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Con recente decreto reale è conferita la croce
dell'Ordine Militare di Savoia, la suprema onorificenza
militare, al maresciallo dei R.R. Carabinieri, cav. Lorenzo
Gasco. Coloro, cui la notizia non è sfuggita fra un rigo e
l'altro di cronaca, saranno trasecolati nel veder decorato un
semplice sottufficiale delle ambite insegne che fregiano il petto
di qualche generale, provato al fuoco delle battaglie, e che
vengono concesse soltanto per segnalate azioni di guerra; mentre
per il Gasco si tratta di un pericoloso conflitto sostenuto
di notte, in un bosco, con tre latitanti, pel quale potrebbe parer
premio conveniente una medaglia al valore.
Gli è che pochi sanno chi sia questo modesto ed eroico
carabiniere che pare riassuma in sè tutte le benemerenze e le virtù
antiche dell'arma, che meriterebbe (se virtù e valore contassero
qualcosa in Italia) una bella statua, al posto di certi goffi
pupazzi d'illustri sconosciuti che svergognano, nel libero cielo
delle nostre piazze, la tradizione del Donatello e del
Verrocchio.
Io lo conobbi semplice carabiniere, sette anni fa, a Nuoro al
tempo delle famose retate, nell'ufficio del suo capitano, un altro
valoroso, il
cav. Giuseppe Petella, in quella stanza,
tappezzata di scaffali stracarichi di cartelle, ingombra di cataste
di stampati, seminata da per tutto di carte, dove si riversava
tutta la delinquenza del circondario più delinquente d'Italia,
donde s'irradiavano ordini a quattrocento carabinieri. Dovevo
recarmi per servizio da Nuoro a Dorgali e il capitano lo fece
chiamare perché mi servisse di guida.
Fu bussato all'uscio.
- Avanti!
Ed ecco comparir nel quadro della porta una magra, bizzarra figura
di moschettiere, dal lungo pizzo, dal gran naso ardito, uno di
quegli esseri muscolosi e sani che celano una forza nervosa
d'acciaio, uno di quei visi su cui si giura e dei quali si dice a
prima vista: ecco un uomo.
- Comandi, signor capitano.
Domattina partirai col signor tenente - ordinò il
Petella, accennando col capo verso di me, - e lo
accompagnerai fino a Dorgali. Oh! e poi, dimmi un poco, perché non
ti sei preso la licenza che ti avevo concessa?
Gasco ebbe un'ombra d'imbarazzo.
- Tanto sa... i miei vecchi li ho visti lo stesso. Ho pagato
loro il viaggio sino a Genova e così siamo stati insieme una
giornata.
- Ma dal momento ch'io te la offrivo... - insisteva il
capitano.
- Ecco, signor capitano... - articolò il moschettiere -
sapevo che lei in questi momenti aveva un gran bisogno di gente
fidata e...
Il capitano mi gettò un'occhiata e un sorriso eloquente.
- Sta bene, Gasco, vai pure.
Null'altro: ma ci fu tra di loro un rapido lampo che disse
tutto, tutto ciò che le bocche non dicevano attraverso la muraglia
della disciplina. Nell'uno, una luce di compiacenza patema per quel
soldato impastato di muscoli, di bontà e di bravura, quasi una
gratitudine: nell'altro una dedizione completa, assoluta anima e
corpo, alla quale si poteva tutto chiedere, sulla quale si poteva
sempre contare.
L'indomani sul far del giorno - nel cielo di un azzurro profondo
tremolavano ancora le stelle - Gasco mi cavalcava accanto
per la via di Dorgali coll'eterno caracollo dei cavallini sardi. Io
contemplavo quel profilo ardito di Don Chisciotte che ogni
tanto levava il gran naso, aspirando l'aria come un segugio. Era
difatti il bracco del circondario di Nuoro, un vecchio bracco che
conosceva fin d'allora tutti i buchi della selva e tutte le facce
di cristiano, si trovava in tutti gli scontri e pareva dotato di
una virtù che lo rendesse invulnerabile.
- Da quanto tempo sei nell'arma? - chiedevo tanto per
rompere il silenzio.
