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Compiono domani, 13 luglio, i cento anni dalla istituzione del
popolarissimo «benemerito» corpo dei Reali Carabinieri, che
ha per sua missione principale e suprema la vigilanza perché siano
mantenuti e rispettati l'ordine e la legge, limiti inevitabili di
ogni libertà.
Se in realtà è molto affievolito nelle coscienze il rispetto per
quel carabiniere morale che si chiama da secoli e secoli Iddio, è
tanto più vero che occorre ogni giorno viemeglio la presenza di
quell'altro Domeneddio di carne ed ossa che si chiama il
«carabiniere».
Essi sono stati istituiti per «invigilare alla pubblica
sicurezza, assicurare nello Stato e in campo presso le Regie Armate
la conservazione dell'ordine e l'assicurazione delle Leggi. Una
vigilanza attiva non interrotta e repressiva - dice l'antico
regolamento - costituisce l'essenza del servizio» di questo corpo
speciale.
Primissimo comandante dei Carabinieri Reali fu il barone
e conte Giorgio Andrea Des Geneys di Matties e
Pinasca, gran personaggio nel Regno Sardo; comandante
per terra e per mare; ministro di Stato (morto poi nel 1832 di 81
anni). Però il suo comando sui Carabinieri Reali fu più nominale
che effettivo, e durò pochissimo. Il 18 agosto 1814 assumeva il
comando del nuovo corpo il colonnello Luigi Ignazio Provana conte
di Bussolino (proveniente dalla brigata Aosta); poi fu tutta
una sequela di comandanti supremi i cui nomi figurano bellamente
nella storia dell'esercito sardo e nelle pagine gloriose del
Risorgimento Italiano.
Per chi si diletti di queste ricerche, vi è già da venti anni,
un numero speciale, dedicato da Quinto Cenni ai Carabinieri
Reali, dove moltissime notizie storiche e biografiche sono
raccolte.
La vita veramente organica del Corpo cominciò con l'assunzione
al ministero sardo di guerra e marina del generale conte Filippo
Asinari Di San Marzano: egli ne portò la forza da 800 a 1200 uomini
- 400 a piedi e 610 a cavallo, con cento ufficiali.
Uno - da ricordarsi - dei veri plasmatori dello spirito d'arma,
fu il luogotenente generale (già comandante la Divisione di Savoia)
marchese Giovanni Battista d'Oncieu de la Batie, il quale provvide
con grande abilità al rinvigorimento della disciplina, necessaria
in un corpo i cui militi erano principalmente destinati ad operare
isolatamente.
Il generale D'Oncieu va considerato come l'inventore di quel
sistema, diremo così, «grafologico» che dà la più singolare delle
impronte ai servizi dei reali Carabinieri. Infatti, il perfetto
carabiniere è uomo che scrive, che sa scrivere, che deve sempre e
ad ogni costo scrivere. A qualunque fatto il carabiniere si trovi
presente, egli, appena rientrato in caserma, deve raccogliere le
proprie idee e scrivere: il semplice milite scrive all'appuntato,
l'appuntato al vice-brigadiere, il vice-brigadiere al brigadiere,
questi al maresciallo, il maresciallo al luogotenente, il
luogotenente al tenente, il tenente al capitano, il capitano al
maggiore, il maggiore al colonnello, il colonnello (che comanda la
legione) al generale comandante supremo del corpo; ma il primo
assoluto, indeclinabile compito è scrivere.
Tutta questa grafomania regolamentare trae le sue origini
dalla,, Circolare Periodica » - la prima che se ne conosce,
manoscritta, porta la data del 27 maggio 1818 - ideata e messa in
pratica dallo stesso generale D'Oncieu, ed avente lo scopo,
non solo di far conoscere al corpo gli avvenimenti rimarchevoli in
esso avvenuti, ma «eziando di servire di stimolo ed esempio ai
bassi ufficiali e Carabinieri Reali onde evitarsi le punizioni,
alle quali non sfuggono mai coloro che se ne rendono meritevoli».
