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Eventi
| Presentazione del libro "7 ottobre 1943 - La deportazione
dei Carabinieri romani nei Lager
nazisti" |
Roma,16/06/2009
Ieri, nell'Aula Magna della Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma, è
stato presentato il libro "7 ottobre 1943: la deportazione dei
carabinieri romani nei Lager nazisti". Un'opera di Anna Maria
Casavola che riporta alla luce, grazie ad un'attività di ricerca
nata nel centro studi del Museo storico della Liberazione di via
Tasso, un evento inspiegabilmente scivolato via dalla memoria
collettiva. Che i Carabinieri fossero stati disarmati e deportati
si sapeva, però nessuno ne aveva mai parlato e nessuno ne onora la
memoria, e non se ne comprende il perché. Il libro, edito da
Edizioni Studium, è introdotto da Max Giacomini, già presidente
dell'Associazione Nazionale Ex Internati (ANEI), mentre la
prefazione è del Prof. Antonio Parisella e la postfazione del Col.
Giancarlo Barbonetti, Capo Ufficio storico del Comando Generale
dell'Arma dei Carabinieri.
E' stata la prima grande deportazione nazista, superiore per
numero, duemila o duemila e cinquecento uomini, a quella successiva
di una settimana degli oltre mille ebrei ed è possibile stabilire
tra i due fatti anche un collegamento. Ciò che emerge dai
documenti, infatti, finalmente non più secretati, è che ci troviamo
di fronte ad una pagina oscura della storia del nostro Paese,
rappresentata non solo dall'occupazione tedesca ma dalla
risurrezione dello stato fascista dopo la liberazione di Mussolini
il 12 settembre 1943, per cui non è facile stabilire una linea
netta di demarcazione tra l'asservimento agli occupanti, il
collaborazionismo volontario e l'azione in stato di
necessità.
Quanto alla liberazione di Mussolini, come è stata raccontata dai
tedeschi, esce dagli archivi dei Carabinieri un'altra più
attendibile versione su cui gli storici avranno da discutere. Per i
Carabinieri quel che è certo è che l'ordine di disarmo, prologo
alla successiva deportazione, porta la firma di Rodolfo Graziani,
ministro della Difesa nazionale della RSI e Maresciallo d'Italia.
Questi agì naturalmente d'intesa con il Comando tedesco, ma se fu
lui il suggeritore o lo strumento è un quesito irrisolvibile. Egli,
per costringere gli stessi ufficiali dei Carabinieri a disarmare i
propri uomini e i colleghi di grado inferiore, aveva minacciato di
passare per le armi i disobbedienti e di effettuare rappresaglie
sulle famiglie degli ufficiali e sott'ufficiali, che tra l'altro
abitavano negli alloggi demaniali delle caserme. E poiché Graziani
era uomo conosciuto per le sue repressioni feroci, per evitare più
gravi conseguenze, l'ordine fu eseguito.
Così i carabinieri, ignari di tutto (gli ordini vincolavano gli
ufficiali superiori al segreto assoluto), furono presi in trappola
e credettero di essere stati traditi. "Il giorno della cattura
fummo fatti cadere in un tranello tesoci dai tedeschi e dai
non
meno crudeli repubblichini. Eravamo un ingombro, un ostacolo per i
nazifascisti, eravamo testimoni da eliminare, eravamo l'unica
protezione per le popolazioni avvilite e stanche e decisero di
disfarsi di noi", così ricorda quel giorno il maggiore Alfredo
Vestuti deportato.
Anche il Col Kappler delle SS aveva interesse all'allontanamento
dei Carabinieri dalla capitale prima di mettere in atto la
deportazione degli ebrei dall'Italia, perché i Carabinieri si
erano rivelati per la maggior parte antitedeschi: avevano
combattuto contro di loro dopo l'8 settembre e, come forza di
polizia nella CAR, avevano sistematicamente boicottato gli ordini
del Comando tedesco quando questi colpivano la popolazione. Di qui
il giudizio di inaffidabilità. Ecco quindi il collegamento tra le
due deportazioni: Kappler temeva che il rastrellamento degli ebrei
avrebbe potuto innescare una rivoluzione come qualche giorno prima
a Napoli.
Effettuare la razzia nel Ghetto con ottomila "infidi" Carabinieri,
che avrebbero potuto anche reagire, sarebbe stato un azzardo.
Kappler, quindi, chiede e ottiene che siano disarmati e trasferiti.