- Da otto anni, signor tenente, e da cinque che scorrazzo in
lungo e in largo per questi posti. Ah! posso dir di averli frugati
sasso per sasso, macchia per macchia. Sa che, quest'inverno, sono
stato fino a trentasei giorni in campagna, senza veder la porta
della caserma? - E soggiunse, scotendo la testa con un sorriso
suo particolare che rivedo ancora: - Son lunghi, sa, trentasei
giorni a far la vita dei mufloni!
Oh! lo sapevo. Li avevo visti tante volte quei martiri delle
«brigate mobili» al ritorno dalle escurzioni, laceri,
sfigurati, irriconoscibili sotto le ispide barbe agli stessi
compagni, dopo settimane e settimane vissute alla malaria nella
deserta campagna, sotto i solleoni e i diluvi e le tramontane
gelate, con un po' di formaggio in tasca per pranzo e per cena.
- E quando piove?
- Eh! si lascia piovere.
- E dormire?
- Dove capita, signor tenente. in un ovile, sotto un
albero.
Era l'ora dei brividi che precede l'aurora. Il sereno del cielo
principiava ad imbiancare in una purezza sempre più scialba,
mostrando attorno una desolazione di monti tutti macchiati di
lentischi, spelacchiati come teste di tignosi, neri e grigi, grigi
e neri... E Gasco allungava il braccio.
Là, vede, m'incontrai due anni fa coi latitanti.
«incontrarsi» per un carabiniere, vuol dire sostenere un
conflitto, nel quale resta sempre a terra qualcuno. Quella volta
(fu la sua prima medaglia d'argento) mentre se ne tornava da
una perlustrazione, solo con un compagno, aveva dato il «ferma» a
dodici banditi, i più fieri, i quali naturalmente risposero a
fucilate, cercando di pigliarli in mezzo.
- Che ci si poteva noi due, poveri cristi, contro dodici di
quei demoni? Il compagno era un coscritto, per giunta... Ci si
butta a terra, la testa contro un sasso. Ogni tanto rizzavo la
cresta e... pari! E quelli a gridare: «ora vi si attacca
agli alberi come due merli! Se non vi si mangia il core noialtri,
non ve lo mangia nessuno!» Tira, tira, noi si resta senza
cartucce. Si fanno gli ultimi spari a mitraglia e intanto, quatti
quatti, ci si ritira scivolando fra i cespugli, ci si butta giù in
un burrone. Io... lo crede, signor tenente? non so ancora capire
come la sia andata: il fatto sta che anche per quella volta si
riesce a portar la pellaccia a casa!

E raccontava, ridendo, come di una partita a briscola, in
un'istintiva incoscienza della sua bravura, ridendo con quel suo
riso che gli piegava tutta la faccia bizzarra, arsa dal sole e dai
venti: e io me lo ascoltavo, me lo contemplavo ch'era un gusto,
così magro nella sua ossatura d'acciaio che si legava elastica ai
movimenti del cavallo, e lo lasciavo dire, ora che, incoraggiato,
avea preso l'aire dietro ai ricordi. Era un conflitto col feroce
De Rosas, era un compagno ferito a morte da tre palle e che
pure inseguiva a fucilate banditi; era una lotta corpo a corpo col
Berrina di cui egli si era sentito il coltellaccio alla gola e,
salvo per miracolo, si era guadagnato una seconda medaglia: nella
sua stazione su dodici, sette erano decorati al valore e chi aveva
due medaglie d'argento e chi ne aveva tre. E io, che
d'argento avevo solo i miei due galloni, davanti a quel semplice,
oscuro carabiniere mi sentivo tanto piccino.
L'ultima volta che lo rividi fu dopo il famoso conflitto di
Morgoliai nel quale egli rimase gravemente ferito e fu proprio a un
pelo di lasciarci la pelle. Centocinquanta carabinieri e sessanta
soldati circondavano la foresta, ove si erano rintanati i più
disperati latitanti, che non avevano voluto saperne di costituirsi
come gli altri. li capitano Petella aveva poi disposto la muta dei
battitori, comandata da lui in persona, e divisa in due scaglioni i
quali dovevano cacciarsi, nottetempo, nella selva e snidare la
fiera: dodici in tutto: i bravi fra i bravi.
