
LO STUDIO
Sono quasi arrivato. Comincia ad
imbrunire e, d'inverno, si sa, le tenebre calano rapidamente.
Alcuni festoni natalizi, non ancora rimossi, preannunciano la mia
nuova città: ghirlande di lampadine multicolori pulsano nel buio,
nel velo di nebbia brillano stelle comete e abeti stilizzati. Anche
nelle periferie, solitamente piuttosto tristi, sulla scia delle
grandi occasioni di fine anno, residua non so che dolcezza, non so
che abbandono... E' qualcosa di diverso della semplice allegria...
è uno stato d'animo stabile, permanente, è un modo di affrontare la
vita e le sue difficoltà. Il miglior modo per vincere. Questo è
l'ultimo importante dono di mio padre. Quando sono ritornato a casa
per le feste di fine anno, mancavano pochi giorni al Natale: mi è
sembrato di essere ridiventato bambino, perché, tra le pareti
domestiche ho ritrovato l'albero e il presepe ancor più grandi e
più belli dei tempi dell'infanzia. Mio padre ha sempre voluto
prepararli personalmente, da solo, senza ingerenze di sorta: però,
via via che i figli crescevano, il suo intervento si faceva
sommario, essenziale. Badava non tanto a sbalordire quanto ad
assicurare la presenza dei due simboli. Ma adesso ha superato ogni
immaginazione, e temo che abbia speso un patrimonio: non ho mai
visto un albero e un presepe così ricchi di luci e di colori, così
meticolosamente preparati."E' stupendo, papà" ho commentato a bocca
aperta. "Mai vista una simile meraviglia". "Le solite cose" ha
risposto, stringendosi nelle spalle, "niente di eccezionale. Solo
la gioia di festeggiare la nascita di Gesù Bambino". Non sono le
solite cose, e non è soltanto la gioia di festeggiare il Natale.
Sì, è vero, la filastrocca conclude: "Dicembre, ci aspetta Gesù",
però mio padre non si è fermato al pur grande significato religioso
della ricorrenza. Si è provato a dirmi che mi vuole bene e che il
suo sentimento oltrepassa la transitorietà della vita o l'angustia
del privato. Nel suo affetto c'è la forza che muove il mondo. La
forza che - oggi negli studi, domani nel lavoro e nella famiglia
che spero di formare insieme a Fabia - mi rassicura sul lieto fine,
sull'epilogo fortunato.
Questi miei pensieri, questi miei
ricordi voglio scriverli appena giunto nella nuova città, nel mio
minuscolo alloggio. E li scrivo. Forse per fare ordine o per
conservare un pezzo della mia vita, un viaggio in automobile che è
stato anche il viaggio dei miei primi diciotto anni. Appena finito
di scrivere, rileggo i miei appunti e mi chiedo che cosa
rappresentino. Non sono letteratura e evidentemente nemmeno un
graffito. Non sono un tema di italiano o un diario intimo. Nè una
confessione o un verbale. Potrebbero però essere una lettera, una
lettera che da tanto tempo ho in animo di scrivere, ma che non ho
mai scritto, una lettera da spedire a una persona che mi ha voluto
bene e che sarebbe felice di ricevere mie notizie. E di sapere di
non aver seminato invano.Mi accingo a digitare sul "portatile"
tutto ciò che, di getto, ho confidato a un quaderno, usando la
biro. Sorrido. Le dita scorrono sui tasti, e sul display leggo:
"Cara Maestra Paola..."