Graziani emette il suo ordine il 6 ottobre. Si dice che tutti gli
ottomila Carabinieri di Roma devono andare a prestare servizio…..a
Zara! "Grazie a notizie fatte trapelare nella notte il piano di
disarmo non ebbe il successo che speravano i tedeschi. - precisa il
Colonnello Giancarlo Barbonetti - La maggior parte dei carabinieri
fu catturata nelle grandi caserme della capitale, ma nelle
situazioni locali molti si diedero alla macchia."
Partendo da questo spunto, il libro mette in evidenza il
contributo spontaneo che alla Resistenza è venuto dai Carabinieri
romani: sia nel periodo 8 settembre 7 ottobre 1943, sia
successivamente fino alla liberazione della città, da parte di quei
Carabinieri (circa 6.000) che erano sfuggiti alla deportazione ed
avevano dato vita, sotto la guida del generale Filippo Caruso al
Fronte militare clandestino dei Carabinieri che affiancava quello
del colonnello Montezemolo. "Da quel momento -sostiene Barbonetti -
tecnicamente erano dei latitanti. Molti avevano portato via le loro
armi. Erano esperti ed addestrati. Erano benvoluti dalla
popolazione. Dopo un primo momento di sbandamento, cominciarono ad
organizzarsi ed entrarono nelle formazioni della resistenza dando
un notevole contributo anche agli alleati con attività di
sabotaggio e di informazione sugli obiettivi militari da
colpire."
Intanto, i Carabinieri catturati compiono il loro viaggio
prigionieri della macchina industriale di deportazione ideata dal
Terzo Reich. "Un vagone bestiame: 6 cavalli o 40 uomini. Noi ci
misero in 40 dentro ogni vagone e poi lo piombarono." dice Abramo
Rossi, uno dei deportati, carabiniere in congedo, che prosegue:
"Per fare i bisogni corporali ci hanno fatto scendere a Bologna.
Oggi c'è una lapide che ricorda il nostro passaggio. Ci hanno preso
con l'inganno. E' stato un tranello. Anche i nostri ufficiali sono
stati ingannati".
La parte più inedita della ricerca riguarda la ricostruzione, passo
dopo passo, del rapporto persecutorio che l'Arma subì da parte
della RSI sia sul territorio nazionale (culminata in una successiva
e definitiva deportazione nell'agosto 1944), sia nei Lager in
Germania, dove i Carabinieri entrarono a far parte della massa
degli IMI.
Gli IMI, 600-700 mila militari italiani catturati dopo l'8settembre
su tutti i fronti di guerra, misero in atto da subito nei campi una
resistenza non armata, ma non inerme che fu una spina nel fianco,
in particolare per la RSI che avrebbe voluto trarre dagli internati
il nuovo esercito di Mussolini. Come si sa l'adesione fu
minima.
In genere ai prigionieri si chiede di sopravvivere non di
testimoniare continuamente le proprie concezioni politiche e di
scegliere il proprio destino. Infatti, optando per la RSI sarebbero
rientrati in Italia, almeno questa era l'allettante promessa.
Eppure essi sono stati capaci di dire NO togliendo una possibile
legittimazione alla RSI. Un NO, che come ha ribadito più volte Max
Giacomini, è stato pronunciato da militari di ogni ordine e grado,
arma e categoria, appartenenti a reparti diversi, catturati in
territori ed in circostanze diverse, ristretti in Lager diversi,
senza punti di riferimento, senza suggestioni ed informazioni
gerarchiche, cittadini indigenti, benestanti, braccianti,
contadini, impiegati, professionisti, intellettuali, analfabeti,
cittadini del nord, del sud del centro, delle isole. Questo è
l'aspetto più rilevante di questa pagina sconosciuta di
storia.
Dall'ingente materiale consultato di documenti, diari, memoriali
esce fuori una lettura diversa della tragedia dell'8 settembre, non
tanto l'ora del disfacimento delle istituzioni, ma l'ora della
verità per valutare, secondo le diverse motivazioni, l'attitudine
etica degli italiani. E' stata l'ora in cui ciascuno si è trovato
solo di fronte a se stesso a prendere decisioni che non avrebbero
più avuto l'approvazione di una qualsiasi autorità. In nessun
periodo storico più di questo e forse in nessun altro Paese, il
luogo deputato alle scelte è stato la coscienza di ognuno e ognuno
dal posto dove si è trovato ha portato o non ha portato all'oceano
la sua goccia d'acqua.
Per questi motivi, per il loro valore di testimonianza, gli eventi
narrati dal libro non debbono restare confinati negli archivi e
nelle biblioteche militari perchè appartengono alla storia del
nostro paese e fanno parte idealmente del suo patrimonio morale e
civile. Se si ignorano è come se non fossero mai
stati.
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