Il covo dei banditi, per quanto si sapeva da un confidente, era
situato in vetta a una dirupata montagna, un caos selvaggio di
pietre e di vegetazione pel quale bisognava inerpicarsi ansanti,
carponi, una mano agli sterpi, un piede sulle rocce, scivolando a
ogni passo sulle foglie secche, salendo talora sulle spalle l'uno
dell'altro.
Gasco, ch'era del secondo gruppo, aveva approfittato
d'una sosta per sgusciare avanti e mettersi fra i primi. Gli altri,
istintivamente, lo avevano seguito, e così, ammucchiati gli uni
sugli altri, stretti tutti in un grappolo attorno al capitano, come
i pulcini attorno alla chioccia, strisciano, strisciano, superano
un piega del dirupo. Eccoli! a pochi passi è un frascata addossata
a un grand'elce, una specie di capanna.
D'improvviso, nel silenzio, scoppia un urlo che pare uscito
dalla terra: un bandito, ch'era in vedetta, dà un balzo di tigre,
s'avventa al fucile, spara, fugge, spara ancora: una scarica di
colpi gli risponde. E' una scena d'inferno. Nell'orrore del luogo,
alla vampa delle fucilate, le belve, colte nel sonno, affacciano le
ghigne stralunate, sparano, urlano, imprecano, sì sperdono qua e là
come un nido di bestie spaurite. Gasco che ha scorto, di
lontano, la giubba rossa del Pau, sua antica conoscenza, si
butta a correre, il buon bracco, con ia sua bravura impetuosa. Ma
il brigante, con la sua vecchia tattica, fa finta di fuggire, si
appiatta, spara. Gasco manda un grido fioco. Il capitano e
qualche altro lo raggiungono.
- L'hai ammazzato?
- Ahi! no: ha ammazzato me! - E porta le mani alla gola,
bianco come un cencio, e cade tramortito.
Gli altri si curvano sul compagno, lo baciano cogli occhi
annebbiati di pianto. - Gasco! il mio vecchio Gasco! mormora
il capitano e gli accosta alle labbra la fiaschetta: il carabiniere
socchiude gli occhi, lo riconosce.
- Bevi, bevi ancora!
- No, se no, non ne resta per lei... - balbetta lui
allontanando la borraccia: poi tutto in pena di vederli persi lì,
attorno a lui - Signor capitano, pensi a salvarsi lei... la sua
vita è preziosa!
Si fece ricaricare il moschetto e volle ad ogni costo che lo
lasciassero solo e seguitassero la caccia ai banditi.
Due settimane dopo, lo incontrai col collo fasciato per una via di
Nuoro: la palla gli era passata da parte a parte sfiorandogli la
carotide.
- E così anche questa volta si è riportata la pellaccia a
casa! - mi disse con quel suo riso che pareva burlarsi dei
destino, dei banditi, delle fucilate, delle minacce di morte che
gli stavan sul capo: come in una confidenza spensierata che la
fortuna ama e assiste gli audaci.
Dopo, non l'ho visto più, il mio bravo Gasco.
So che da semplice carabiniere è divenuto maresciallo e
cavaliere, che si è cimentato ancora in non so quanti
conflitti, che gli brilla sulla tunica una costellazione di
medaglie, di cui una sola basterebbe a far l'orgoglio di un petto
virile; e ora leggo che Sua Maestà ha voluto riceverlo in
udienza privata, facendoselo presentare dal Ministro della Guerra e
gli ha appuntato colle proprie mani sull'uniforme le insegne più
ambite dei valorosi. Eppure io son sicuro che anche nel tripudio di
questi giorni, anche fra gli onori della capitale, il buon bracco
non sogna che di tornarsene presto laggiù, tra i grandi alberi neri
e i monti ove si prova una voluttà orgogliosa e acre, ignota agli
uomini delle città, che vi attacca a quella vita forte agitata e
rischiosa, a quella lotta dell'uomo, con la forza e con l'astuzia,
contro le potenze della natura e del mondo.
in bocca al lupo, amico Gasco!
GIULIO BECHI
(Da "L'Illustrazione Italiana" del 10 febbraio
1907) |