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Pochi delitti, forse, hanno tanto impressionato e tenuta desta per
mesi e mesi la curiosità del pubblico quanto quello commesso dalla
camorra napoletana sui coniugi Cuocolo.
Di questo duplice assassinio si è parlato senza posa in tutto
questo periodo di attive e febbrili ricerche ed oggi, in seguito
agli arresti effettuati dai carabinieri, fra cui quello di
Enrico Alfano, detto l'Erricone, si è potuto finalmente
ricostruire interamente come questa terribile vendetta dell'
«Onorata Società» si svolse.
Questo duplice assassinio commesso il 6 giugno del 1906, in
circostanze misteriose, che avevano tutti i caratteri della
vendetta della malavita, era rimasto impunito per otto mesi, e la
gente che la questura aveva incolpata era stata riconosciuta
innocente dall'autorità giudiziaria, e quindi scarcerata.
Tra i prosciolti, per insufficienza di indizi, erano Enrico
Alfano, capo della «Onorata società», detto Erricone; il
prof. Rapi, un avventuriero, cognito nei bassi fondi di
Napoli, di Montecarlo e altrove, e qualche satellite
minore, presunto componente la segreta ma implacabile corporazione
dei camorristi.
L'opinione pubblica, dopo la scarcerazione di costoro, rimase
turbatissima.
La cosa parve così grave, che il potere centrale, sollecitato
dalla magistratura locale, mandò ispezioni speciali alla questura
di Napoli. Intanto i reali carabinieri di Napoli, per opera
specialmente di un intelligentissimo e audacissimo
maresciallo, il Capezzuto, iniziava indagini per proprio
conto e, attraverso una serie infinita di vicende, che farebbero
fortuna in un romanzo fantastico di Conan - Doyle, il
Capezzuto riusciva ad impadronirsi della verità e degli
autori del misterioso delitto. Naturalmente occorsero molto tempo,
molta segretezza, e più tardi l'opera di molti carabinieri.
Costoro, fingendosi allievi della mala vita, riuscirono a penetrare
nelle adunanze più segrete dei malviventi, si prestarono a furti, a
borseggi, a «dichiaramenti» ed appostamenti, per modo che taluni di
essi si accattivarono la fiducia financo dei più sospettosi tra i
capi dell'associazione delittuosa; anzi, uno di questi carabinieri
tenne a cresima perfino il figlio di un furfante matricolato. E la
conseguenza di tutto ciò fu l'arresto di una ventina di camorristi
e di qualche femmina perduta, fra i quali il vicepresidente della
camorra, tal Gennaro De Marinis, detto il mandriere, perché
in gioventù egli conduceva mandrie di buoi all'ammazzatoio.

Il mandriere fu certo il principale accusatore di Gennaro
Cuocolo, in un terribile alto tribunale, riunitosi, ai primi di
giugno dell'anno ultimo, in una catapecchia di Capodichino.
Il mandriere accusò Cuocolo di tradimento consumato nel modo
seguente: i Cuocolo, oltre ad essere basisti, cioè gente
che, per aver rapporti con l'agiata borghesia ed aspetto signorile,
frequentava molte case ben provviste, e poteva dare ai ladri le
basí di un pingue furto, erano anche ricettatori della refurtiva.
Ora nella spartizione del bottino, essi volevano la parte del leone
e pretendevano di acquistare per poco denaro la parte altrui.
Costoro finirono per ribellarsi, e da ciò dissidi frequenti tra i
compagni di avventure e il giudizio pronunziato contro i
Cuocolo, giudizio di morte violenta.
Dell'esecuzione della sentenza furono incaricati, sotto la
sorveglianza del mandriere, quattro affiliati, due in Napoli, due
in Torre del Greco, dove Gennaro Cuocolo venica
attratto in quei giorni, col pretesto che doveva iniziare gli studi
per un grosso furto a una famiglia danarosa d'industriali.
Cosicché, mentre il marito veniva accoppato a Torre del
Greco, la moglie veniva visitata da due figuri di sua
conoscenza nella casa in Napoli, in via Nardones, e spenta
prima che potesse mandare un grido. Dopo di che. tutto quanto vi
era di prezioso in casa fu asportato.
Mentre a Torre del Greco avveniva il delitto contro il
Cuocolo, gli ex-suoi compagni attendevano l'esito
dell'«affare» nella vicina osteria di «Mimì a Mare». I commensali
erano al colmo dell'allegria, quando si presentò un compagno a dire
che I'«affare era fatto». Allora tutti si Squagliarono, e il
delitto penetrò nell'ombra dalla quale ora i carabinieri l'hanno
tratto.
(Da "La Tribuna Illustrata" del 14
luglio 1907) |