di un metro di altezza occorre anche un mese di lavoro. Va sottolineato il rispetto con cui gli abitanti delle Marchesi ancora si applicano a questa forma d'arte.

Gauguin, al quale stava a cuore tutto ciò che concernesse la vita tradizionale polinesiana e che studiò e trattò nelle pagine di Noa Noa i tiki e la religiosità dei loro scultori, avrebbe certamente apprezzato..

Stefano Nicolini