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Lo stato d'eccitazione e, diciamolo
pure, di malcontento che domina il nostro paese incomincia
purtroppo a dare dolorosi frutti. Finora i segni di questo
malcontento non si fecero sentire che in qualche dimostrazione
innocua, a cui, come ad solito, si fece orecchio da mercante; ne
susseguì la formazione delle bande rivoluzionarie per mezzo di
alcuni fra i più caldi irreconciliabili o peggio.
Alle bande che a Catanzaro
innalzarono la bandiera della rivolta, fecero eco quasi
contemporaneamente la banda Galliano di Toscana e
quella de' Reggiani. Per dimostrare la poca o nessuna
importanza che meritano, ci basterà il citare la burlesca campagna
fatta da una di queste bande.
Il capo ne era un certo
Galliano, che fu dal 1860 fino al 62 al
servizio del generale Garibaldi, in qualità di cuoco.
Lasciato l'officio che teneva presso il generale Garibaldi,
assunse quello di usciere al Ministero dei lavori pubblici.
In seguito ritornò a Caprera, e riprese l'antico mestiere di
cuoco; vi rimase fino a verso il 1866.
Venne quindi in Firenze, dove aprì un negozio da caffè, ma
poi non contento della nuova professione, lasciò Firenze, e
si stabilì a Livorno, donde pare sia partito per comandare
l'insurrezione della Maremma.
Dopo aver sparso ai quattro venti
proclami incendiarii, e dopo aver percorso senza alcuna meta
parecchi contadi, ecco in qual modo egli fu fermato secondo una
lettera d'un nostro corrispondente.
« Furono arrestati e condotti in
Arcidosso tutti i componenti la banda dei rivoltosi compreso
il Galliano suo capo. Erano tutti quarantadue in mezzo ad
otto carabinieri a cavallo, comandati dal capitano
Salvagnoli, il quale, partito alle sei antimeridiane da
Cinigiano con otto carabinieri a cavallo e nove militi ai
piedi, in tutti diciassette, s'era spinto di trotto con gli otto
carabinieri a cavallo sulla traccia della banda. Giunto a
Moritelaterone alle 9 1/2 ant. seppe come i rivoltosi erano
bivaccati nel Castagneto alla Badia fra
Arcidosso e Montelaterone, e come fossero armati di
fucili e di revolver e intenzionati di opporre viva resistenza.
La distanza che separava i
carabinieri dalla banda era così poca che appariva prudente
l'attendere il rinforzo dei pochi pedoni; i quali, appena arrivati
e refocillati, fu ripresa la marcia.
Giunti al luogo dove avrebbero
dovuto trovarsi i rivoltosi, tutto era deserto.
Allora il capitano Salvagnoli lasciati di nuovo i pedoni che
erano affranti dalla fatica della lunga marcia, con gli altri otto
carabinieri a cavallo inseguì i rivoltosi- e li colse al di sopra
della strada di S. Fiora mentre guadagnavano il monte per
imboscarsi. Il capitano fatto fronte a sinistra piombò addosso alla
banda, e le intimò di arrendersi e deporre le armi.
I rivoltosi dopo breve esitare si
arresero, consegnando 24 fucili, 17 baionette, daghe, squadroni,
revolvers, stili e munizioni, nonché tutte le carte, fra le quali
si dice vi siano anche lettere del generale Garibaldi. E
così scortati dal capitano e dagli otto carabinieri, entrarono poco
dopo in Arcidosso.
(Dall' "Emporio Pittoresco" del 29
maggio 1870) |