|
Il Carabiniere di se
stesso
Fino al 1917, passavamo l'autunno in
una vecchia villa settecentesca sui primi dossi delle Prealpi, nei
dintorni di Torino. Mio nonno era con noi, e tutte le mattine,
metodicamente, lo accompagnavamo in una lunga passeggiata.
Partivamo verso le otto, tornavamo per la mezza. Erano altrettante
lezioni peripatetiche, che sono ancora tra i ricordi più belli
della mia vita. E ci accadeva, quasi ogni volta, di incontrare una
coppia di Carabinieri nel loro giro di perlustrazione. Tra il
verdegiallo delle robinie che già incominciava a diradare, ero il
primo a scorgere, in fondo alla stradina polverosa, il turchino
delle uniformi (allora erano turchine in ogni stagione) e il rosso
delle bande e il bianco della bandoliera e delle
buffetterie...
Mio nonno coglieva l'occasione, e mi parlava dei Carabinieri. Non
ricordo le precise espressioni. Ma ricordo benissimo che questi
incontri avevano, ogni volta, per me, qualcosa di lieto,
rasserenante, vitale. I Carabinieri, certamente in seguito a ciò
che me ne diceva mio nonno, rappresentavano qualcosa di cui potevo
sentirmi orgoglioso. I Carabinieri erano il simbolo della legge e
dell'unità: erano il cemento che teneva salda in piedi la
costruzione ancora giovane della nostra patria.
Non per nulla il grande critico e mio carissimo amico Emilio
Cecchi, nel suo pessimismo, nel suo scetticismo, soleva sovente
uscire in questa battuta:
"I Carabinieri? Io sto sempre dalla parte dei Carabinieri. I
Carabinieri funzionano sempre. I Carabinieri sono una delle
pochissime cose serie che esistano in Italia".
Ma esiste una ragione più profonda ancora, per stare dalla parte
dei Carabinieri: una ragione non storica ma psicologica, non
sociale ma individuale. Che cosa sono i popoli, le nazioni, le
masse, che cos'è una società, una comunità, se non una
moltiplicazione all'infinito dell'individuo umano con le sue
passioni e la sua logica, con le sue virtù e i suoi vizi, con la
sua buona e la sua cattiva volontà? Infatti, se nessuna
collettività può vivere senza qualche turbolenza, senza qualche
contrasto, senza annoverare in se stessa dei criminali, dei pazzi,
dei furfanti, gruppi di individui o individui pericolosi ai propri
simili, allo stesso modo l'uomo singolo trova qualche volta, almeno
una volta nella vita, in se stesso il proprio pericolo, il proprio
nemico. Non c'è nessuno, neanche il più saggio di tutti noi, che a
un certo momento non dubiti di se medesimo e, straziato
dall'incertezza, non fatichi a riacquistare quel minimo di
tranquillità che gli è necessario per vivere, produrre, lavorare,
non soffra a rimettere ordine dentro di sé. Nessuno, insomma, può
dirsi completamente e sempre immune da un rischio, un inizio di
schizofrenia.
Appunto per questo, sulla mia scrivania, ormai da anni, tengo un
bronzetto, la statuina di un Carabiniere. Così mi ricordo che
ognuno deve essere, al momento buono, il Carabiniere di se
stesso.
Se la funzione del Carabiniere è indispensabile, che ognuno lo
eserciti verso se stesso; se è una funzione necessaria alla vita
dell'individuo, come dubitare che non lo sia ancora di più alla
vita di una nazione?
MARIO
SOLDATI |