La circolare era mensile, e conteneva la particolareggiata
narrazione dei fatti notevoli compiuti da individui appartenenti al
corpo.
Frazionati, fino dalla loro origine, in piccole località, quali
potevano essere, cento anni sono, i Capi-luogo di provincia (ora
capi-luogo di circondario); suddivisi in divisioni, compagnie,
luogotenenze, stazioni, era ben naturale che un legame periodico
fra loro venisse stabilito, a formare quell'uniformità di
sentimento, quell'unità morale che è il fondamento essenziale di
questo corpo. A ciò valse la « circolare periodica » del generale
D'Oncieu, la vera progenitrice di tutto quell'inconcepibile e
curiosissimo epistolario, che costa ai carabinieri tanto inchiostro
e tanta carta, che (sia detto fra parentesi, ed è la verità) pagano
del loro.
Scrivere, informare, fare il rapporto è talmente per essi una
necessità naturale, irresistibile, che ufficiali mutati di sede,
continuano a ricevere dalle luogotenenze dove precedentemente
comandarono, lunghi rapporti dei già loro subordinati. Quei bravi
ragazzi mandano, questo s'intende, i loro rapporti ai loro
superiori immediati e diretti, poi pare loro di non potere fare a
meno di tenere informati, in altre località, ufficiali che si sono
cattivata la loro fiducia ma dai quali più non dipendono!...
Chi vada cercando - come ho fatto io - nelle vecchie annate
dell'allora ufficiale Gazzetta Piemontese di Torino, trova
frequentemente nelle ingiallite pagine - di tempi nei quali i
giornali non solo non avevano, ma evitavano tutte le sproloquianti
gonfiature di cui oggi sono ingombri - frequenti notizie curiose
sui Carabinieri Reali (di settanta, ottanta, anni fa) tolte, senza
dubbio, dalla famosa «circolare periodica».
In perlustrazione sull'alta montagna sono arrivati in tempo a
salvare dall'incendio un cascinale. Nell'imperversare di un
nubifragio violento, hanno salvato da annegamento una contadinella
con due mucche. Accorsi dove una valanga ha sepolti dei casolari,
hanno sottratto a morte certa un'intera famiglia. Accorrendo a
grida giunte loro da lontano nella notte, riescono a salvare un
sacerdote precipitato in un burrone col chierico, diretti a portare
il viatico ad un infermo, e trattili di là li accompagnano alla
casupola del moribondo. Avvisati in tempo stanno tutta una notte in
agguato, e sorprendono tre malfattori che, nascosti in un fienile,
accingevansi a scassinare una porta ed invadere una casa
momentaneamente deserta.
Interminabile, e, fors'anche monotona, la sequela dei fatti
compiuti da questi bravi soldati, diventati oramai gli amici, i
custodi desiderati delle popolazioni. Attraverso quasi sette lustri
di assidue, pazienti , diuturne fatiche, i Carabinieri passano
dalle caratteristiche manifestazioni del servizio quotidiano, alle
vicende storiche della guerra, mantenendo alto il prestigio del
Corpo anche sui campi della gloria militare in Lombardia.
Ancora prima, per il succedersi degli avvenimenti politici,
dovettero fronteggiare le dimostrazioni e le insurrezioni,
dovettero reprimere i tentativi rivoluzionari corrispondenti alle
date del 1821, del 1833, del 1834. Essi diedero in tali nuove
emergenze prova di abnegazione, di moderazione, di coraggio e di
spirito di sacrificio. Si trattava di difendere l'ordine e la
legge, e compirono il difficile dovere. Si trattò poi di difendere
l'indipendenza nazionale e l'onore militare - e si coprirono di
gloria.
Per natura sua il Corpo dei Reali Carabinieri, conserva
in guerra il servizio di polizia, di sorveglianza, di scorta per il
Re. Non è corpo da mettere in linea; ma se occorre che si schieri,
sa combattere. Sotto questo aspetto i Carabinieri hanno nella
storia militare italiana una pagina, che ogni altro corpo può ben
loro invidiare - la carica di Pastrengo.
