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Da qualche tempo a questa
parte non c'è modo d'aprire un giornale politico senza ritrovarci,
fra uno scandalo principesco e l'altro, parecchie righe, quando non
son mezze colonne, dedicate a due fra le più volgari figure che mai
abbiano occupato di sé il tempo dei giornalisti e la noia del
pubblico: il Biondin e il Moretto.
Un anno e mezzo fa, nel
Vercellese, un branco di tristi soggetti, di cui era capo il
Biondin, aveva costituito, non ciò che fu detto una banda di
briganti, ma una vera e propria associazione di ladri delle
campagne. Vivevano a sé, oziosamente, ma quando l'occasione del
furto si presentava, lavoravan di concerto e si dividevano il
bottino: e rubavan di tutto senza guardar troppo pel sottile se
davvero il bottino valesse il rischio dell'impresa; e così
svaligiavano spacci di tabacchi e pollai, e rubavan nelle cascine
quanto era a tiro di mano, dal lardo alle pezze di tela, dalle
bottiglie alle calze faticosamente tessute dalle donne nelle sere
d'inverno. Un bel giorno, in seguito appunto ad un furto di lardo e
di calze, i carabinieri arrestano il Moretto (che si chiama
di vero nome Luigi Fiandri) e un altro della banda. Sembrò che un
po' di quiete venisse ai contadini da quell'arresto, ma per uno di
quegli equivoci che sembrano solo degni dei romanzi d'appendice e
che invece capitano qualche volta anche nella vita giudiziaria,
quell'anima candida del Moretto che pur aveva tanti processi in
contumacia da filare in prigione per dieci anni, viene rilasciato
libero e inaspettatamente ridato alla compagnia degli amici.
L'accaduto non era tale da toglier
loro l'agio e la volontà idi continuare in un sistema che dava così
buona prova e ritrovava tanta compiacenza persino fra i giudici: la
banda si riorganizzò e passò nel Novarese e nella
Lomellina. E qui comincia il secondo periodo della sua
storia: e la commedia pleblea assume atteggiamento di dramma.
Per evitare il pericolo d'un nuovo
arresto i malandrini si provvedono di rivoltelle e si propongono di
difendere ferocemente la loro invidiabile libertà. Già una volta a
Carpignano Sesia, sorpresi di nottetempo dai carabinieri mentre
svaligiavano una bottega, il Biondin aveva sparato contro a
una guardia, ferendola, quando il triste episodio di Ferrera
Erbognone pone un suggello di sangue e di morte sulle loro gesta e
li consacra briganti nella credenza e nella fantasia popolare.
Il fatto è noto. Una notte della
fine del settembre ultimo il carabiniere Capuani e la guardia
campestre Baldi, avvisati della presenza dei due ladri, s'eran
posti alla loro ritraccia, quando improvvisamente, di dietro a una
siepe, due individui che essi avevan sorpresi, levano le lucide
canne delle rivoltelle e al primo colpo li freddano. Da quell'ora
comincia la caccia ai due assassini, la quale, pel Moretto,
terminò col suo recente arresto ad Alpe e dura tuttavia infruttuosa
e interminabile pel Biondin.
(Da "L'Illustrazione Italiana" dell'8
febbraio 1903) |