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Salvo d'Acquisto non è il solo, nella gloriosa pagina che i
Carabinieri hanno scritto, sul grande libro dell'Arma, dopo
l'armistizio del 1943. Negli otto mesi dell'occupazione tedesca in
Italia, 141 Carabinieri sono caduti, falciati dal piombo
nazista, con il nome della Patria sulle labbra, fedeli al
giuramento prestato alla bandiera, fedeli soprattutto, al loro
credo di onestà, di abnegazione, di sacrificio(*). Salvo
d'Acquisto è ormai diventato un simbolo sacro che non sarà mai
dimenticato, ma accanto a lui, fra le fila della legione di eroi
che sfila nel cielo dei più puri martiri del dovere, altri
carabinieri sono schierati. Fra questi il brigadiere Giuseppe
Lombardo e i tredici suoi eroici compagni - l'appuntato
Ammaturo, i carabinieri Alvino, Carbone,
Franco, Manzo, Covino, Ricca,
Pagliuca, Cusatis, Dubini, Russo e
Scala uccisi il 13 settembre di quel tragico
1943 a Napoli, colpevoli di aver impedito che i
Tedeschi devastassero, prima di ritirarsi, la centrale
elettrica di Fertilia. I quattordici Carabinieri si
batterono con tutte le loro forze per far sì che i Tedeschi non
portassero a compimento il loro proposito, ma, davanti alle
soverchianti forze avversarie, dovettero cedere: vennero catturati
e fucilati.
I Tedeschi odiavano i Carabinieri e li
temevano.
Già l'Arma aveva dato la dimostrazione della propria linea di
condotta, affrontando i reparti nazisti a Roma, nelle ore
che seguirono la proclamazione dell'armistizio, e resistendo
tenacemente agli attacchi che le soverchianti forze nemiche
conducevano contro di loro. Alla testa dei suoi era caduto, il 9
settembre, sulla strada che da Ostia porta a San
Paolo, il capitano De Tommaso, e i Tedeschi avevano
dovuto duramente combattere, senza peraltro giungere, nonostante la
superiorità in uomini e mezzi, a vincere la resistenza dei
Carabinieri, che, alla Magliana, a S. Paolo e
a Monterotondo, eseguivano gli ordini di resistere contro
chiunque tentasse di ostacolare il passaggio dell'Italia dalla
posizione di Paese' combattente a quella di Paese che aveva deposto
le armi Solo quando il Comando della difesa di Roma, il 10
settembre, stipulò un accordo con il Comando tedesco, per la
cessazione del fuoco, i Carabinieri lasciarono le loro posizioni.
Ma il loro coraggioso comportamento, sia sulla linea di fuoco, sia
nelle posizioni isolate, valse a salvare molte vite di civili, ed
anche a sottrarre al nemico la possibilità di impadronirsi delle
armi e di fondi che sarebbero stati loro preziosi.
All'inizio dei 1944 il generale Caruso aveva alle
proprie dipendenze, sul fronte clandestino, 5.766 Carabinieri, ed
altri 2.000 operavano in bande autonome. Erano, questi dei
Carabinieri, i reparti partigiani che maggiormente i
Tedeschi temevano: perché erano addestrati,
disciplinati, perfettamente inquadrati; in grado quindi di dare del
filo da torcere molto più delle brigate partigiane che, in
quel momento, si muovevano con notevoli difficoltà e senza piani
seriamente prestabiliti. Gli sforzi dei Tedeschi per
identificare, quindi, i Carabinieri che operavano
clandestinamente, erano immensi: e quando i militi cadevano
nelle mani nemiche, non vi era altra alternativa che la morte per
gli eroici uomini.
E in questa atmosfera di odio implacabile che si inquadrano i
foschi episodi delle Fosse Ardeatine e di
Fiesole.
Nelle prigioni di Via Tasso, a Roma, erano
(arrestati in quella che il maresciallo tedesco Kesserling definiva
l'«esplosiva Roma») il tenente colonnello Frignani, il
capitano Aversa, il tenente colonnello Talamo, il
maggiore De Carolis, i tenenti Rodriguez e
Fontana, il maresciallo Pepicelli, i brigadieri
Manca e Sergi, il corazziere Giordano, i
carabinieri Renzini e Forte. Erano stati catturati
con le armi in pugno, o mentre si accingevano a svolgere uno dei
delicati compiti loro affidati.
Quando il comando tedesco decise l'eccidio delle Fosse
Ardeatine, questi eroi appartenenti all'Arma vennero incatenati
e condotti sul luogo dei sacrificio, insieme con gli altri
sventurati ostaggi condannati alla terribile fine. Con inaudita
crudeltà, il comando tedesco aveva condotto alle Fosse,
perché assistessero alla spaventosa sparatoria, le mogli dei
tenenti Rodriguez e Fontana, che avevano cercato,
consegnando denaro e gioielli al capocarceriere tedesco
Kroatz, di ottenere la liberazione dei loro consorti. I
carabinieri giunsero a testa alta; il tenente Fontana scorse
la moglie, disperata, e le disse, con voce ferma; «Coraggio,
cara - poi, volto ai compagni, esclamò:' - Siamo uomini e Italiani,
dobbiamo affrontare il destino da uomini e da Italiani». Aveva
ventisei anni. La scarica di mitraglia si abbatté su quei martiri,
implacabile.
FRANCO MARTINELLI
(Da "Historia" del luglio 1961)
* In verità i carabinieri caduti durante la lotta partigiana furono
2.735 e 6.521 risultarono i feriti
(n.d.a.)
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