Nel pomeriggio memorabile dei 30 aprile 1848 la
resistenza audace della sinistra degli austriaci fu lì lì per far
cadere in una imboscata Carlo Alberto stesso avanzatosi in
esplorazione, se i tre squadroni di Carabinieri, che
precedevanlo e scortavanlo, al comando del maggiore conte
Alessandro Negri di San-Front (260 cavalieri) non avessero
compiuta l'impetuosa, magnifica carica, che fece ripiegare le
preponderanti forze austriache, sotto gli occhi del Re stesso,
dando la forza irresistibile dell'esempio al centro e alla destra
delle altre truppe combattenti e decidendo, con la brigata
Piemonte, della vittoria della giornata.
Parlano di questa carica decisiva i rapporti degli altri varii
corpi che combatterono il 30 aprile 1848. E' curioso,
viceversa, leggere le brevi parole che ad essa dedica, nel suo
rapporto (9 sett. '48) il comandante superiore dei Reali
Carabinieri, colonnello conte Paolo Avogardo di Vigliana:
«Li carabinieri che parteciparono della campagna, non ebbero
occasione di distinguersi; li tre mentovati squadroni però
assistettero, in scorta del Sovrano, a molte fazioni campali, ed in
quella ultima sostennero con gloria ed intrepidezza la ritirata tra
Valeggio e Villafranca».
La carica di Pastrengo è passata sotto silenzio!... Non erano
tempi in cui i generali, colonnelli, ufficiali in genere
ricorressero alle gonfiature, ai soffietti dei corrispondenti di
guerra, o degli storici improvvisati. Venne però la critica storica
ponderata e documentata a mettere in luce la splendida azione, che,
trenta anni dopo, Sebastiano de Albertis, visitati i luoghi
col poi generale Morelli di Popolo, riassunse, con lievi errori nei
particolari, ma con grande espressione di verità e patriottico
fervore artistico, nel gran quadro, che orna uno dei grandi saloni
nel palazzo del Quirinale.
Non vi fu nessuna profusione di decorazioni per quei valorosi:
venne però, nel settembre '48, un reale decreto che permetteva loro
l'uso dei baffi!... Rinnovarono quei bravi soldati - nei limiti
dell'impiego della loro arma - le prove di abnegazione e di valore
nella breve infelice campagna del 1849, nella spedizione di
Crimea; nella campagna del 1859, in quella del 1860, nella
quale epoca in tutte le provincie italiane, levatesi a formare un
unico Regno, le gendarmerie dei varii stati trasformaronsi,
modellandosi sull'arma dei Reali Carabinieri, dei quali furono
costituite allora le Legioni.
Data dal 1860 e durò per tre o quattro anni quella
terribile campagna contro il brigantaggio nelle provincie
meridionali, nella quale i carabinieri tenacemente lottarono, con
grandi sagrifici, per l'unità morale della patria. Susseguirono,
nel settembre del 1866, le crudeli giornate di Palermo - mentre
nella guerra di quell'anno, riepilogatasi a Custoza, i
Carabinieri eransi distinti brillantemente a Monzambano, a Monte
Croce, a Custoza, a Villafranca, a Condino, a
Primolano, a Borgo Levico.
E chi saprà dare la narrazione dei fatti particolari e delle
singole gesta nelle quali, in cento anni, i Carabinieri Reali si
sono segnalati - in occasione di inondazioni (come nel
Veneto nel 1882), di terremoti (come a
Casamicciola, a Reggio, a Messina), di
eruzioni vulcaniche, di epidemie coleriche (a Napoli,
a Busca, a Palermo), in lotte ostinate contro il
malandrinaggio, nei tempi andati in Piemonte; poi in
Sicilia, in Sardegna sempre (anche due settimane
addietro)? E chi saprà dare l'elenco dei cento e cento caduti per
il dovere, quasi oscuramente, senza le illusioni della gloria?
I tempi nuovi hanno portato ai Carabinieri, non miglioramenti
adeguati, né di rimunerazione, né di carriera, ma più duri compiti,
maggiori responsabilità, minori soddisfazioni.
Di qui le maggiori difficoltà per un corpo come quello dei
Carabinieri, pagati quanto o poco più di uno qualsiasi
degl'illustri scopatori di strada, evoluti, organizzati e
sindacalizzati.... che lasciano sporche le vie della città. Scarsi
di numero.
in ragione delle crescenti masse alle quali solamente con
l'imponenza del numero si può incutere rispetto, per la libertà di
tutti gli altri cittadini spesso trovansi ridotti a tali strette,
che l'alternativa è una sola, o lasciarsi sopraffare, o
reagire.
L'elevato concetto di amore militare e di nobile orgoglio i
carabinieri italiani lo hanno riaffermato in questo ultimo
trentennio anche in Africa, nella colonia Eritrea,
poi in Libia, in Cina, a Creta, in
Macedonia, presi dovunque a modello; lo riaffermano ogni
giorno in patria, dove mostrano di quali meravigliose qualità è
suscettibile il popolo italiano, quando sia educato ad una seria
scuola di disciplina, di abnegazione, di dovere.
Malgrado gli eccitamenti pervertitori di ogni giorno, il popolo
italiano serba sinceramente rispetto a gratitudine per questi
caratteristici soldati, che nei piccoli paesucoli lontani sono gli
unici rappresentanti dell'ordine, della legge, gli unici garanti
della libertà e del diritto, i soli argini al prorompere dei
malanni ed ai tentativi colposi.
Celebriamo dunque il centenario dei Carabinieri Reali, le
cui benemerenze superano, oggimai, il secolo.
Essi vanno celebrati, giustamente, dalla storia, dalla poesia,
all'arte: sono uno dei profili, quanto mai caratteristico, della
fisionomia militare e politica italiana; sono la macchia
inevitabile dei quadri popolari, festosi e tristi, idillici e
drammatici, della nostra vita quotidiana.
Girano, a due a due, serii, calmi, cadenzati. Perché a due a due
sempre?... Il regolamento vuole così: l'uno controlla l'altro:
l'uno sorregge l'altro. Il carabiniere per andarsene solo, deve
sempre avere in tasca un ordine speciale. Carabiniere solo - dicono
le ragazze del popolo novità!... Due: fortuna, marito. E quando i
due buoni neri ragazzi si avanzano sul peso dei loro passi misurati
un poco dondolanti e qualche fanciulla del popolo cammina loro
incontro, essi, quasi inconsciamente, le aprono il passo, e la
fanciulla, le fanciulle passano in mezzo, sorridenti e contente, a
questo augurio di fortuna!...
Vi è in questo simpatico pregiudizio come la sintesi psicologica
della simpatia, che accompagna da cento anni i Reali Carabinieri,
in mezzo ai quali, passano ogni giorno, fidenti, le simboliche
figure dell'ordine, della legge, della libertà - figure
sopravviventi in ogni luogo, per variare di tempi e di politiche
forme.
ALFREDO COMANDINI
(Da "L'Illustrazione Italiana" del 12 luglio 1914)
Quirinale: Una litografia popolare, storicamente più fedele
in alcuni particolari, fu pubblicata a Torino, nel 1850, dal Doyen,
ideata da T. Belley, disegnata da A. Daniele. Il quadro del De
Albertis attualmente è di proprietà del museo Storico dell Arma dei
Carabinieri, ove è possibile ammirarlo - n.d.a.
Legioni: L'ordinamento è dei 24 gennaio 1861 (ministro
Fanti): 18461 uomini, compresi 5o3 ufficiali, 14 legioni, tredici
territoriali ed una di allievi.
Numero:Attualmente si possono calcolare un 30000 uomini, con
circa 670 ufficiali; divisi in 12 legioni ( territoriali ed 1 in
Libia) una legione allievi a Roma e due
depositi. |